Civitavecchia e il Tricolore.

di ENRICO CIANCARINI ♦

Per il suo ruolo di porta marina di Roma, Civitavecchia è sempre stata oggetto di particolare attenzione durante il periodo risorgimentale da parte delle potenze europee. Nel porto attraccavano spesso navi battenti bandiera inglese, austriaca, russa e così via. I francesi erano di casa.

Il garibaldino e futuro presidente del Consiglio Francesco Crispi, nel suo intervento in Parlamento nel dicembre 1867, in cui affronta La quistione romana, illustra con chiarezza il ruolo della piccola cittadina portuale e anticipa quello che accadrà tre anni dopo:

Che i Francesi siano a Civitavecchia o a Tolone, poco importa. Finché Civitavecchia non sarà nostra, e noi non avremo il mare, i Francesi scenderanno nelle provincie romane tutte le volte che avranno interesse di farlo. Or bene, o signori, bisogna lavorare perché Civitavecchia venga nelle nostre mani, e si mantenga il diritto di non intervento stabilito ma sempre violato dalla Francia imperiale.

Nel decennio che va dalla proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) alla conquista di Roma (20 settembre 1870), Civitavecchia è luogo di uno scontro diplomatico e psicologico alquanto violento fra gli italiani e i papalini appoggiati dai francesi. L’oggetto principale della contesa è il Tricolore italiano. Negli anni in cui si realizza l’Unità italiana, i funzionari del papa, spalleggiati dagli ufficiali francesi, impediscono in ogni modo che il Tricolore sventoli all’interno dello scalo tirrenico. Non si vuole eccitare gli animi di quei civitavecchiesi che aspirano d’unirsi a Casa Savoia.

La bandiera rappresenta la nazione a cui appartiene, ne è il massimo segno di riconoscimento all’interno e all’esterno dei confini di uno stato.

Le prime bandiere governative italiane furono innalzate nella città il 17, una sul forte Michelangiolesco, l’altra sul palazzo del Comando ed appartenevano alla flotta alla quale il 17 stesso il generale Bixio le aveva addimandate; nel medesimo giorno si abbatterono gli stemmi pontifici”. Così il colonnello Attilio Vigevano nel volume La fine dell’Esercito pontificio (1920) registra il simbolico passaggio di consegne dallo Stato della Chiesa al Regno d’Italia avvenuto a Civitavecchia finalmente italiana il 16 settembre 1870 grazie alla flotta e all’esercito italiani al comando del generale e senatore Girolamo Bixio, detto Nino.

Il verde, bianco e rosso sono i colori del Regno di Sardegna dal 1848 e lo sono anche della Repubblica Romana del 1849. A testimonianza di quale valore i patrioti civitavecchiesi attribuiscono al Tricolore, simbolo vivo di unità nazionale, possiamo citare la poesia La Bandiera italiana (contemplandola inalberata sopra una nave sarda) – 1850. Quando la scrive Giuseppe Bustelli ha diciotto anni. Letterato poco conosciuto nella città natale, amante dello stile classicista, è associato alla Scuola romana di poesia, fu amico del Tommaseo e del Carducci. Bustelli pubblica la poesia all’interno di una raccolta di versi patriottici, Canti nazionali (la seconda edizione è stampata a Firenze nel 1859 da Le Monnier). La prima strofa recita:

Salve, o fulgente italico drappello,

Salve! Io rapito ti vagheggio e brillo,

Di rediviva speme; e, al patrio ostello

Pregando libertate, i voti immillo.

Simbolo di libertà e della patria italiana, è chiaro che non sia amata dai funzionari portuali e di polizia che vigilano sull’ordine pubblico a Civitavecchia.

