Referendum: le ragioni per dire no

NICOLA R. PORRO

Non mi piace la fatalistica indifferenza che circonda il referendum di settembre sul taglio dei parlamentari, quasi si trattasse di un’incombenza da spicciare in fretta senza troppo lambiccarsi il cervello anziché di un fatto politico e istituzionale rilevantissimo. Nessuna democrazia occidentale, infatti, ha operato una contrazione della rappresentanza parlamentare tanto drastica e tanto sbrigativamente. Privato di informazioni di dettaglio e di un confronto nel merito, gran parte dell’elettorato potrebbe assecondare la demagogia dell’ovvio: chi oserà opporsi al taglio dei costi della politica? Che difenderà un Parlamento pletorico? Chi si opporrà a limitare i privilegi della casta? Sta così passando come una specie di atto dovuto una gigantesca marchetta pagata a un Movimento cinquestelle bisognoso di recuperare un po’ dei consensi perduti. Intenzione legittima se solo si accompagnasse allo sforzo di sciogliere i nodi delle proprie contraddizioni e alla fatica di costruire un ceto politico all’altezza delle responsabilità conferitegli dagli elettori. Il Movimento ricorre invece a un’endovena di antiparlamentarismo che nulla ha a che vedere con l’esigenza, propria di ogni democrazia parlamentare, di aggiornare, potenziare e se necessario riformare i propri strumenti di rappresentanza e governo. 

2_poltrone

La composizione farmacologica e l’effetto atteso dell’endovena populista sono gli stessi di sempre: simulare un sonoro ceffone alla casta, riscuotere qualche applauso, riacchiappare (forse) qualche voto in fuga. Del delicato equilibrio che presiede alle istituzioni parlamentari importa poco o nulla. E troppo pochi e troppo timidamente, a onor del vero, hanno avanzato dubbi e sollevato questioni di sostanza. Disarmo politico e intellettuale? Paura di sfidare l’impopolarità? Ragioni di pura convenienza tattica? Oppure ha ragione Francesco Cundari [1]quando si domanda se l’apparente rimozione collettiva del problema non manifesti una sorta di involuzione antropologica della nostra cultura sociale. Rimosso dall’immaginario pubblico, questo referendum è a misura di un Paese invecchiato, acrimonioso, rassegnato alla stagnazione. Incapace di pensare in grande e persino di desiderare un futuro sottratto agli umori mefitici, agli armamentari dell’invidia sociale, al trito repertorio di slogan, pregiudizi e paure che condensa la subcultura dei nostri populismi di lotta e di governo. Ai quali non manca neppure la faccia tosta: non militavano nelle fila di Lega e Cinquestelle quei tre parlamentari – beneficiari del bonus destinato ai più bisognosi – adusi a sbracciarsi per il «taglio delle poltrone» e di ogni privilegio dell’odiata casta? E in quali acrobazie logiche non si sono in questi giorni cimentati i cacicchi cinquestelle non per favorire la “circolazione delle élite” bensì per prolungare i propri mandati nelle istituzioni, per esempio con la sublime ideazione del “mandato zero”? 

I promotori del referendum vorrebbero convincerci che la democrazia rappresentativa costituisca solo un problema di costi e di poltrone da tagliare: un deprimente ritorno agli spiriti animali del primo grillismo, quello che voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, quello dell’”uno vale uno” che tanto ha contribuito a degradare la già non eccelsa qualità del nostro ceto politico. Non può sfuggire la logica sottintesa all’operazione referendum: cosa di meglio per distrarre l’opinione pubblica dal fallimento della palingenesi populista che eccitare ancora una volta gli spiriti animali anticasta? Allo scopo serve trasformare una delicata e complessa questione, che riguarda la qualità della politica, in un rozzo e banale problema di quantità. Una volta ridotto il numero degli ingordi e superflui parlamentari, chi oserà interrogarsi sulla ben più cruciale questione dell’allarmante degrado qualitativo della rappresentanza? Non riesco nemmeno più a sorridere, per fare un esempio recente, di un dirigente di primo piano del Movimento che invia la propria solidarietà al popolo libico per la tragedia patita dalla capitale libanese. Ma è altissimo il prezzo che l’Italia sta pagando per aver concesso il Ministero degli esteri a un altro professionista della politica che ha fatto carriera contestando il professionismo della politica e la cui inadeguatezza al compito sta compromettendo –  a beneficio di Francia, Egitto e Turchia – la nostra influenza e i nostri interessi commerciali, diplomatici e militari nell’area mediterranea (e non solo). Esistono però anche ragioni di merito che sarebbe colpevole ignorare.

