Recuperiamo la memoria storica di Civitavecchia. Bocca di Rosa o La Pantera Nera.  

di ANTONIO MAFFEI

 Gli ultimi articoli di Carlo Alberto Falzetti, Silvio Serangeli e di Enrico Ciancarini, come è accaduto in precedenti occasioni, hanno attivato la mia memoria facendo riaffiorare, personaggi, avvenimenti ed episodi simpatici di vita cittadina.

Molte persone, anche di buona cultura, ritengono che la storia sia essenzialmente quella con la S maiuscola costituita solo da grandi eventi.

L’attuale orientamento culturale favorisce invece anche il recupero delle azioni, dei fatti e delle vicende semplici, umili, quotidiane, che spesso non costituiscono la “notizia” di un giornale e non sono conservate in una precisa documentazione d’archivio, ma che costituiscono l’essenza, la sofferenza o la squisitezza della nostra vita terrena.

La vera memoria storica si deve avvalere anche delle fonti orali, insostituibili testimonianze che permettono di conservare la “storia”, cioè il ricordo di avvenimenti di grande spessore sociale, umano, politico che rischiano di andare perduti appena pochissimi decenni dopo il loro svolgimento.

Ora veniamo ai mie ricordi.

Ero un ragazzino e insieme a mio padre andammo a trovare un suo amico calzolaio che aveva la bottega dietro il mercato, vicino a via dei bastioni. Mentre  il calzolaio parlava a mio padre continuando a risolare le scarpe, passò un gruppetto di belle signore che si girò verso di noi lanciando degli sguardi maliziosi. A quel gesto mio padre e il calzolaio smisero di parlare e iniziarono a ridacchiare divertiti. Non capii subito quel gesto, anche se per intuito lo registrai mentalmente come avvenimento significativo.

Arriviamo alla legge Merlin del 1958 che fece chiudere i casini che da quel momento furono chiamati “Case Chiuse”.

Avevo dodici anni e certe cose ormai le capivo molto bene. Per officiare tale evento luttuoso, un nutrito gruppo di studenti universitari, con il tipico cappello a punta, percorse in processione le strade cittadine canticchiando una nenia funebre e portando in spalla un feretro contenente idealmente tutte le “Case Chiuse”.

A proposito di“Case Chiuse” voglio ricordare il significativo libro di Ennio Staid Tra quelle case accanto edito dall’Associazione Archeologica Centumcelllae. Uno spaccato di grande contenuto che rievoca con acume personaggi, avvenimenti, “Case Chiuse” della Civitavecchia di una volta.

Parliamo ora di Bocca di Rosa.

I versi della canzone di Fabrizio de Andrè sembrano ispirati dalla nostra interprete:

C’è chi l’amore lo fa per noia,
chi se lo sceglie per professione,
Bocca di Rosa né l’uno, né l’altro,
lei lo faceva per passione

La nostra protagonista visse in modo davvero avventuroso e incontrò sul suo cammino anche personaggi molto famosi ed ebbe momenti cruciali, forse anche troppo numerosi, ma rimasero in superficie, mancando di intensità, e semplicemente tracciando la libera linea da seguire per arrivare al gran finale.  

Animatrice di grande spessore umano della scena del sano piacere, Bocca di Rosa è stata protagonista di ardente desiderio. in molti civitavecchiesi. Molti uomini sposati con belle donne passavano davanti ai tavoli del caffè dove era solita sedersi solamente per vederla e per provare un istante di eccitazione.

Cuore, mente e destino sono gli artefici della vita di questa donna determinata, coraggiosa, intuitiva e piena di talento. Quando andò via da Civitavecchia si trasferì negli Stati Uniti, ove, girò la voce, morì in un incidente stradale.

Ricordiamo ora altri personaggi ed ulteriori avvenimenti.

Franco Nemesi è stato un altro amico dalla forte personalità che noi chiamavamo affettuosamente il “bobo” perché con la sua aria severa sembrava incutere il batticuore nei bambini.

Essendo stato un portuale prima dell’avvento degli attuali sistemi meccanizzati, ci ha raccontato come si scaricavano le navi a forza di braccia con grande fatica fisica.

Un episodio importante di lavoro manuale che mi ha raccontato, riportato anche dal quotidiano L’Unità del 2 febbraio 1947, fece diventare famosa la città e il suo porto.

I portuali di Civitavecchia in un ora scaricarono a mano da una nave, sotto una pioggia battente, ben 111 tonnellate di grano portando i sacchi in spalla dal boccaporto alla banchina passando sopra una traballante palanca di legno.

Per riempire i sacchi di grano i portuali di Civitavecchia avevano inventato un semplice congegno, costituito da un anello di ferro, che disposto sull’imboccatura permetteva di tenere aperto il sacco evitando che si afflosciasse, tale accorgimento fu ben presto imitato da tutti i “camalli” dei porti italiani. Per scaricare il carbone e metterlo nelle ceste ogni portuale portava al lavoro con la bicicletta un pezzo di lamiera che veniva disposto sulla stiva di legno delle vecchie navi, che ostacolava l’uso della pala. La lamiera veniva poi colmato facendo cadere i pezzi di carbone dalla catasta facilitando la raccolta con la pala e il carbone veniva messo nelle ceste.

