Marangone 2

di SILVIO SERANGELI

Da cava e palude a azienda modello

Dopo l’incontro con Carmine, di cui ho parlato nella prima parte, e dopo aver rivisto l’Album Marangone di TRC, la curiosità e, potrei dire  il vizio, della ricerca mi ha spinto a tornare sull’argomento. Per conoscere meglio la realtà che ci aveva descritto la signora Lucia, che va ricordato era una bambina, sono andato a sfogliare il Messaggero di quegli anni. L’azienda per le sue qualità e per l’importanza del suo proprietario trovò sempre una benevola sponda sui giornali dell’epoca. Così ho recuperato questo articolo di Lieto Leti, stimato fotografo con bottega in Corso Umberto, nel dopoguerra fra gli animatori dell’associazione cinefotografica, guidata da Carlo Toti. Alla data del 27 luglio 1941 il giornale reca un ampio articolo, di cui riporto i passi più interessanti, per ricostruire una storia credo non molto conosciuta.

«Paesaggi Civitavecchiesi. La tenuta del “Marangone”.

Bonifica integrale ed incremento autarchico. Profumi floreali e palpiti di vita hanno soppiantato la tirannia dell’incolto malsano e della zanzara malefica.

(…) Parecchi anni fa, una costruzione lunga e bassa come un inestetico scatolone gettato sul terreno brullo, accoglieva i condannati del Reclusorio di via Tarquinia, distaccati nella località per lavorare alle cave di pietra occorrente per la costruzione del nuovo molo a prolungamento del vecchio Antemurale Trajano. Poi, tale lavoro cessò e noi ricordiamo la visione apocalittica che ci appariva quando, da ragazzi, ci recavamo nelle adiacenze erbose per le passeggiate scolastiche o per quelle scorribande in allegre comitive giovanili, sfocianti nelle tradizionale merenda. Rivediamo ancora le oltre duecento buche residuate dai saggi fatti per trovare la pietra da asportare, a farne massi artificiali col calcestruzzo o di gettare così come venivano fuori nel fondo del mare per erigere le dighe frangiflutto o per far sorgere le piattaforme su cui costruire moli e banchine. Buche che si riempivano d’acqua nell’inverno e davano vita nell’estate a nugoli di zanzare che creavano l’ambiente definito come la “Malaria di Stato” da un deputato dell’epoca. Tutto attorno, lo sterpaio secco, scheletrico delle erbacce selvatiche riarse dal sole, fra le quali saltavano i rospi ed i grilli e si annidavano le serpi freddolose. E rivediamo nelle spianata arida e brulla il massiccio parallelepipedo che aveva contenuto i condannati e che ora si andava sgretolando al sole e alle intemperie, occhieggiando sinistramente dalle molte finestre basse e quadre, oberate dalle inferriate massicce. Visto dalla strada o dai finestrini dei treni che vi passavano vicino (…) il paesaggio brullo, che denotava l’incuria e l’abbandono, restringeva il cuore. (…) Di fronte, sul bordo della costa distanziata dal corso dell’Aurelia, allora polverosa e piena di sassi, la torre seicentesca che ospitava le vigili Guardie di Finanza».

È questo il territorio che l’eccellenza de’ Stefani sulla spinta della politica del governo voleva bonificare,  su cui dovette impegnarsi la volontà e l’ingegno di Mario Zanotti. La seconda parte dell’articolo, ovviamente, è un’esaltazione  dell’operato del regime: «È poi venuto il Fascismo rigeneratore; la Campagna Romana vide sorgere nel suo territorio una nuova intiera Provincia circondata di aie opime e di frutteti meravigliosi, dono delle terra resa ferace dalla bonifica ordinata dal Duce. (…) Così come la volontà e l’opera fascista hanno rigenerato la plaga abbandonata del “Marangone”, mettendola in linea con la feconda attività autarchica. Chi passa oggi lungo la strada non più polverosa ed irta di sassi tersa e lucente come una pista, giunto nel tratto ove l’Aurelia è stata rettificata, gode la vista magnifica di un insieme di colture e di costruzioni che hanno preso il posto dell’abbandonato reclusorio e delle erbacce rinsecchite. Un armonioso ingresso palladiano si apre su un viale di alberi ad alto fusto e dalla chioma prolissa, che adduce alla villa dalle linee architettoniche di squisita fattura ed alla quale si affianca la Chiesa che ogni domenica accoglie i rurali del podere per ascoltarvi la Messa (…). Tutt’attorno il colle che era un mare di sassi ed un groviglio di sterpi ricettacolo di serpenti, biondeggia di spighe d’oro che per ben due volte hanno già conquistato il premio ambito nella fascistissima Battaglia del Grano.n