In città deve esistere un movimento clandestino in qualche modo organizzato ed attivo che lavora affinché un giorno Civitavecchia e Roma diventino italiane. Lo prova quanto accede in occasione del quarantunesimo genetliaco di Vittorio Emanuele II il 14 marzo 1861 (tre giorni dopo sarà proclamato il Regno d’Italia):

Bello era questa mattina il vedere per tutte le vie di questa città quantità immensa di cartelli ove leggevasi a grosse lettere stampate: Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia. In ogni porta, in ogni canto erano incollati in maniera che i gendarmi pontifici han durato gran fatica a lacerarli; e quantunque abbiano principiato simile operazione prima di giorno, pure alle otto non avevano ancora finito. In tal guisa i buoni civitavecchiesi sprezzando i rigori della polizia pontificia hanno voluto festeggiare il giorno natalizio e la proclamazione del Re d’Italia, di cui in breve speriamo di poterci chiamare sudditi anche noi (Gazzetta del Popolo, 20 marzo 1861).

Il grave smacco che subiscono i papalini contribuisce a peggiorare di molto il clima che si respira in città. A questo aggiungiamo che Civitavecchia è una delle basi in cui opera non tanto segretamente l’ex corte borbonica che usa lo scalo tirrenico come retrovia del brigantaggio meridionale, inviando nelle province napoletane volontari, armi e soldi. Fra il governo italiano e quello pontificio le relazioni diplomatiche sono pessime.

Sempre sui giornali del 1861 leggiamo un articolo dell’11 agosto apparso su Il Pungolo che chiarisce quale aria si respira a Civitavecchia. Un bastimento da guerra italiano conduce nel porto pontificio il cardinale Sforza, arcivescovo di Napoli, diretto a Roma. Scrive il cronista:

il comandante fece dichiarare all’autorità papale che se non gli era permesso di avanzarsi sino al porto a bandiera spiegata, egli avrebbe tirato innanzi e condotto il cardinale a Genova. Il delegato dovette ingoiar la pillola. In un momento la città fu tutta sul porto a salutare i sospirati tre colori”.

Certamente c’è dell’entusiasmo patriottico in quanto scrive il giornalista ma risulta lampante quale sentimento alberga in molti civitavecchiesi.

Non sempre gli italiani riportano la vittoria, anzi più delle volte debbono sottostare alle imposizioni dei pontifici. Nel 1862 il vapore Principe Umberto è costretto ad attraccare a Civitavecchia per rifornirsi di carbone. Il mare è agitato, difficile entrare nello scalo, viene richiesto un pilota ma non arriva. Alla fine il bravo comandante riesce ad entrare: “gli fu subito intimato di abbassare la bandiera”. Il giornalista di La Campana del Popolo, stampato a Napoli avverte che

Risiede a Civitavecchia un certo Galera in qualità di console di Francesco II; or costui non solo esige in nome del suo re i diritti consolari da qualunque capitano della nostra marina mercantile, ma impone a tutti di abbassare la bandiera tricolore, e d’inalberare l’altra borbonica.  Il Galera infine legge i passaporti dei Napoletani, vi appone la vidimazione, i bolli, ed a questo procedere tengono mano le autorità francesi e papaline.

 A fronte di “umiliazioni e vergogne” il giornale napoletano esige l’intervento deciso del governo italiano nei confronti di quello francese. In un numero successivo dello stesso giornale è riportato che “la Francia avrebbe risposto al nostro governo relativamente ai lagni per le vessazioni a cui vanno soggetti i legni di bandiera italiana in Civitavecchia, che dessa è estranea alle misure che il governo pontificio può aver preso a questo riguardo. Veramente non so come e quando il nostro governo possa tenersi soddisfatto di questa risposta. Mi sembra che il protettore dovrebbe occuparsi un po’ di più delle azioni del suo protetto”.

Un anno dopo è il vapore Mongibello, ad essere costretto a riparare a Civitavecchia per un guasto alle macchine, e a subire lo sfregio alla bandiera italiana: “alla vista dei tre colori tutte le autorità pontificie montarono su tutte le furie, e se il Mongibello pur volle entrare in porto, dovette calar la bandiera, tra le vociferazioni di tutta la papalina bordaglia” (L’Italiano 22 agosto 1863).

Sono alcune delle cronache che abbiamo rintracciato con una veloce ricerca su Internet ma gli scontri per abbassare il Tricolore nel porto di Civitavecchia devono essere stati numerosi ed accesi.