Foto 3 e 4

Secondo il Disegno di Legge Costituzionale, la riforma mirerebbe a “favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini” e “ottenere concreti risultati in termini di spesa (dunque ridurre i costi della politica)”. Andrebbero allo scopo modificati gli articoli 56 e 57 della nostra Costituzione riducendo de jure i parlamentari da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Il numero totale di parlamentari passerebbe da 945 a 600: il 37% in meno. 

La tabella 5 segnala gli effetti concreti dell’eventuale approvazione del referendum. 

Si può osservare come si tratti di un intervento di enorme portata, che farebbe dell’Italia uno dei Paesi con il più elevato rapporto numerico fra elettori ed eletti, lasciando intere regioni sguarnite di una loro rappresentanza parlamentare. Invece di un deputato ogni 96.000 cittadini – rapporto perfettamente in linea con la media europea – e di un senatore ogni 192.000, avremmo un deputato ogni 151.210 cittadini e un senatore ogni 302.420. Insieme alla Polonia, ormai ridotta a una democrazia illiberale, e alla Germania (Stato federale dove i Laender esercitano molti poteri da noi assegnati allo Stato centrale), saremmo il Paese europeo con il peggior rapporto eletti/elettori sacrificando inevitabilmente le garanzie previste dai costituenti per le minoranze etnico-linguistiche. 

La riduzione a 74 dei collegi uninominali per il Senato – 760.000 abitanti per collegio! – alzerà la soglia di sbarramento attorno al 15%, con la scomparsa delle liste minori. Addirittura surreale il caso dei senatori da eleggere nella circoscrizione estero. Due sarebbero eletti nel collegio europeo, uno soltanto in quello delle due Americhe e uno per la sconfinata circoscrizione che comprende tre continenti come Asia, Africa e Oceania.

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Che una simile brutale contrazione della rappresentanza, a dispetto della Storia, della Geografia e del buonsenso, si traduca in potenziamento della democrazia è difficile da dimostrare. A meno di non confondere le categorie di democrazia e di demagogia, come nell’imprinting culturale di ogni populismo: solo così una brusca torsione della democrazia rappresentativa può essere contrabbandata per una restituzione della sovranità al “popolo”. L’intenzione propagandistica è però resa palese dal pregiudiziale rifiuto a misurarsi con le proposte di autorevoli costituzionalisti che erano voluti entrare senza pregiudizi nel merito della proposta. Ipotizzando, in alternativa, un’incisiva riforma del cosiddetto bicameralismo perfetto, una più funzionale ripartizione di compiti e responsabilità fra Parlamento, Regioni e Autonomie locali, e una più ragionevole riduzione del numero degli eletti.  

Niente da fare: proposte cestinate in fretta, insieme ai patti di governo che prevedevano il via libera al referendum solo se accompagnato da precisi contrappesi. Con un partner come il Pd costretto a ingoiare, a proprio esclusivo danno, una caricatura di quella idea di riduzione dei costi della politica che avrebbe dovuto favorire il ridisegno dell’intera architettura costituzionale. Al suo posto rigurgiti di sovranismo autoritario da una parte e fanfaronate fascio-guevariste dall’altra. Qualche esempio? Nessuna traccia dell’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 di quello attivo per il Senato. Nessun seguito agli invocati interventi di riordino e potenziamento degli strumenti parlamentari. Nessun credibile impegno per la correzione di una legge elettorale che potrebbe cancellare il diritto di rappresentanza delle minoranze. Strada spianata invece a un Parlamento di nominati, ristretto e più facilmente manovrabile dai capibastone.

