La partita di Ypres

Intervista a DANILO CATALANI a cura di ROBERTO FIORENTINI ♦
SpazioLibero ha avviato una serie di interviste ad autori locali di particolare interesse. In questo contesto oggi è la volta di Danilo Catalani, con il quale parleremo in particolare del suo ultimo romanzo La partita di Ypres, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale.
Danilo, inizierei dalle presentazioni e dal raccontare un po’ del tuo lavoro di scrittore.
Ho iniziato per gioco nel 2004, quando assieme alla squadra di Rugby “Old” di Civitavecchia andammo in Spagna a disputare un campionato europeo di categoria over 35. Passai cinque giorni a giocare a Rugby, mangiare paella e bere birra (qualcosa di simile al paradiso, praticamente) ma soprattutto a sentir raccontare le storie dei miei compagni di squadra più anziani. Di ritorno dal viaggio (vincemmo il torneo, doveva proprio essere il paradiso) decisi di fissare su carta tutto questo patrimonio di memoria rugbistica della mia città, cosa che dopo anni di ricerche d’archivio e interviste portò alla pubblicazione nel 2010 de IL RUGBY È UN’ALTRA COSA.
Poi ci ho preso gusto e, come ho cominciato per gioco, per gioco sto continuando.
 
Prima di passare a parlare del nuovo romanzo che già da qualche giorno è reperibile in libreria, farei un passaggio sul precedente (Gli imperseguibili ), che se non sbaglio, ha appena ricevuto un importante riconoscimento.
 
GLI IMPERSEGUIBILI è stato il mio secondo romanzo, dopo LA BANDA DEL CONGIUNTIVO. Sono un po’ come yin e yang. A parità di taglio ironico, mentre il primo è una storia noir di rivalsa, il secondo è un inno alla vita e alla sua bellezza, vista da un gruppo di ottuagenari che decidono di vivere un’ultima grande avventura.
Questa solarità ha evidentemente commosso la giuria del Premio Narrativa Indipendente e così io e i miei vecchietti immaginari siamo andati a Modena per ricevere un premio che mi ha fatto sicuramente molto piacere.
 
Veniamo a La partita di Ypres. Perché un libro sulla Grande Guerra e per di più che parla delle trincee tra inglesi e tedeschi?
 
Per gli stessi motivi che mi hanno portato a scrivere “Il Rugby è un’altra cosa”: c’era una storia meravigliosa e sconosciuta ai più che meritava di essere tramandata. Una storia su cui sono già stati scritti alcuni libri e su cui è stato girato anche il film “Joyeaux Noel”, ma che meriterebbe di essere insegnata nelle scuole per il modo meraviglioso in cui pone il valore dell’amicizia tra gli uomini al di sopra dei nazionalismi.
 
Si tratta di una storia vera e di un romanzo storico. Come ti sei documentato? Quanto è stato duro il lavoro di ricerca?
 
Per quanto riguarda il contesto storico generale della Grande Guerra è stato sufficiente andarmi a rinfrescare la memoria sbuffando via un po’ di polvere dai miei vecchi libri universitari e integrandoli con la rilettura di libri acquistati nel corso degli anni. La Prima Guerra Mondiale mi ha sempre affascinato sia per quell’aura di ineluttabile causalità che ne ha determinato lo scoppio e l’andamento, sia per quel suo cominciare come una guerra del XIX secolo e terminare come conflitto del XX.
A questi ho aggiunto un paio di saggi specifici sulla “tregua di Natale del 1914” e soprattutto la raccolta di tutte le lettere che i testimoni diretti di questo magico evento inviarono alle loro famiglie e che scamparono alla censura degli stati maggiori degli eserciti coinvolti.
 
Vuoi provare a riassumere la trama in poche parole?
 
