Tricolore stracciato

di SILVIO SERANGELI

Come eravamo belli, impettiti e fieri con il tricolore al balcone, e i canti, i coperchi delle pentole e ce la faremo. Belli e senz’anima come faceva il ritornello di una canzone. Lo strazio del tutto chiuso e la pia illusione che la pandemia ci avrebbe resi migliori e che tutto sarebbe stato meglio di prima con le stelline di Trilli Campanellino a compiere il miracolo. Ma quale tricolore, quale solidarietà. Il gregge è rimasto quello di sempre, senza l’immunità che qualcuno sperava. Siamo tornati all’antico con i tanti vizi e le poche virtù. E siamo molto provati, esausti, e stracciati come qualche tricolore superstite dei bei tempi. C’è un vuoto intorno a noi che non riesci a superare. E’ come se andassi a mare e non lo trovassi più: solo sabbia e scogli. Tutti a testa bassa, indistinguibili con la mascherina, e se incroci qualcuno in spazi stretti, ti scansi: non basta la mascherina, non si sa mai. Manca l’allegro vociare nelle sale d’aspetto, sono troppo rischiosi i capannelli fra i banchi del mercato, le partita di calcio in tv sono un film muto perfino noioso,  come il Tour de France anestetizzato.  Parlo dall’emisfero delle persone consapevoli e coscienti, che continuano a indossare la mascherina, sempre e dovunque, che evitano saggiamente i luoghi affollati e che, alle notizie allarmanti dalla cloaca smeralda, vorrebbero prendere in mano un randello e spezzarlo sulle schiene artisticamente tatuate dei tanti furbi che per loro il virus è una montatura e bevi fuma balla e sballa. Tanti sacrifici, mal di testa da chiusura in casa, e giornate passate nell’ansia davanti alle repliche televisive, mille cautele e un piano strategico dei movimenti perfino per andare a prendere due rosette e un litro di latte.  E questi mandano tutto all’aria. Povere signorine di bella presenza, tutte con le labbra da pesce d’acquario, con le facce tirate, che si lamentano perché non sono stati fatti i tamponi. Poverini gli infettati che sgomitano per farsi pubblicità col virus, e loro non lo sapevano, sono indignati e mettono l’avvocato. E poveretti quelli in fila con i suv milionari in quel di Cortina per farsi il tampone dopo una scampagnata delle loro all’aria aperta. E poveretto il coglione patentato, proprietario del locale esclusivo vip cloaca smeralda che si fa curare  per una prostata ai polmoni e magari t’infetta il cav. con tutto il clan, odalisca badante compresa, che poi non è vero, ma il cav. finisce all’hotel della salute d’eccellenza del fido pizzangrillo che risciacqua meglio di una Candy, perché il virus è clinicamente estinto. Ahiaiaiaiai! E giù dirette, e giù litanie bene auguranti e false. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di classismo d’altri tempi, di chi rimira dal basso le fortune degli agiati. È soltanto il pensiero comune  dell’emisfero  del buon senso, di quelli che si sono sacrificati e continuano a stare attenti, magari pensando che c’è chi rischia il contagio non per uno sballo di gruppo di quelli cari al mondo salviniano, ma perché lavora in fabbrica o sta alla cassa di un supermercato. Di fronte a dichiarazioni tipo: non mi sono resa conto, pensavo ci fossero controlli, mi viene da pensare che se fossi un’infermiera, di quelle che stanno tutto il giorno con tuta e mascherina a trenta gradi,  il tampone saprei dove metterglielo. E i giornali, le tv corrono appresso a questo gregge di nullità, in questo circo nazionale, dimentico del tricolore, fatta eccezione della melona in bella posa: costume e mascherina missina senza fiamma. C’è pure chi ha paura della bua dell’ago, ed è una parte degli insegnanti che, ricordo bene, come me hanno giurato fedeltà allo stato tenendo stretto il tricolore. È durata molto poco la sbornia nazionale: dopo un battito di ciglia, tutti in ordine sparso e in perenne campagna elettorale. Ma c’è chi sta male di testa e di saccoccia.  