Il più famoso avviene nel 1866 e vanta l’onore di un dibattito parlamentare a Firenze, allora capitale del Regno sabaudo.

Il 22 gennaio 1866 il principe Oddone di Savoia, quarto figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, duca di Monferrato, muore a Genova all’età di 21 anni, pianto da tutta la Nazione per la sua sfortunata esistenza segnata da una grave malattia genetica e da una forma di nanismo che però non gli impedì di navigare e di intraprendere approfonditi studi su svariate materie, scientifiche ed artistiche, tanto da trasformare il Palazzo Reale a Genova, sua dimora, in un apprezzato salotto culturale.

La notizia del lutto reale si diffonde rapidamente nel giovane Regno d’Italia tanto che arriva anche nel piccolo porto pontificio di Civitavecchia dove è attraccato il Nuovo Cesare, bastimento di proprietà del signor Francesco Burattini di Ancona. Il capitano Federico Amadio ricevuta la luttuosa notizia “credette suo debito di ordinare al suo bastimento il lutto per tre giorni”. A tale manifestazione si oppone aspramente il capitano del porto di Civitavecchia che ordina ai marinai italiani di ammainare i segnali del lutto minacciando di intervenire con la forza in caso d’inadempienza.

Chi rievoca l’episodio alla Camera dei Deputati del Regno, allora ospitata a Palazzo Vecchio a Firenze, è il generale garibaldino Girolamo Bixio detto Nino, sempre attento a quello che succede a Civitavecchia dopo la triste esperienza vissuta nell’aprile del 1849 quando da solo si batté per impedire lo sbarco delle truppe francesi inviate contro la Repubblica Romana del Mazzini.

Il 26 febbraio 1866 Bixio presenta un’interpellanza al Ministero della Marina, allora retto dal generale Diego Angioletti, in cui al punto 1 chiede i motivi del saluto dato da una divisione navale italiana alle autorità di una nazione (l’Austria-Ungheria) con cui siamo in rottura diplomatica; e al punto 2 domanda chiarimenti “per gli insulti e le violenze usate dalle autorità di fatto di Civitavecchia ad un bastimento nazionale”.

I Rendiconti del Parlamento italiano. Sessione del 1865-66. IX Legislatura registrano che l’interpellanza del deputato Bixio “circa il saluto alla bandiera austriaca, e intorno a uno sfregio alla bandiera italiana nelle acque di Civitavecchia” è dibattuta in aula il 10 marzo 1866.

Bixio espone i fatti accaduti nello scalo civitavecchiese mettendo subito in luce un particolare:

al bastimento prima ancora d’entrare in Civitavecchia era stato proibito di alzare la bandiera italiana, ed imposta a bordo la bandiera pontificia, perché se ne servisse invece della nazionale. Quando il capitano ordinò il lutto, dispose in modo che la bandiera pontificia non fosse alzata; e invece di alzare la bandiera nazionale, alzò i segnali di bordo agli alberi di trinchetto e di maestra.

Il primo giorno passò senz’alcuna osservazione dell’autorità; al secondo giorno il capitano del porto mandò a bordo del bastimento per sapere che cosa erano quei segnali di lutto.

Il secondo che era a bordo disse essere starti messi per la morte di un principe d’Italia; allora gli fu imposto di abbassare immediatamente quella bandiera, e di drizzare i pennoni; il secondo si credette in debito di rispondere: non lo faccio perché non lo voglio fare, e perché non lo posso fare; andate dal capitano del bordo e fatemi mandare degli ordini per l’imbarcazione.

A terra il capitano del bordo si reca a protestare dal capitano del porto che gli risponde: “se si tratta di un lutto di famiglia vostro particolare, non mi oppongo, ma se si tratta di un lutto per un principe d’Italia, figlio del re, non solo non ve lo permetto, ma mando a bordo e faccio ammainare la bandiera dai soldati, dai marinai del porto. E così fece; malgrado le proteste del secondo e del capitano fu ammainata la bandiera violentemente, si drizzarono i pennoni, si minacciò di portare il secondo in fortezza”.

