Si fa presto a dire giallo… 1. Il social drama: un genere per niente minore

di SIMONETTA BISI   e NICOLA R. PORRO ♦

Grazie ai lavori recenti di Marina Marucci, Piero Alessi e Bruno Pronunzio, nonché alla fortunata e ormai copiosa produzione di Gino Saladini, la giallistica sembra essersi saldamente insediata nell’area di elezione del nostro blog. [1] Le interviste concesse al blog dagli autori hanno anche segnalato un’attenzione non estemporanea al fenomeno, rivolta non solo alle differenze tipologiche dei prodotti letterari (generi e sottogeneri della giallistica), ma anche al loro retroterra socio-culturale e alle variegate preferenze del pubblico.

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Noi ci siamo presi la briga di contarli: centosette. Tanti sono, a insindacabile parere di Wikipedia, i “giallisti” italiani in servizio attivo. O meglio: solo quelli che hanno pubblicato, in anni recenti, almeno un romanzo di un genere letterario ingenerosamente liquidato come minore ma per la sua popolarità indispensabile a far quadrare i bilanci di tanti editori piccoli e grandi. Un genere di largo consumo, insomma, che si è però specializzato e differenziato nel tempo gemmando una quantità di varianti: giallo classico, noir, thrilling, psycho-thrilling, poliziesco d’ambiente, horror noir ecc. ecc. Pochi Paesi presentano una molteplicità di autori, di personaggi e di ambientazioni paragonabile a quella italiana. Critici autorevoli – come Luca Crovi nella sua aggiornatissima Storia del giallo italiano (Marsilio, 2020) – fanno addirittura della giallistica una specie di reagente della nostra cultura sociale e delle sue mutevoli varietà antropologiche. L’Italia può già vantare come Paese tre o quattro diverse generazioni di autori. Ci sono i grandi, i meno grandi, gli specialisti, gli occasionali e i semplici artigiani del budget. Vorremmo qui tracciare uno scenario di massima per concentrarci un’altra volta sul filone più affine alla nostra sensibilità. Evocato dal modello antropologico del Social Drama – elaborato da Victor Turner nei primi anni Settanta -, ci sembra quello più idoneo a indagare la relazione fra la storia narrata, l’ambiente sociale che descrive e le trasformazioni che interessano la comunità coinvolta [2], prescindendo dal pregio letterario delle singole opere che va ascritto al talento degli autori e non al format narrativo prescelto.

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La prima stagione del poliziesco nazionale viene datata a fine Ottocento – il modello sono i feuilleton francesi, ambientati di solito in una Parigi assai fosca – per concludersi idealmente nel 1929 quando la Mondadori darà vita ai leggendari Gialli Mondadori. Ideati da Lorenzo Montano, rappresenteranno una rivoluzione editoriale a raggio europeo.[3]Il successo dell’esperimento infastidì non poco il MinCulPop, preoccupato che storie di sangue e violenza scalfissero l’idilliaca immagine dell’ordine fascista propagandata dal regime. Per amore o per forza, i lettori italiani si rivolgeranno alla produzione straniera, non di rado di eccellente qualità e con effetti di ritorno importanti. Negli anni Venti e Trenta, infatti, la scoperta dei maestri anglosassoni accelererà l’emancipazione dall’originario imprinting francese e rappresenterà l’opportunità per lettori e potenziali autori italiani di misurarsi con inediti linguaggi e strategie narrative. [4] Caduto il regime, i giallisti italiani avrebbero però continuato a imporsi una specie di autocensura, rinunciando spesso a scandagliare in profondità l’universo esteso e scottante della criminalità organizzata. Lo osserva Giacomo Papi nel suo Atlante degli investigatori italiani [5], evidenziando il confronto stridente con la vasta produzione dedicata alle mafie, nell’Italia del secondo Novecento, da parte di saggisti, giornalisti d’inchiesta, registi cinematografici e produttori televisivi .[6]  Bisognerà aspettare i primi anni Sessanta, quando Sciascia pubblica Il giorno della civetta, e, qualche decennio più tardi, la fluviale produzione di Camilleri – dove peraltro le famiglie mafiose dei Cuffaro e dei Sinagra fanno da defilata retrovia alle investigazioni del commissario Montalbano – perché la criminalità organizzata trovi nei nostri gialli lo spazio corrispondente alle sue obiettive dimensioni.

