LA VIOLENZA NON HA LE SUE RADICI DENTRO GLI STADI

di STEFANO CERVARELLI

Primo Levi era solito dire che lo sport non è “un’isola a parte”, niente di più vero perché effettivamente lo sport, al di là di ogni considerazione di stampo retorico che gli viene attribuita, rappresenta un vero spaccato della società.

Forse c’è stato un momento, nel corso del tempo (e bisognerebbe vederne le cause e gli effetti) dove   l’uomo  attribuiva allo sport quelli che si ritenesse  fossero, i valori più nobili come lealtà, correttezza, rispetto, onestà, coraggio, umiltà, determinazione, sana competizione., e che si voleva costituissero inizialmente le fondamenta per un’attività-appunto lo sport- che poi nel corso del  tempo  invece ha subito traformazioni fino a fungere  proprio attraverso una ipocrita interpretazione di quei valori, da  camera di compensazione di una società malata.

Nello sport che di per sé possiede già un’etica, un catalogo direi di comportamenti, si riponeva, si riversava la voglia dell’uomo di essere quello che non è.  Come se, appunto, questo costituisse un’isola felice, dove l’uomo approda per dar “sfogo” ai suoi buoni sentimenti, che altrove costituirebbero, come in effetti tante volte costituiscono-a seconda dei punti di vista-dei legacci.

Ma purtroppo così non è perché quell’isola, per dirla alla “Bennato” non c’è.

Non c’è perché nella passione sportiva portiamo i difetti della nostra società.

Il presunto distacco che si vuole esista tra isola e “terraferma” si è colmato. A farlo è stato il comportamento osceno dei tifosi, i comportamenti sempre meno corretti degli atleti, gli atteggiamenti ed il linguaggio usato dai genitori che assistono alle gare dei loro figli, l’uso di sostanze stupefacenti, l’ingordigia delle istituzioni che ormai ragionano solo in termini monetari e basta.

 Si è colmato delle metodologie delle società sportive che, tra le tante cose, stanno abbassando sempre più le età agonistica alla quale avviare i bambini, non rendendosi conto dei danni; si è colmato nella violenza ormai dilagante dentro e fuori gli stadi; si è colmato negli episodi di razzismo.

Come pensare allora allo sport come ad” un’isola felice”?

Ma come nella società, comunque, anche nello sport non viene certo meno lo sdegno la rabbia per gli atti di violenza e teppismo e non sono mancati episodi protesta contro atti di razzismo come quello accaduti recentemente negli Usa, anche se per amore di verità l’indignazione è scaturita maggiormente dal mondo sportivo nero.

Ma poi? Passata l’emozione cosa rimane di questo sdegno? Quali azioni concrete vengono intraprese?

Ci sono stati sì episodi di presa di posizione, ma hanno riguardato i singoli; quelli ai quali abbiamo assistito nei giorni passati sono stati, nella stragrande maggioranza, espressione di una volontà personale, laddove, al contrario, sarebbe stata necessaria una presa di posizione e di coscienza da parte dell’istituzioni:. invece nelle alte sfere dirigenziali dello sport permane ancora il concetto di uno sport ch “asettico” quasi immune da quanto accade nel resto della società.

Non mancano certo le prese di distanza, le parole di condanna, i “faremo” i “vedremo” i “cambieremo”; allora perché, se siamo tutti disgustati dalle continue scene di violenza gratuita e di razzismo alle quali assistiamo dentro e fuori gli stadi, questi episodi continuano a verificarsi? A parere mio ci sono due spiegazioni.

La prima è che la risposta personale istituzionale (la dove c’è) sociale che diamo è troppo blanda e si esaurisce in un “dignitoso sdegno”; la seconda è un poco più complicata e riporta in ballo il concetto la veridicità che lo sport non è un’isola a parte perché la radice di questa violenza, di questo razzismo, non risiede negli stadi, dove arriva, ma nasce altrove.

Questa violenza nasce dal tifo? È degenerazione di uno sport malato? No, è un virus (scusate il termine) che si trova nella società e nello sport viene importato, contribuendo a non renderlo più appunto quell’isola felice come si vorrebbe che sia.

Addentrandoci in questa disamina, non possiamo, per prima cosa, non dire che la stragrande maggioranza dei violenti, prima di essere tifosi, sono nazifascisti.

La loro dinamica, la loro strategia è semplice. Prima di ritrovarsi uniti sugli spalti ad inneggiare per la loro squadra, vivono momenti associativi nelle sedi delle loro associazioni dove inneggiano alle loro parole d’ordine, ai loro tristi valori.

