Poltronavirus 3. Pensa se gli Incas avessero invaso l’Europa….

di NICOLA R. PORRO

Cristoforo Colombo non prese mai possesso del Nuovo Mondo in nome della corona spagnola. Sbarcato a Cuba nel tentativo di “buscar el Levante por el Ponente”, fu catturato da una popolazione indigena e morì di stenti qualche mese dopo. I primi europei a metter piede nel continente americano, approdando all’Isola di Terranova, erano stati invece cinque secoli prima coloni scandinavi provenienti dall’Islanda e stanziati da tempo in Groenlandia. Essi non colonizzarono le Americhe, ma alle popolazioni della Costa Atlantica con cui entrarono in contatto trasmisero la tecnologia del ferro e insegnarono la domesticazione del cavallo. Soprattutto, misero in circolo presso quelle comunità una quantità di anticorpi che le avrebbero immunizzate, secoli dopo, dall’impatto con i conquistadores venuti dall’Europa.

Non si tratta di nuove sconvolgenti scoperte storiche. La narrazione contiene segmenti di verità – gli insediamenti di provenienza nord-europea nel territorio dell’attuale Canada in età medievale – e li mescola con eventi mai avvenuti che, però, sarebbero stati almeno teoricamente possibili. Gli antichi scandinavi avrebbero potuto benissimo spingersi sino all’America centromeridionale costeggiando la riva atlantica. Agli indigeni avrebbe potuto lasciare in eredità la lavorazione del ferro e la fabbricazione di armi per l’epoca micidiali. La domesticazione del cavallo avrebbe reso possibile a quelle popolazioni una mobilità altrimenti impensabile. L’immunizzazione biologica indotta dal contatto con popolazioni europee avrebbero evitato qualche secolo dopo il genocidio dei nativi americani. Certo: con i se e con i ma, ammonivano i vecchi studiosi, non si fa la Storia. Possiamo però concederci l’ideazione di scenari inediti, ricavarne trame accattivanti e persino qualche provocazione intellettuale.

Nell’impresa si cimenta lo scrittore francese Laurent Binet, storico di formazione e già noto per aver pubblicato fortunate “controstorie”, dedicate a un’immaginaria congiura di gerarchi nazisti – HHhH, pubblicata in Francia nel 2010 – e a una ricostruzione thriller della morte del semiologo Roland Barthes (La settima funzione del linguaggio, 2015).

Il suo nuovo best seller si intitola Civilizzazioni (2020) ed è edito in Italia dalla Nave di Teseo.

Vi si immagina che la fallita conquista spagnola dell’America meridionale, causata dalle disavventure di Colombo ma soprattutto dalla ben diversa capacità di resistenza agli invasori da parte di popoli già capaci di usare armi di ferro, di muoversi sul territorio, di avventurarsi nella navigazione di altura e di non essere vittime di virus sconosciuti, avesse sortito un esito paradossale.

A seguito di vicende immaginarie – ma nessuna virtualmente impossibile – nel 1531 sarebbero stati gli Incas a conquistare l’Europa dando vita a un’inedita epopea destinata persino a trovare un ignoto cantore in stile virgiliano. Merito dell’autore, poco incline a certa dozzinale letteratura distopica, è di costruire una trama densa di pathos e di suggestione – non mancano vicende sentimentali, combattimenti, ribaltamenti di situazioni, scoperte e passioni scientifiche – ascrivibile alla categoria della controstoria senza tuttavia cadere nella pura fantastoria. I fatti appartengono al cosiddetto immaginario ucronico, ma la loro narrazione è condotta con uno singolare quanto straordinario rigore filologico. Le peregrinazioni dei coloni scandinavi sono narrate con il linguaggio delle antiche saghe nordiche. L’epistolario fra Cristoforo Colombo prigioniero e i reali di Spagna riproduce con scrupolosa precisione gli stilemi dell’epoca. La cronaca della conquista dell’Europa ha la sobrietà e la precisione di una ricostruzione divulgativa ma formalmente inappuntabile.