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«Però – si obietta – risparmieremo bei soldi a spese della casta!». Una sortita acchiappacitrulli costruita su un imbroglio contabile: tagliando un terzo dei parlamentari, infatti, non si riduce affatto di un terzo la spesa per la gestione del Parlamento. Considerando i costi fissi e i mancati introiti da imposte e contributi, il risparmio lordo non supererebbe i 57 milioni: lo 0,007% della spesa pubblica annuale. Poco più dei 49 milioni sottratti dalla Lega, che li restituirà (forse) nell’arco di decenni continuando a pontificare senza vergogna sulle malefatte altrui. 

Prima ancora, tuttavia, viene l’argomento che davvero meriterebbe attenzione perché riguarda la qualità della produzione istituzionale: un bene prezioso che non si reperisce al discount della politica. La Scala, si è osservato maliziosamente, non potrebbe garantirci la perfezione delle sue esecuzioni se la costringessimo a dimezzare gli orchestrali per contenere i costi. Ciò non significa ignorare il problema: risparmi significativi possono essere realizzati valorizzando competenze e collaborazione istituzionale. Purché fra gli obiettivi non ci sia proprio quello di garantire e perpetuare un ceto di parlamentari di mestiere, nominati per fedeltà ai capibastone e quasi sempre di deprimente livello culturale. Ha osservato in proposito Gianni Cuperlo [2]come l’esito prevedibile di un referendum monco dei  contrappesi e dei bilanciamenti previsti dagli accordi di governo non accrescerà certo il prestigio del Parlamento limitandosi a elargire dividendi elettorali ai promotori. 

«Senza aver completato gli altri passaggi costituzionali, senza aver ragionato sui futuri regolamenti, senza una nuova legge elettorale – scrive Cuperlo – i pericoli per l’equilibrio di poteri e rappresentanza sono superiori ai benefici promessi a parole…una pulsione antipolitica rischia una volta in più di prevalere mentre l’arte del rammendo è l’opposto delle forbici, vale per il territorio e vale per la democrazia. Oggi, dunque, si tratta di impedire che la rappresentanza possa finire soppiantata dalla rappresentazione, tanto più dopo la tragedia della pandemia e il messaggio giunto con chiarezza sul bisogno di una revisione del Titolo V nel rapporto tra Stato centrale, Regioni e Comuni….la vera emergenza da affrontare».

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Personalmente dubito che il ricatto operato dai cinquestelle sul governo – basato su quella che Cuperlo chiama una rappresentazione, deformata e deformante, delle emergenze nazionali – avrebbe avuto successo. Troppo alto il rischio, in caso di scioglimento delle Camere e di ritorno anticipato al voto, di subire una decimazione della rappresentanza parlamentare del Movimento. Credo però che un segnale potrebbe malgrado tutto venire dalle urne referendarie. Basterebbe che il malaugurato quanto prevedibile successo dei sì rimanesse sotto la soglia della metà degli aventi diritto al voto per mettere quanto meno in discussione la legittimità politica di un voto estorto cinicamente e funzionale solo all’autopreservazione del ceto politico populista, transitato agilmente dai meetup antisistema e dalle adunate sovraniste ai più confortevoli scranni parlamentari. Un campanello di allarme che segnalasse la vigilanza e la preoccupazione dei cittadini potrebbe quanto meno richiamare alle autentiche priorità: la rinascita economica del Paese, il rafforzamento delle tutele sociali demolite dalla pandemia, una strategia di sviluppo sostenibile. 

È lo iato drammatico fra queste priorità e le ragioni dei proponenti a motivare il mio “no” al referendum di settembre.

NICOLA R. PORRO


 
[1]Francesco Cundari, I danni della lotta alla casta. Il taglio delle poltrone è la scemenza somma di un paese che non sa come crescere. Linkiesta del 14 agosto 2020.
[2]Gianni Cuperlo, Voto NO per difendere la Costituzione, L’Espresso, 6 agosto 2020.