Un vasta piana che nel passato era invasa dalle ramificazioni del torrente (…) è diventata una ferace sorgente di ogni ben di Dio. Carciofeto dalle decine di migliaia di piante, frutteto ricco di meli, peri, mandorli, peschi, albicocchi. Una sorgente di acqua fresca e potabilissima si è trovata proprio la di sotto del letto del “Marangone” ed un possente motore abilmente ubicato, ne aspira la linfa necessaria ad irrigare i terreni nei periodi di magra.

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Allevamenti razionali di vaccine, di conigli, api, di gallinacei, servono ad aggiungere ai prodotti ortofrutticoli carne, latte, miele, uova, cera e pelli alla alimentazione ed alle industrie. E non è stato facile per le asperità del terreno inospite e le riluttanze degli uomini timorosi di avventurarsi nelle zone malsane, ottenere i frutti di un lavoro tenace e una volontà indomita». Il merito di questa specie di Eden va alla tenacia dell’eccellenza de’Stefani: «La sua fede incrollabile nell’avvenire della zona che ha voluto risanare con ardimento giovanile e schiettamente fascista, hanno avuto ragione di tutte le difficoltà e gli donano la meritata soddisfazione del successo pieno. Quando l’illustre camerata sale sulla torre riabilitata anch’essa negli arredi  medievali non può non sentirsi soddisfatto dell’opera compiuta seguendo i dettami del Duce». L’azienda e la comunità. La Chiesa per le funzioni e la scuola, «per educare alla fede di Dio ed al culto delle alte idealità dello spirito ed alle sane fatiche culturali».

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È  la “Scuola rurale del Marangone” che trovo in un ampio articolo del Messaggero del 26 maggio 1942, scritto in occasione del primo saggio ginnico. Coordinata dalle camerate insegnanti Italina Remondi, che è la direttrice, e Carmela Bianco ha lo scopo di vincere l’analfabetismo ancora molto diffuso e di permettere la frequenza  agli alunni che trovavano molto difficile, se non impossibile, raggiungere a piedi le scuole in città. L’articolo racconta della gioiosa festa campestre in un ambiente suggestivo, nello «spiazzo al cospetto del mare; sotto la guardia della vecchia Torre costiera del “Marangone” (…); tutt’attorno  una stesura fiorita ed una cornice verde, di tricolore e di ginestra artisticamente disposta dall’arte sapiente del maestro giardiniere Vaccari che per lunghi anni ha dato l’opera sua ai giardini reali. E poi la policromia degli abiti indossati dal folto gruppo delle Massaie Rurali della zona». Ci sono i famigliari degli allievi e una folla di cittadini, sopraggiunta dal centro dopo una bella passeggiata. E poi l’elenco delle autorità, l’inno e il saluto al Duce. Il saggio ginnico consiste in “esercizi di marcia e contromarcia”, come quelli che facevamo noi liceali nell’ora di educazione fisica alla palestra del Pincio agli ordini del prof. Zingaropoli.

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«Il saggio è stato coronato da una graziosa esecuzione collettiva di una canzone campestre. (…) La manifestazione si è conclusa col canto degli inni fascisti, accompagnati dalla musica della GIL e poi il saluto al Duce ha risuonato nell’ambiente saturo di fede sicura e di volontà indefettibile fra i fedeli della terra dinanzi al mare che per virtù dei soldati italiani sarà finalmente libero e nostro per sempre».

SILVIO SERANGELI                                                                           —–>    Segue

***Le Le illustrazioni riportano in sequenza:  gli articoli del Messaggero a cui faccio riferimento, alcuni scorci della villa.

 

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