L’ispirazione proviene dalle Lettere persiane, il romanzo epistolare di Montesquieu pubblicato nel 1721. Binet ne condivide l’intento di guardare al nostro mondo con gli occhi degli altri, con curiosità e non senza ironia. La sua è un’istantanea della fantasia, scattata in un momento germinale della modernità occidentale. L’imperatore inca Atahualpa sbarca nell’Europa di Carlo V, scossa dalla riforma luterana e dai furori dell’Inquisizione, sconvolta dalle guerre e attraversata dai fermenti del Rinascimento e della rivoluzione scientifica. È l’Europa che sta partorendo il capitalismo, la stampa, la rivoluzione astronomica e l’ideologia stessa della modernità. Atahualpa, proveniente dalla mitica remotissima Cuzco, si muoverà nello scenario delle metropoli europee del tempo desideroso di capire e pronto a farsi sedurre. Si innamorerà di Firenze, dell’arte italiana e del pensiero di Machiavelli, che non riuscirà a incontrarlo ma di cui condividerà l’aspirazione a fare della politica un’arte e una scienza. 

L’Inca sovrano si rivelerà un osservatore attento, un accorto diplomatico, un politico riformatore e una personalità non priva di senso dell’umorismo. A incuriosirlo saranno soprattutto le usanze e credenze di cui non afferra la ragione. Perché i ricchi si abbigliano fastosamente mentre i poveri vagano coperti di stracci? Come è possibile scatenare guerre sanguinose solo per imporre la propria interpretazione delle parole pronunciate secoli prima da un profeta crocifisso? E come mai i signori cristiani inorridiscono per la poligamia praticata dai conquistatori ma non fanno che vantarsi di conquiste galanti e prodezze erotiche consumate con amanti e concubine? 

Atahualpa si mostrerà assai abile anche nel conquistare il favore popolare. Attuerà una più equa redistribuzione delle ricchezze e sperimenterà una fiscalità innovativa a beneficio dei meno fortunati. Per superare la guerra di religione che insanguina l’Europa garantirà libertà di culto cimentandosi addirittura nella fondazione di una religione naturalistica e sincretistica, il culto del Sole, capace di accogliere in sé anche le diverse confessioni ispirate al “dio inchiodato”. Stilerà persino una sorta di Summa theologica ricca di precetti morali in anticipo sui tempi. 

Non mi inoltro in aneddoti che priverebbero il lettore di qualche gustosa sorpresa. Sul piano stilistico Binet sfida i generi letterari e fa ricorso al classico artificio del rovesciamento: cosa sarebbe successo se fossimo stati noi, gli europei, il nuovo mondo da scoprire e conquistare? Il suo romanzo finisce così per assomigliare al nostro presente senza perdere il rigore di un libro di storia. Come insegnava il vecchio Aristotele, del resto, l’arte non è riproduzione del vero bensì invenzione del verosimile. Diventa così possibile immaginare Michelangelo, Tiziano e Tintoretto affaccendati a produrre una straordinaria narrazione per immagini della conquista inca. Né ci meraviglieranno il confronto dottrinario fra Melantone, Lutero e gli adoratori del dio Sole o il costituirsi di un fronte di guerra che opporrà sul suolo europeo una coalizione franco-azteca a una ispano-incaica…

All’originalità del contenuto non corrisponde sempre la qualità narrativa del racconto. I dialoghi sono pochissimi, il profilo dei personaggi risulta spesso sommariamente abbozzato. Del tutto inutile e sconclusionata la quarta parte, quella finale, ficcata a forza per non privare di una comparsata El Greco e Cervantes.

L’aspetto più stuzzicante è piuttosto la rappresentazione dell’Europa cinquecentesca da parte di personaggi storicamente coevi delle maggiori figure del Rinascimento ma non meno “alieni” degli extraterrestri immaginati dalla fantascienza contemporanea. Gli Incas descritti da Binet sono però esploratori più che brutali conquistatori. Una specie di antesignani di una globalizzazione aperta a esiti problematici, foriera di rischi e di opportunità, non timorosa della diversità e capace – come in Montesquieu – di apprezzare come un valore la relatività e la variegata natura delle culture umane. Vale per le impervie tematiche della teologia, ma anche per la gioiosa conversione alla “bevanda scura” ricavata dalla vite (quella “chiara”, la birra, si presterà a sapienti comparazioni con una loro varietà prodotta dal mais). 