Arrivano allo stadio forniti di oggetti contundenti, armi e prima ancora di pensare alla formazione della loro squadra, a come giocherà, alle scelte tattiche dell’allenatore, si preoccupano di studiare e conoscere la dislocazione dei tifosi avversari, come arriveranno allo stadio, dove parcheggeranno, in quali punti si potranno aggredire con maggior facilità.  I loro gruppi hanno una eccezionale capacità, una comunicazione che talvolta sorprende anche le Procura delle città dove risiedono le squadre che giocano.

Queste Procure si scambiano informazioni preventive sei, sette ore prima dell’inizio dell’incontro, mentre i gruppi ultras si presentano – “all’appuntamento “due ore prima pronti allo scontro fisico, che avverrà a breve.

 Uno scontro che alla fine non dura molto, la tattica viene preparata in due ore, mentre la strategia è sempre la stessa, sempre valida.

Questo perché si tratta di uno sfogo di un odio perenne, di odio nell’uomo, prima che nel tifoso, nell’uomo sociale, il suo gruppo, le sue idee politiche e, in particolare poi, contro chi è diverso. Però, per amore della verità, sarebbe troppo limitativo asserire che il malcostume che da troppo tempo ormai dilaga nel mondo sportivo, è solo colpa del teppismo derivante dall’estremismo politico.

Ma se è vero che la speranza è sempre l’ultima a morire, dobbiamo sforzarci di credere che dallo sport, in un processo inverso, può nascere qualcosa il buono per la società.

E se è vero che c’è sempre un punto da dove ripartire anche per tentare imprese a prima vita impossibili, questo non può essere che la Carta di Gariwo (ente che gestisce il Giardino dei Giusti a Milano) una carta dedicata ai principi da difendere nello sport e attraverso lo sport; iniziativa  nata  dall’Ufficio  Nazionale   Antidiscriminazioni Razziali (Unar) e  condivisa pienamente da Gariwo che si è fatto promotore di un forum che ha visto la partecipazione di 12 delegazioni dall’estero,  facenti capo ad altrettanti giardini-memoriali, una carta contro l’odio nello sport e divisa in tre sezioni diverse dedicate rispettivamente ai tifosi, agli atleti ed alla comunicazione.

A detta dei promotori questa è la chiave per combattere i vari fenomeni d’odio e di razzismo in tutte le sue forme, che si manifestano sempre più nello sport.Molto sommRIment riporto il cntenuto dei tre iversi documenti.

Ai tifosi viene chiesto un maggiore impegno nel debellare insulti e atti razzisti, condannando tanto per cominciare i cori di scherno che si alzano dalle tribune, facendo sentire più forte ila loro solidarietà nei confronti di chi è preso di mira:

 Dagli atleti si esige esempio, presa di coscienza, consapevolezza e reazione decisa di fronte alle violazioni dei valori nello sport.

Infine, ai giornalisti è rivolto l’invito alla valutazione dell’importanza del proprio ruolo e alla responsabilità che questo comporta verso i lettori o ascoltatori nella formazione di una loro opinione.

“Crediamo che lo sport- spiega il Presidente del Gariwo di Milano, Gabriele Nissim – possa contribuire a migliorare la società. Lo sport – ed ecco un passaggio delicato -nella sua pratica può riprodurre comportamenti migliori, oppure al contrario, ne siamo consapevoli, diventare un luogo dove traggono nutrimento i peggiori germi.  Da qui la nostra adesione all’iniziativa dell’Unar, perché una scelta si può e si deve sempre fare. Come indica Gariwo che valorizzando le vicende di sportivi virtuosi, che rischiando anche della propria vita, hanno rifiutato e rifiutano l’indifferenza.”

E di conseguenza il ricordo non può non andare-continua il Presidente del Giardino Milanese- a tutti gli atleti che si sono assunti responsabilità per il bene dell’umanità. Parliamo ad esempio di quei calciatori che hanno salvato ebrei durante lo Shoah; che si sommano tutti quelli che si sono battuti per difendere la dignità umana in Africa e in America Latina; alle sportive che in Medio Oriente e in Asia hanno combattuto contro la sottomissione delle donne alle imposizioni del fondamentalismo religioso.

L’iniziativa avrebbe dovuto avere un seguito che ne avrebbe sanzionato l’ufficialità nel marzo scorso, ma i noti, tristi fatti lo hanno al momento impedito.

Speriamo che quanto prima possa riprendere il suo cammino.

STEFANO CERVARELLI

P.S.  Approfitto per augurare a tutti gli amici buone vacanze.