Franco Nemesi dopo i bombardamenti con altri sfollati si trasferì a Barbarano. Spesso con giovani amici ritornava a Civitavecchia percorrendo la linea ferroviaria Civitavecchia-Orte. In una di queste “passeggiate” effettuata poco prima dell’arrivo delle truppe alleate, vide un treno cannone blindato che sostava nella lunga galleria ubicata dopo il ponte di ferro sul Mignone posto vicino alla stazione di Monteromano e a Luni. La notizia mi è stata confermata anche da Fiore Mantovani di Blera che faceva parte della banda partigiana comandata da Fernando Barbaranelli.

Franco mi ha raccontato anche altri episodi simpatici che mostrano come si viveva in quei tempi difficili. Una volta suo padre si fece dare, da delle persone che avevano macellato una vacca, un bel pezzo di ossogna, cioè di grasso. Subito la madre ci preparò una bella minestra, insieme a delle fave secche, minestra che trovò non solo il gradimento di tutta la famiglia, ma che fu gustata come un piatto prelibato lasciando un ricordo di grande piacere. La fame era tanta.

Qualche anno dopo, finita la guerra e ritornati a Civitavecchia, la madre di Franco ripropose quella pietanza che aveva avuto tanto successo. Il fiasco fu tremendo, nessuno era più abituato a mangiare minestre così grasse.

In un’altra occasione sempre camminando lungo la ferrovia Franco arrivò con gli amici in una casetta di campagna ove entrarono per riposarsi. Ad una trave del tetto era appesa una saraga, cioè un’aringa affumicata, che fu subito divorata. Qualche mese dopo Franco e gli amici ripassarono da quelle parti incontrando anche il proprietario della casetta. Dopo aver effettuato alcune chiacchiere sul motivo della loro passeggiata e detto che era la prima volta che passavano da quelle parti, l’uomo, che evidentemente aveva mangiato la foglia, raccontò ai ragazzi che gli era stata rubata una saraga che lui utilizzava, a scopi curativi, quando aveva le emorroidi. Non ci fu nessuna reazione la saraga era stata mangiata e digerita ormai da molto tempo.

Nell’immediato dopoguerra non era facile vivere a Civitavecchia ricolma di macerie della seconda guerra mondiale. Per rimediare qualche soldo i  ragazzi in gruppo giravano tra le macerie alla ricerca di pezzi di metallo da vendere collettivamente allo stracciarolo. Quelli più furbi individuato un pezzo di rame, di piombo, di ferro, subito ad alta voce dicevano “tutto mio niente a mezzo” per assicurarsi l’esclusiva proprietà del ritrovamento.

I generi alimentari mancavano quasi del tutto, solo nel porto si potevano trovare delle cibarie, e altre mercanzie, ma gli americani vigilavano con grande attenzione. Durante la guerra non era stato possibile commerciare il vino prodotto nell’isola di Ischia, ma dal 1945 in poi arrivarono nel porto delle navi ricolme di botti di vino, botti che furono collocate provvisoriamente ed incustodite nel Prato del Turco.

Questo bene di Dio attrasse immediatamente i civitavecchiesi che con un succhiello praticavano dei fori nelle botti riempiendo di vino dei recipienti particolari, i fori venivano poi chiusi con tappi di legno. Perché dei recipienti particolari? Per passare inosservati al varco del porto controllato dai militari americani il vino veniva messo all’interno di borse di gomma dell’acqua calda, che venivano, essendo piatte, disposte in modo molto aderente al corpo agganciate “all’omo morto”, un pesante impermeabile di tela cerata che doveva il suo nome al fatto che appoggiato in terra restava in piedi.

Franco Nemesi mi ha raccontato anche un altro fatto collegato al “rimediare” i generi alimentari nel porto che forse si può collegare, come ha ricordato Enrico Ciancarini, con un robusto sergente americano, ex pugile, addetto al posto di guardia all’entrata del porto.

Questo sergente era veramente imponente e di cattiva fama perché con  modi bruschi ed eccessiva autorità non permetteva che i civitavecchiesi uscissero dal varco portando dei beni. Neanche un pacchetto di sigarette o una saponetta.

Due portuali, stufi di tale tiritera, si organizzarono mettendo un mattone nella saccoccia della giacca. Arrivati al varco del porto il sergente subito li fermò intimandogli di consegnargli la merce che avevano nella borsa. Un portuale, con mossa rapida e precisa, diede al sergente un colpo in testa con la giacca “armata”, facendolo cadere a terra privo di sensi, buttando poi via il mattone.

Gli altri americani addetti al posto di guardia arrivarono ben presto ma i due portuali sostennero, difendendosi, che il sergente doveva essere ubriaco perché era andato verso di loro barcollando e allontanato con la giacca era caduto a terra.

Un ultima memoria è collegata alla Pantera Nera.

Felice Tazzini, che ha vissuto di persona gli avvenimenti prima della guerra e recuperato molte memorie storiche cittadine anche con brani poetici, mi ha raccontato che la Pantera Nera era si un poliziotto di Civitavecchia, originario forse del sud Italia, ma che era destinato stabilmente in città ed aveva sposato una ragazza di Tolfa dalla quale ha avuto dei figli.

Il suo nomignolo era dovuto al fatto che effettuando, da poliziotto, i suoi controlli in città, individuava subito dei nullafacenti. A quei tempi durante le ore lavorative solamente il figlio del marchese Guglielmi poteva permettersi di bighellonare seduto fuori ad un caffè. La Pantera Nera individuava immediatamente un sospetto che spesso aveva delle basette lunghe, intollerabili per le concezioni militaresche dell’epoca, ed avvicinandosi silenziosamente al malcapitato, da vera pantera, gli afferrava con le dita le basette urlandogli: “levasse ste basi”.

ANTONIO MAFFEI