Dopo aver esposto i fatti, Bixio inizia un lungo ragionamento su quanto accaduto. Il papa è una potenza debole “ma, signori, se i deboli avessero diritto di insultare il forte, allora a che pro esser forti?”. I colleghi deputati apprezzano e ridono alla battuta del garibaldino che prosegue:

Certo è che non c’è soltanto il papa a Civitavecchia, ci sono i Francesi, i quali hanno evidentemente una responsabilità dell’accaduto. […] Ma bisognerà pure che l’Italia faccia sentire una volta la sua voce. Il Ministero deve pensarci, e l’opinione pubblica deve imporgli di far rispettare dappertutto la bandiera italiana. Una soddisfazione è necessaria; bisogna che i nostri marinai abbiano la fiducia di vedere la bandiera nazionale rispettata, fiducia che è il più bel premio delle loro fatiche.

Alla lunga e vivace discussione intervengono altri deputati, alcuni ministri e anche il presidente del Consiglio Alfonso La Marmora. Sarebbe lungo e monotono riportare il tutto, mi limito a ridare la parola al solo Bixio, che dichiara “che la nostra bandiera si saluta da tutti e non s’inchina davanti a nessuno” e ricorda un altro episodio simile con protagonista il Gulnara, la prima nave da guerra a vapore del Regno di Sardegna (la gemella si chiamava Ichnusa), su cui fu imbarcato da giovane come allievo pilota. L’avviso fu protagonista di varie spedizioni navali durante le guerre risorgimentali e ormai, nel 1866, era adibito alla sorveglianza delle coste pontificie onde evitare eventuali sbarchi di garibaldini disposti alla morte per occupare Roma e per controllare che dallo scalo pontifico partissero navi con a bordo volontari e rifornimenti per il brigantaggio meridionale. Non sappiamo quando sulla nave italiana salgono i funzionari pontifici per intimare che fosse abbassata il Tricolore:

La Camera ha applaudito quando udì la risposta del comandante della Gulnara a quei tali che si erano presentati per farle abbassare la bandiera: “la bandiera italiana non si abbassa”, e sta bene, applaudii anch’io. Io dico la verità, però quando il capitano del porto, o chi per lui, mandò un canotto alla Gulnara (e suppongo che l’abbiano mandato con quei modi urbani con cui si comunica con un bastimento da guerra), ecco ciò che io avrei desiderato: che il capitano della Gulnara avesse preso quel tristo messaggero chiunque si fosse, anche un ufficiale, e lo avesse fatto mettere ai ferri, e quella lancia che l’aveva insultato l’avesse colata a fondo, e la corvetta pontificia da cui partivano gli ordini presa alla rimorchia e portata via. (Si ride)

Quello è il modo di regolarsi con la gente insolente, quando uno ha l’impudenza di andare a bordo di un bastimento da guerra ad intimargli di calar la bandiera!

Il 16 settembre 2020 in occasione dei centocinquanta anni di Civitavecchia italiana il Tricolore non ha sventolato in città. Anche nel 1970 sembra che Civitavecchia non celebrò il fatidico anniversario. La memoria del Risorgimento non è più un valore condiviso da tutta la comunità. Da novant’anni la Festa dell’Unificazione nazionale non si festeggia più per decisione di Mussolini, spinto a ciò dal Vaticano. Il duce decise di cancellare dal calendario ufficiale dello Stato la festa del XX settembre, istituita nel 1895 da Crispi, e sostituirlo con l’XI febbraio, data in cui firmò i Patti Lateranensi. Negli anni la Chiesa ha riconosciuto come fatto provvidenziale la perdita del potere temporale su Roma e il resto del Lazio; alcuni deputati hanno proposto di reintrodurre la festa nazionale o almeno civile per permettere l’esposizione ufficiale della Bandiera nazionale.

Con questi scritti ho voluto celebrare nel mio piccolo quel lontano 16 settembre quando la flotta e l’esercito italiano entrarono in Civitavecchia e il Tricolore iniziò a sventolare sulla città.

Sembrerò retorico ma voglio chiudere questo breve saggio con queste parole:

Viva il Risorgimento e l’Unità dell’Italia.

ENRICO CIANCARINI