APERITIVIRUS

di DARIO BERTOLO ♦

Buongiorno, mi presento. Io sono IL virus e, ovviamente invisibile, giro impunemente tra  di voi.

Non ho fattezze umane, ma mi diverto di volta in volta a camminare al vostro fianco, a sedermi dietro di voi, a girare nei negozi e in tutti i luoghi che voi umani frequentate. Non ho l’istinto assassino  intrinseco dei grandi predatori animali, e neanche quello ancestrale degli uomini. Sono semplicemente uno dei molti virus che nei millenni hanno contribuito, al pari di guerre e carestie,  a decelerare l’espansione demografica incontrollata del pianeta. Con effetti qualche volta efficaci e qualche volta persino eccessivi. Ma tant’è. Nasco per meriti naturali e muoio per gli stessi motivi, anche se da un secolo o poco più mi devo sempre più spesso arrendere ai progressi medici dell’umanità. Il mio più grande rimpianto è quello di essere, nel tempo, destinato all’oblio. Rimango sì sui libri di storia, ma perlopiù come dato statistico e transitorio, derubricato a evento accaduto ma ormai superato.

Però questa volta è diverso, cari miei.

Complice la socializzazione globale delle informazioni, vero punto debole delle campagne di contagio dei secoli scorsi, basate sull’ormai desunto “sentito dire” sono riuscito in pochi mesi a creare, organizzare e diffondere  una grandiosa pandemia, che per ragioni di opportunismo demografico l’ho inaugurata nella popolosa e popolare Cina del terzo millennio, dove le vecchie regole legate al socialismo ortodosso  stanno progressivamente  mutando secondo i canoni economici occidentali , creando contemporaneamente una doppia identità nazionale spesso in netta antitesi e che è causa principale dei frequenti conflitti commerciali in atto con buona parte dell’occidente.

Comunque sia, da lì sono partito. Il resto lo sapete.

Ora, vorrei per un attimo tralasciare la semplicità con la quale sono riuscito a contagiare milioni di persone, uccidendone quanto, in proporzione , neanche le guerre mondiali erano riusciti a fare.

Quello che mi incuriosisce , ed è l’argomento sul quale vorrei vi soffermaste, è la parte comportamentale degli individui, che nonostante  il pericolo ormai conclamato, continua ad essere in larga parte irragionevole e anche altrimenti irresponsabile. Signori umani, io non sono un semplice raffreddore o una banale influenza. Io sono un killer, nato per debilitare, aggredire, consumare, uccidere. Quando posso, e voi mi date ampie possibilità, faccio il mio mestiere. Se pensate che “a me tanto non succederà”, l’unica cosa che vi salverà è una buona dose di culo. Tanto più se ai distanziamenti preferite gli assembramenti più o meno giustificati, oppure  se ritenete superfluo comportarvi almeno in parte con un minimo di responsabilità verso altri ignavi innocenti..

Faccio un esempio. Giusto ieri girovagavo sul lungomare e in alcune vie cittadine, con la ferma intenzione di contagiarne quanto più potevo. Certo, la mia presenza, seppur non visibile, è tangibile. Molti avvertono il pericolo, si coprono e non si avvicinano l’un l’altro. Devo dire che di questi mi curo poco, so dove andare. Al pari dei vampiri che, come scendono le tenebre escono dai sarcofagi, anche io scelgo il calar del sole, proprio quando inizia il rito sacro e irrinunciabile dell’aperitivo dei ragazzi e dei meno. Occasione irripetibile di contagio, proprio nei momenti dove le cautele si allentano e i calici si innalzano. In un momento inebriante di sollievo, in compagnia di amici, le difese cedono e l’inconsapevolezza prende il sopravvento.

Ecco, sappiate che se ne prendo uno ne prendo dieci, che a sua volta ne unge cento e poi altri cento, nelle case dei genitori e in qualsiasi posto vadano. Di questo mi compiaccio. Però, pur essendo un virus, capisco anche che non devo generalizzare, perché la mia sopravvivenza dipende sì dalla incoscienza degli individui ma soprattutto, come dicevo, dalla loro inconsapevolezza, colpevole di non intuire che il perpetuarsi della pandemia genererà un collasso economico prima locale, successivamente nazionale e a caduta, mondiale. Che a sua volta non risparmierà nessuno, accanendosi in primo sui soggetti deboli, sulle fasce disadattate e precarie, per poi successivamente aggredire la classe operaia , la media borghesia e gli apparati statali, industriali e terziari e infine anche i pensionati, ultima traccia di quello che una volta era un paese di diritto avanzato e che aveva, pur con le sue contraddizioni sociali, un welfare sufficientemente garantista e moderatamente assistenzialista.

Mi diverto pure molto (sono cattivo e ve l’ho detto..) anche assistendo allo scarico di responsabilità e attribuzioni di colpe equamente ripartite. In realtà, a chi si imputerebbe la colpa se un meteorite arrivasse sulla Terra e ucciderebbe la metà dei suoi abitanti? E soprattutto a chi , se la parte  sopravvissuta morisse asfissiata dalle polveri sollevate dal cataclisma, anche se è stato imposto di rimanere nei rifugi ?

Sentire dire “è meglio morire di virus che morire di fame” è uno slogan pubblicitario perfetto per chi gestisce una agenzia funebre, non certo per chi dovrebbe rendersi conto che il bene personale, in contesti del genere, non può mettere a rischio il bene collettivo. Da molte parti, questa si chiama solidarietà.

Per concludere e la faccio breve, cari umani contagiati e non, vorrei ringraziarvi per quanto di buono (per me) e di cattivo (per voi) avete fatto durante i goliardici mesi estivi. Seppur sonnacchioso (anche io sono stato in semi ferie dopo mesi di duro lavoro) ho avuto modo di ricaricare le pile e scoprirmi ancora più aggressivo. Vedervi scatenare in balli caraibici di gruppo ammassati in discoteche stracolme, ingolfare località turistiche per non rinunciare alla sacrosanta vacanza estiva, distanziarvi il niente sulle spiagge ancora più gremite degli anni passati, ha fatto di me un virus felice, che pregustava già da allora il sottile piacere della recrudescenza pandemica autunnale.  Nel vostro bel paese, ma anche (e forse di più) nella vecchia Europa, dove sono stato equiparato alla peste che colpì l’Europa tra il 1347 e il 1351, che flagellò l’Italia nel quinquennio 1629-1633 oppure a quella del 1720 (solo casualità), mi propago proprio perché ormai non potete fare più a meno di certi stereotipi , irrinunciabili ancorché superflui ma nell’immaginario collettivo motivo di apparente socializzazione e ipocrita condivisione.

Appunto come l’aperitivo di mezza sera, appunto “ aperitivirus”. Almeno in questo, in  fondo sono un virus che riesce anche a essere ironico.

E ricordate: io vi vedo, voi no. Per non rischiare proteggetevi e responsabilizzatevi. Tutti. ( e lo dico contro i miei interessi).

Covid-19, virus.

DARIO BERTOLO