Virtuosistico esperimento di controstoria, romanzo ucronico, semplice divertissement… Civilizzazioni è tanto cose insieme. Sorprende, diverte ma sfugge a giudizi perentori. Il libro è ponderoso (364 pagine) per il genere. Da evitare riferimenti troppo diretti all’attualità politica. Binet si guarda bene dal dipingere i conquistatori come espressione del migliore dei mondi possibili: gli altri sanno essere crudeli quanto noi e non sono esenti da inclinazioni fondamentalistiche. Il racconto non prefigura nemmeno una specie di salvifico melting pot multiculturale, dove rovesciare sbrigativamente le gerarchie eurocentriche, purificare la coscienza infelice del colonialismo e generare una globalizzazione virtuosa. L’autore si limita piuttosto a suggerire una pista di lettura ben riassunta dalla sferzante citazione di Carlos Fuentes contenuta in esergo: “L’arte dà vita a ciò che la storia ha assassinato”. 

Nell’universo ucronico descritto da Binet gli Incas e gli Aztechi impegnati a combattere e a combattersi sul suolo europeo proiettano semplicemente la nostra immagine in uno specchio deformante. Protagonisti di una controstoria che non ha lezioni da impartire, ma che può suggerire qualche riflessione su di noi. Gli eventi evocati fungono così da porte girevoli per situare storie e personaggi immaginati. Il lettore vi  entra e ne esce come da specchi a scomparsa costruiti con una correttezza documentaria inconsueta per il genere. 

In un’intervista concessa al Corriere della sera[1]Binet ha presentato il suo lavoro come una provocazione rivolta alla storiografia dei “tempi lunghi”, cara a Braudel e alla Scuola delle Annales. Trasformazioni epocali, sostiene, possono prodursi anche in tempi brevi e imprevisti modificando i destini di intere comunità, abbattendo poteri consolidati e generando nuove consuetudini e regimi di vita: esattamente quello, ha aggiunto, che abbiamo conosciuto nei mesi della pandemia…

Nulla è davvero immodificabile, insomma, nessuna Grande Trasformazione è preclusa si si è disposti a raccogliere la sfida del mutamento. È il pensiero conservatore che immagina un futuro senza alternative, cui rassegnarsi fatalisticamente. Per il pensiero progressista l’alternativa c’è sempre, se solo sappiamo cercarla e realizzarla.

Quando Atahualpa promulga le 95 tesi del Sole, che compendiano i principi di una nuova religione universale (una specie di comtiana religione dell’umanità), l’intenzione di Binet si rende più esplicita. Qualsiasi religione, osservata dall’esterno, appare soltanto come un coacervo di banalità e di superstizioni. Ma allo stesso tempo persino adorare il Sole può risultare perfettamente plausibile se sappiamo decifrare quel misto di fascinazione e paura che presiede alla relazione col sacro – quanto di più lontano dalla scienza positiva – innescando impreviste e imprevedibili rivoluzioni antropologiche. Punto di vista molto “francese”: il divertissement di Binet non è debitore solo delle Lettere persianedi Montesquieu, ma anche dei Cannibali di Montaigne, della sociologia positivistica di Auguste Comte, dell’etnologia di Lévi-Strauss. 

E, del resto, come ignorare ai giorni nostri quella riemersione del sommerso che si manifesta con l’impeto dell’integralismo islamico, del fondamentalismo cristianista che seduce Trump, Bolsonaro e il nostro Salvini, delle nostalgie ottomane di Erdogan, del cattolicesimo reazionario nell’Est Europa, delle persecuzioni subite dai mussulmani del Myanmar? 

Quello di Binet non è tuttavia un edificante racconto morale, né va confuso con il tipo di narrazione ucronica proposta da Robert Harris con Fatherland o con l’approccio di Philip K. Dick in L’uomo nell’alto castello, già assurti ai fasti dei gradi serial televisivi.

Questo racconto da ombrellone– che non passerà alla storia della letteratura ma che sta sorprendentemente scalando le classifiche dei best seller – contribuisce piuttosto a incrinare la presunzione tutta occidentale di essere portatori di una qualche universale missione civilizzatrice. Alla prova dei fatti, l’Altro, il Nemico, può essere più geniale, più ardito, ma anche più spietato e crudele di noi. Con buona pace tanto di ogni mitologia del buon selvaggio quanto del mai espiato senso di colpa del bianco colonizzatore.

NICOLA R. PORRO


[1]“La storia capovolta: gli Incas in Europa”, sul Corriere della Sera la Lettura del 24 maggio 2020.