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Forse per timore di dar vita a una contaminazione indebita con la letteratura di impegno civile, nella sua seconda stagione la nostra giallistica si concentrerà così sulla sperimentazione narrativa. Si annuncerà negli anni Sessanta quel filone dei gialli “territoriali” che nei decenni successivi – segnati dal crescente impatto della produzione cinematografica e radio-televisiva – assumerà proporzioni editoriali, commerciali e di costume via via più vistose. Si svilupperà anche una progressiva diversificazione interna al genere. La contaminazione con la televisione, in particolare, farà la fortuna di produzioni di importazione (come la serie televisiva dedicata a Perry Mason) [7],  di rivisitazioni nazionali dei classici della giallistica estera (le Inchieste del Commissario Maigret, ispirate ai racconti del belga francofono Georges Simenon e interpretate da Gino Cervi, andranno quasi ininterrottamente in onda dal 1964 al 1972) o di invenzioni nostrane, come il tenente Sheridan impersonato con successo da Ubaldo Lay. [8] L’incontro fra letteratura gialla e offerta radiotelevisiva, seppure ancora in regime di monopolio Rai, darà un forte impulso alla popolarizzazione del fenomeno. Consentirà anche di tracciare alcune sommarie linee di demarcazione fra il poliziesco classico, l’emergente giallistica d’ambiente e i prodotti gemmati dall’impatto con i media. Sino a sperimentare – anche questa volta in anticipo sugli altri Paesi – la sottocollana dei Radiogialli Mondadori (ça va sans dire) e a delineare una prima galleria di idealtipi, esperienze originali di bricolage e persino di contaminazione di strumenti mediatici.

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Il giallo classico contiene sempre come ingrediente base un’investigazione mirante all’individuazione del responsabile di un crimine e del movente di questo. Quasi sempre il caso è risolto tramite intuizioni ispirate a una procedura mentale che non dovrà mai contraddire i fondamentali del genere: l’applicazione di una metodica rigorosa, talvolta propriamente “scientifica”, una ricostruzione deduttiva dei fatti e la capacità di coinvolgere il lettore, quasi incalzandolo, negli sviluppi dell’indagine . Il successo di questo format è legato proprio a un coinvolgimento psico-emotivo che genera attesa (suspense). Agatha Christie e Arthur Conan Doyle sono considerati i maestri del genere. Fra gli autori contemporanei è esemplare un caso come quello di Margaret Doody, scrittrice e studiosa di filosofia classica, che ha sperimentato con successo un singolare quanto accattivante giallo storico, protagonista Aristotele e il suo Metodo.

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Secondo alcuni studiosi del fenomeno, il poliziesco (denominazione di origine francofona) andrebbe invece considerato quel sottogenere del giallo in cui, come nella detective fiction anglosassone, assume un’assoluta prevalenza la pura narrazione delle indagini. Il genere (o sottogenere) non propone quasi mai protagonisti eccentrici: a condurre e risolvere il caso sarà sempre un organo di Polizia deputato. [9]  La filosofia implicita del poliziesco è quella dell’ordine sociale: il crimine si identifica in toto come una sfida sovversiva alle istituzioni e alla convivenza civile. La distanza sociale fra buoni e cattivi è abissale, non mancano echi lombrosiani.  Il bulgaro Cvetan Todorov ne ha tuttavia proposto un’ulteriore classificazione in tre tipologie: quella riconducibile al tradizionale giallo deduttivo (Whodunit), la variante Thriller, e quella che privilegia la Suspense. Subito dopo la Seconda guerra mondiale, un appassionato italo-francese, Nino Frank, introdusse la definizione di noir per descrivere un genere poliziesco a tinte forti, spesso di ambientazione notturna. Più che nel giallo e nel poliziesco classico varia il profilo dei protagonisti, non di rado identificati nella figura del criminale invece che in quella del detective. Ricorrente è una rappresentazione non moralistica dell’universo sociale. Degrado sociale e corruzione fanno da sfondo alla rappresentazione di quel “rovescio della medaglia” ignorato dalla filosofia “order and law” del vecchio poliziesco. Saranno sempre investigatori atipici e non di rado “ribelli” a risolvere i casi e non è detto che a trionfare sia sempre la legalità “borghese”.

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In Italia il caso più rappresentativo di questo filone è quello di Marco Vichi, ideatore di un personaggio atipico come il commissario Bordelli. I riferimenti obbligati sono Jean-Claude Izzo e James Ellroy, una singolare figura di ribelle (ma di idee provocatoriamente ultraconservatrici), autore di best seller come la Tetralogia di Los Angeles (quattro romanzi noir pubblicati fra gli Ottanta e i Novanta) e poi la Trilogia americana Underworld del decennio successivo. La letteratura francofona, area in cui la «Série Noire» di Gallimard, promossa da Marcel Duhamel, ha assolto (con dieci anni di ritardo) le funzioni dei nostri Gialli Mondadori, ha prestato alla cinematografia anglosassone il termine noir. Con il quale si indicheranno produzioni fortemente drammatiche, con insistente ricorso alla violenza e a vicende criminali a tinte forti. Sempre negli Usa è venuta emergendo, a partire dagli anni Novanta, una tipologia a metà strada fra il giallo classico e il noir. Il genere, inaugurato da Dashiell Hammett alla fine degli anni Venti, sarà rilanciato, un decennio più tardi, da Raymond Chandler. Prevede un detective che spesso combatte la criminalità con mezzi poco ortodossi, un racconto incalzante, un fitto succedersi di colpi di scena. La densità narrativa fa premio sulla stessa soluzione dell’enigma e dell’impianto logico-deduttivo, privilegiati invece dai giallisti europei. Compaiono sovente personaggi psicotici, serial killer, personalità sadiche e borderline. James Hadley Chase e James M. Cain sono fra gli esponenti maggiori di questo filone. [10]