Poco interessa non tanto ai governanti che ce la stanno mettendo tutta, nonostante gli errori che la situazione eccezionale può provocare, con la Francia che pensa seriamente a richiudere tutto. Il circo mediatico è il male peggiore. Un virus che colpisce il buon senso e la ragione ormai da decenni, che ha origine non dai pipistrelli cinesi ma dalle tv del cavaliere e che si è propagato a gran parte dell’informazione. Non c’è vaccino. Prendete la tragica vicenda che ha colpito la famiglia di Caronia: la madre che si allontana sconvolta dopo l’incidente con il bambino in braccio e la scoperta della loro morte. Un lutto che strazia una famiglia e una comunità. Ma attenzione:  a scatenarsi non sono stati soltanto i maiali selvatici che popolano la fitta macchia. Dove la mettiamo l’informazione, e le dirette, e le interviste al citofono, e le ricostruzioni? Fiat-Repubblica, sempre a caccia di dossier passati da mani amiche,  ha dispiegato un esercito, copiando lo stile distaccato della Cronaca Vera che sfogliavamo dal barbiere. Peccato che Porta a Porta sia in ferie, perché la boa galleggiante di Bruno Vespa avrebbe organizzato un bel salotto col plastico del tratto dell’autostrada e della macchia. E giù chiacchiere e accuse e tanto protagonismo dei cosiddetti esperti. Ricordate il caso Cogne e la faccia di bronzo dell’avv. Taormina? Pensavo a cosa s’è perso la barbarella D’Urso, anche lei in ferie, sembra lontana dalla cloaca smeralda. Non c’è più ritegno neppure di fronte alla morte.  Adesso il lutto si supera in un battibaleno con gli applausi e i palloncini, le interviste di fronte al codazzo dei trepidanti paladini dell’informazione. Neppure il tempo di onorare la memoria delle vittime e partono le dichiarazioni, si assale letteralmente il magistrato per estorcergli notizie che non può dare, e arrivano gli avvocati a fare gazzarra. Tutti esperti di macchia mediterranea e di animali selvatici. Provate a non perdervi nella macchia della Tolfa e auguratevi di non incontrare un branco di maiali. Ma loro stanno lì col microfono e il taccuino, alla ricerca del  colpevole di turno: questa volta i pompieri, l’altra volta la protezione civile, fino al governo. È il circo mediatico che comanda: da tempo i processi con sentenza spettacolare e cervellotica si fanno in tv e sui giornali. E magari, come è capitato in questi giorni, la diagnosi del ricovero del vip amico del cav., che soltanto  lui lavora, viene fatta in diretta televisiva dall’amichetta del cuore. Ma quali medici! Ma quali giudici! Ma quale spirito nazionale e  responsabilità! La pandemia, che continua a scialare in tutto il mondo è come se fosse stata archiviata, e quando ci si scontra con la realtà, allora è un’ottima occasione per fare propaganda. È il caso della riapertura delle scuole. Una passeggiata da programmare per tempo con tutte le figurine incollate al loro posto. Le aule, i banchi, i trasporti: che ci vuole?! Ma sapete in che condizione era la scuola italiana prima della pandemia? Ci siete mai entrati signori della stampa e della tv? Avete mai partecipato ai collegi dei docenti trasformati in riunioni di condominio? Avete mai provato a buttare giù l’orario delle lezioni senza scontentare nessuno? E i cari genitori pronti alla denuncia li avete mai conosciuti? È   una visione troppo negativa? È lo straccio tricolore che continua a stracciarsi, mentre trionfa lo sfascismo che si augura il peggio. Così il problema non è l’evitare di infettarsi e vedersi ficcare un bel tubo in bocca, ma non aver più il compagno di banco. Ovviamente non  manca  l’ennesima intervista al tuttologo Carlo Verdone, che non se ne può più.

SILVIO SERANGELI