UNA PALLA COLOR……. ARCOBALENO

di STEFANO CERVARELLI

Dai miei appunti, è uscito un episodio che di questi tempi, con il riaccendersi di una forte protesta contro il razzismo e la discriminazione culminata con l’omicidio di George Floyd, assume un particolare significato che segna un punto a favore dei valori dello sport, almeno quando viene praticato nella maniera che leggerete. Un episodio emblematico della vita quotidiana americana, offrendone uno spaccato quanto mai realistico.

Ci troviamo nel New Jersey e quella che racconto è la storia di un gruppo di adolescenti quattordicenni, che si ritrovano sul campo di Basket per difendere i colori della loro squadra, la Hoop Magic (magia del canestro) senza minimamente curarsi di razza, religione, nazionalità: insieme per vincere.

Ed è proprio nell’abbraccio finale che segue la vittoria che si celebra il momento più bello e anche, scenograficamente, più intenso di questa unione.

Dal groviglio saltellante di corpi spuntano tanti colori, un arcobaleno umano destinato sì a durare poco, ma che certamente tiene ancora viva l’esile fiammella di fiducia nell’essere umano.

Da questa “palla” informe di carne spiccavano le braccia nere di tre ragazzi afroamericani, il bianco pallido dei figli di coppie irlandesi, l’incarnato di un cinese e il colorito più intenso degli italoamericani, il biondo di una testa accanto al nerofumo di un’altra.

Sono la perfetta fotografia di un’America che ancora, nessuno, neanche chi la governa, è riuscito a dilaniare. Né ci si riuscirà mettendo un ginocchio sopra il collo.

In questa fotografia il tema di fondo, che ci strappa un brivido, la commozione, è rappresentato senza dubbio dalla gioia comune di questi 12 giovani atleti, dai loro abbracci che li uniscono in un groviglio di corpi danzanti, dal sudore che li accomuna nello forzo compiuto insieme; segni inconfondibili di cosa sia o dovrebbe essere una società multietnica, che non pone barriere.

Purtroppo subito dopo questa “leggerezza entusiastica “nella quale sono ricaduto leggendo questa breve storia, mi accorgo che devo poi fare i conti con la realtà, perché l’ingenuità della quale resto vittima in determinati momenti e circostanze non è poi così profonda da impedirmi di vedere che quell’assortimento di giovani ammucchiati nell’enfasi del successo, è un immagine purtroppo ingannevole ed effimera,  come può essere appunto la felicità: la felicità di un successo.

Quei ragazzi si sono ritrovati insieme in un campo di Basket e per poco più di un’ora hanno inseguito lo stesso sogno, lo stesso traguardo aiutandosi l’uno con l’altro per raggiungerlo: senza distinzioni di nessun tipo. Le mani che tiravano e facevano canestro erano le mani di tutti, avevano l’identica leggerezza; le gambe di adolescenti che spingevano in alto alla conquista del rimbalzo erano le gambe di tutti, avevano la stessa forza; poi quando l’arbitro ha fischiato la fine, quelle mani, quelle braccia, quelle gambe che prima erano” sparpagliate” sul campo, si sono riunite confondendosi in un unico immenso corpo formando un meraviglioso mosaico di colori.

 Ma poi….  dopo aver assaporato fino all’ultimo sorso di quel successo, le loro strade fuori dalla palestra si son divise, hanno preso direzioni differenti, ognuno è tornato al proprio mondo.

I tre ragazzi neri a casa della madre di uno di loro che li ospita e fa da madre anche a quelli che non sono suoi figli, naturalmente non avendo al fianco un marito, un padre, un uomo. Un mondo dove i genitori degli altri giocatori e l’allenatore a turno provvedono ad accompagnare questi ragazzi agli allenamenti e alle partite perché lei, la madre, deve dividersi fra tre lavori per mantenerli e tempo proprio non ne ha.

I ragazzi bianchi, loro, giocano per pura passione, divertimento, per orgoglio di sentirsi dire “bravi! “e ammirati nella loro high school

I tre ragazzi neri no.

Loro, come tantissimi altri ragazzi di colore, giocano a Basket per la vita.

La loro speranza è che qualcuno, qualche incaricato delle innumerevoli scuole superiori americane li noti e vengano quindi reclutati per qualche liceo privato e un domani, chissà, entrare in una Università, possibilità che altrimenti non potrebbero mai permettersi.

Allora ecco che, nelle varie palestre e nei vari playground, comincia una battaglia che va oltre l’immediato successo. Una battaglia che i più fortunati ricorderanno essere iniziata con un abbraccio multicolore.

Ogni canestro segnato è un piccolo passo avanti nelle note dei talent scout che girano tutti i campi alla ricerca di talenti.

Ogni errore, ogni tiro sbagliato al contempo fa allontanare di un centimetro il loro sogno, per avviarli, invece, ai supermercati dove riempiranno le buste della spesa a persone anziane, oppure li porterà dentro friggitorie fast, a servire pietanze ….poco prelibate mentre sulla tv del locale scorrono immagini di campioni di Basket.

Quel gomitolo di braccia e gambe multicolore che volevamo rotolarsi sul parquet di un campo i Basket non c’è più.

I ragazzi con negli occhi l’immagini della partita e sulla pelle la bellissima sensazione di fraternità sono tornati chi alle belle case di sobborgo, chi agli immensi appartamenti-pollai dei falansteri e ci invece alle sbilenche casupole di quartieri poveri.

Uniti da un pallone di Basket, separati dal destino che ha voluto che nascessero o nel posto giusto o in quello sbagliato: senza colpe, senza scelte e quel che peggio, spesso, senza futuro.

Ma il ricordo di quell’attimo, di quel groviglio di umanità felice, nel quale non c’erano razze, colori ma soltanto la gioia di stare insieme, resterà a lungo impresso nella loro memoria.

Ed i più fortunati ricorderanno che il loro successo è nato anche grazie …. al colore di altre braccia.

STEFANO CERVARELLI