Pochissime parole: la sera del 24 dicembre del 1914, in gran parte del fronte occidentale nei dintorni della cittadina belga di Ypres, senza che nessuno desse l’ordine, gli spari cominciarono a diradarsi fino a cessare. Poi qualcuno intonò canzoni natalizie che, testo a parte, avevano ovviamente la stessa musica per britannici, tedeschi e francesi, date le comuni radici cristiane.
Il giorno dopo qualche coraggioso uscì dalle trincee che si trovavano a poche decine di metri le une dalle altre e ragazzi poco più che adolescenti che fino a poche ore prima avevano cercato in tutti i modi di uccidersi, presero a scambiarsi sigarette, cioccolata, bottoni.
Sembra addirittura che venne giocato un incontro di calcio nella cosiddetta “terra di nessuno”.
LA PARTITA DI YPRES è il racconto di quelli che furono i tre giorni più strani (o più normali) della Grande Guerra, visti dagli occhi di Scott (scozzese) e (Hans) tedesco, personaggi di fantasia in una storia realmente accaduta.
 
Certo è una storia molto toccante, con importanti spunti poetici e filosofici. Quali di essi ti hanno maggiormente influenzato nello scegliere di raccontare proprio questa storia?
 
Il ribaltamento dei concetti di coraggio e di paura. Spesso il coraggio viene avvicinato all’eroismo delle azioni guerresche, invece ce ne vuole di più per compiere un gesto di pace nel pieno di una delle guerre più terribili mai combattute. Nulla è più rivoluzionario della pace e della determinazione a restare uomini mentre si è circondati da soldati in guerra.
 
Svegliamo un piccolo segreto: che c’entra Paul McCartney con La Partita di Ypres?
 
Sir Paul, che in questo romanzo mi diverto a nominare colonnello sul campo, ha il merito di avermi raccontato per primo questa storia quando avevo tredici anni. Nel 1983 usciva infatti l’LP (c’erano ancora i vinili, che nostalgia) PIPES OF PEACE, e l’omonima traccia di apertura venne lanciata grazie a un videoclip in cui McCartney si sdoppiava, recitando alternativamente il ruolo di un britannico e di un tedesco che timidamente uscivano dalle loro trincee e si scambiavano strette di mano e, inavvertitamente, la foto delle rispettive mogli, cosa di cui si accorgevano solo alla ripresa dei bombardamenti. Fu lì che vidi per la prima volta la scena dei due opposti schieramenti rincorrere una palla nel fango e cercare di calciarla con gli stivaloni. Solo anni dopo, ai tempi dell’università, venni a sapere che tutto questo non era frutto della fantasia dell’ex beatle, bensì un evento realmente accaduto.
 
Oggi devo intervistarti e quindi sono esentato dal ruolo di recensore, ma non posso esimermi dal dichiararti di apprezzare moltissimo, nei tuoi libri, quello che magari per molti può essere un limite, cioè una leggerezza di scrittura e una forte dose di ironia che rendono la tua opera molto pop. Lo prendi come un complimento?
 
Assolutamente. Nella narrazione ci sono due aspetti che solo apparentemente sono dipendenti l’uno dall’altro: il contenuto e lo stile. Non è detto che per trasmettere contenuti importanti debba necessariamente utilizzarsi uno stile solenne.
Credo che questa mia opinione risenta di un’intera infanzia e buona parte di adolescenza passate a leggere fumetti, che sono un po’ il trionfo della cultura pop. Faccio un esempio su tutti: il Ken Parker di Berardi e Milazzo; era “solo un fumetto” ma sotto la patina di leggera avventura si trattavano temi importanti. Questa secondo me è la forza de GLI IMPERSEGUIBILI, dove passando da uno stile leggero e apparentemente umoristico si finisce per parlare di “robetta” tipo la vita, la morte, la vecchiaia, l’amicizia e l’amore. Ah, a proposito, se vi può interessare nel romanzo viene svelato finalmente il segreto delle donne…
 
Hai toccato vari “stili” nei tuoi libri, dimostrando ecletticità e padronanza della tecnica. Credi che sarà così anche per il futuro? Cosa ci aspettiamo dal prossimo? Un fantasy? Un romanzo di fantascienza?
 
Non lo escludo. Come detto dietro il mio scrivere c’è una spinta ludica molto forte, per cui assai difficilmente sono portato a scrivere quello che ci si aspetta io scriva, quanto quello che mi diverte fare in quel momento, e credo che per chi ha cominciato a leggere partendo da Isaac Asimov e Philip Dick una capatina nel mondo della fantascienza sia solo questione di… spazio-tempo.