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Un thriller nell’accezione corrente del termine consiste, invece, in un racconto fitto di suspense. Adattato inizialmente alla radiofonia, si giova di una recitazione capace di generare il giusto grado di stress ansiogeno nell’ascoltatore. Rappresenterà però il prodotto cinematografico per antonomasia, usando le le immagini per eccitare la tensione indotta dal racconto. La traduzione letterale del termine lo associa all’idea di eccitare, procurare brividi. A differenza delle altre varianti del genere, il fruitore che legge, ascolta o assiste deve disporsi a sperimentare un crescendo spasmodico di tensione. In quanto giallo di suspense, questo idealtipo si presta a generare varie sottospecie (il legal, il medico, quello d’azione o, di recente, quello ispirato a rischi e risorse delle tecnologie). Il lettore è immaginato come un page-turner impegnato a sfogliare compulsivamente le pagine del racconto per scoprire “come va a finire”. Richiede agli autori un alto grado di maestria narrativa e registica pur essendo frequente il ricorso ad artifici ed espedienti ben collaudati e raramente originali. Ebbe origine nella stagione fra le due guerre mondiali, avendo per scenario preferito le grandi città statunitensi e per protagoniste bande di gangster e reti criminali mafiose. Fra le grandi firme del thriller e della sceneggiatura compaiono autentiche star come Orson Welles, Patricia Cornwell, Jeffery Deaver e Ken Follett.

A noi interessa però stringere l’obiettivo sul caso italiano e sulla fioritura sin dagli anni Ottanta-Novanta del fenomeno dei “gialli a chilometri zero”. Proveremo a farlo in una prossima occasione.

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SIMONETTA BISI      NICOLA R. PORRO

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[1]Ci scusiamo per qualche involontaria dimenticanza.
[2]Il riferimento obbligato di questa riflessione è al classico saggio di Victor Turner, Dramas, Fields, and Metaphors: Symbolic Action in Human Society, Cornell University Press, Ithaca/London 1974. Adottandone la prospettiva si comprende perché un esempio ineguagliato di thriller storico come Il nome della rosa, ambientato da Umberto Eco in un’immaginaria abbazia benedettina del XIV secolo, non sia qui oggetto di una menzione diretta.
[3]Proprio il colore delle copertine Mondadori suggerirà la denominazione di “gialli”, adottata solo in Italia differenziandoci dalle denominazioni prevalenti in area francofona (roman policier, polar), tedesca (Detektiveroman o Krimi, abbreviativo di Kriminalroman), spagnola (novelas de suspenso) o slava, dove è più frequente il richiamo alla categoria di detective o di storia nera. Più varia e fantasiosa è la casistica in area anglosassone, alludendo a sottogeneri già abbastanza codificati. Tre tipologie richiamano alla nozione di detective (detective fiction, story, novel), altre a quella di mystery (come mystery story) o di crime (crime story e simili).
[4]Oltre alla riscoperta di Edgar Allan Poe e di Arthur Conan Doyle, vengono tradotti in quegli anni i lavori di grandi firme come Agatha Christie, Dashiel Hammett, Francis Iles, Dorothy L. Sayers, James M. Cain ed Edmund Clerihew Bentley. Presto si affermerà un’autentica star del genere come Raymond Chandler.
[5]Giacomo Papi, Atlante degli investigatori italianiIl post Libri, 2 maggio 2016. URL consultato il 18 settembre 2020.
[6]Alcuni prodotti televisivi – come la Piovra, in onda dal 1984 al 2001 – diverranno oggetto di culto anche all’estero.
[7]La serie di Perry Mason, importata dagli Usa nel 1959 e mezzo secolo dopo spettacolarmente rivisitata dalle pay tv, rappresenta il primo esempio di legal drama e di un divismo tv associato all’attore canadese Raymond Burr.
[8]Si tratta di una produzione interamente italiana ma ambientata in una improbabile San Francisco. Lanciata nel 1959, rappresenterà nei primi anni Sessanta il piatto forte della serie televisiva Giallo club. Ubaldo Lay, non ancora promosso Tenente Sheridan, aveva tuttavia già prestato la propria voce ai primi racconti radiofonici di genere, con letture dalle opere di E.A. Poe.
[9]Fa eccezione, fra i Venti e i Trenta, il personaggio di Ellery Queen, ideato dai cugini Frederick Dannay e Manfred B. Lee, che veste i panni dell’investigatore per caso ma è pur sempre il figlio genialoide di un poliziotto di New York.
[10]Le fortune televisive del tenente Colombo riflettono un po’ questa tipologia, mentre la più recente produzione tedesca, dedicata fra il 1974 e il 1998 al misurato e riflessivo ispettore Derrick, descrive trame e personaggi diametralmente diversi.