La notte dell’Azteca. Quando all’Italia si attaccò la pelle.

di NICOLA R. PORRO

Per consolarsi di non poter vedere ciò che il futuro riserva ai più giovani, un anziano saggio può solo tornare con la mente a quello che lui ha vissuto e che i più giovani si sono persi.

A me una delle prime cose che balza alla memoria è una partita di calcio, giocata a Città del Messico nella notte fra il 17 e il 18 giugno 1970, esattamente mezzo secolo fa. Sì, sto parlando di Italia-Germania 4-3: la partita del secolo. Definizione enfatica ma mica tanto, se persino un intellettuale di temperamento ironico e allergico alla retorica definì la notte dell’Azteca – dal nome dello stadio teatro del match – quella in cui all’Italia “si attaccò la pelle”. Il tifoso si chiamava Umberto Eco. L’Italia era un Paese inquieto, dalla pelle scorticata: aveva alle spalle gli entusiasmi e le illusioni del ’68, l’autunno caldo, la bomba nera di Piazza Fontana che inaugurava la stagione delle stragi.

Per via del fuso orario la partita, che si giocava in un assolato pomeriggio messicano, iniziò per noi a mezzanotte. L’effetto era surreale, la tiepida umidità della notte annunciava l’estate incipiente. Stravaccati sulle poltrone del salotto Ettore e io – amici d’infanzia e colleghi di tutto (di liceo, di università, di militanza, di viaggi) – ce la godemmo nella mia casa deserta. I miei “passavano le acque” in qualche località termale. Addentammo un po’ di pizza al taglio, tracannammo un paio di birrette e ingannammo l’attesa divagando (mi pare) sull’imminente appello di Fllosofia morale che ci attendeva. Dico divagando perché a quell’ora la testa era già a cose ben più serie del tipo “funzionerà o meno schierare contro i crucchi due punte in attacco come Boninsegna e Riva?’”. Attesa interminabile, reciproca simulazione di scaramantico scetticismo e di un politicamente corretto distacco dalle sorti della patria calcistica. Pura finzione: di lì a poche ore saremmo stati travolti come tutti dal gorgo emotivo della partita. Quella del secolo, ça va sans dire.

L’incontro, in realtà, fu di una noia mortale per 92 minuti. L’Italia, andata in vantaggio con Boninsegna, pregustava il colpaccio arroccata in difesa con qualche occasionale sortita in avanti: catenaccio e contropiede, come da copione. Alla fine dei tempi regolamentari l’arbitro, un peruviano dalle fattezze orientali di nome Kamasaki, concesse due minuti di recupero. E proprio allo scadere del tempo il difensore tedesco Karl-Heinz Schnellinger, giocatore del Milan, avrebbe incocciato quasi casualmente la traiettoria di un tiro dalle retrovie. Gli impresse un effetto disorientante per il nostro portiere Albertosi: sarebbe rimasto l’unico gol segnato in carriera con la maglia della sua nazionale. 

Con l’Italia tramortita dalla delusione e la Germania ringalluzzita dall’insperato pareggio si va ai supplementari. È in quella mezz’ora che la semifinale di Messico ’70 diventa davvero la partita del secolo: cinque goal in trenta minuti, continui e vertiginosi ribaltamenti di fronte, un finale vincente che “attaccò la pelle” all’Italia. Dando vita a una narrazione epica e a una dinamica identitaria di inimmaginabile potenza. 

La Germania carica a testa bassa, decisa ad agguantare la finale cui si sente destinata. Puntualmente, Müller porta in vantaggio i suoi strappando al telecronista Rai una desolata riflessione sulla grande occasione definitivamente perduta. Ma l’Italia non si arrende e in capo a quattro minuti accade quello che non ti aspetti: Burgnich, anche lui un difensore puro, guadagna il pareggio. Ancora sei minuti ed è Riva Rombodituono a portarci in vantaggio con un tiro che avrebbe sfondato una portaerei. Ma non è finita. Ancora sei maledetti minuti e ancora l’inesauribile Müller a riaprire la partita con l’involontaria complicità di un Rivera smarrito alle spalle del nostro portiere. Di nuovo in alto mare… ma è questione di secondi. In un nuovo rovesciamento di fronte Boninsegna, lanciato sulla sinistra, si libera di Schultz e crossa basso all’indietro. Il nostro bomber Riva è ingabbiato in una selva di maglie bianche. Ma si è disimpegnato Rivera, ansioso di riscattare l’errore di poco prima. Una palla spiovente sulla destra gli carambola fra i piedi. Accarezzata dal suo piede di velluto la manderà a posarsi beffardamente nell’angolo della porta tedesca opposto a quello dove barcolla stralunato il portiere Maier: lui da una parte, dall’altra la palla. È il sesto minuto del secondo tempo supplementare: 4-3 per noi. Da milioni di finestre aperte si leva l’urlo più poderoso della storia nazionale. Forse non l’avranno sentito oltre Oceano, ma almeno in Corsica e in Albania di sicuro… Ci aspettano i nove minuti più lunghi del XX secolo.

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A celebrare questo singolare cinquantenario escono in questi giorni due stimolanti contributi. 

Maurizio Crosetti, con 4 a 3. Italia-Germania 1970, la partita del secolo (Harper Collins, disponibile su Kindle) ricostruisce la vicenda in chiave biografica, incrociando le storie di vita dei giocatori azzurri che fecero l’impresa e gli itinerari esistenziali di giovani tifosi che dell’impresa furono spettatori. La ricostruzione ha un ritmo incalzante ed è narrativamente gradevole, capace di rendere efficacemente l’atmosfera, le emozioni e la costruzione del significato dell’evento.

Altrettanto gradevole, ma di più esplicito taglio sociologico, è il lavoro di Nando dalla Chiesa: La partita del secolo. Italia-Germania: 4-3. Storia di una generazione che andò all’attacco e vinse (Solferino). Ho avuto il privilegio di leggerne un’anteprima[1]. Lo studioso prende le mosse da un interrogativo: cosa rese tanto straordinario quell’evento sportivo? Perché lo abbiamo eletto “partita del secolo”, rimuovendo il malinconico epilogo che si consumò pochi giorni dopo con la disfatta subita in finale a opera del Brasile e i pomodori che accolsero Valcareggi al rientro a Fiumicino? Perché abbiamo riservato nell’immaginario pubblico un posto speciale a quella sofferta vittoria, persino più che al trionfo della nazionale di Bearzot, dodici anni dopo allo stadio Bernabeu di Madrid? 

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Forse una prima risposta è implicita nella domanda. La potenza evocativa della notte dell’Azteca è direttamente proporzionale al pathos e all’incertezza che si concentrarono in una miscela esplosiva. Sotto questo profilo, la notte dell’Azteca sovrasta quella del Bernabeu, pur senza offuscarne il repertorio iconico: l’urlo di Tardelli, il magico tocco di Pablito, l’apoteosi di Bearzot, la pipa di Pertini, la selva di tricolori a Puerta del Sol, le strade d’Italia gremite e pazze di felicità. Insomma, per paradosso, nella notte della partita perfetta fu proprio la schiacciante superiorità tecnica degli azzurri a togliere pathos all’evento, trasformato nell’epilogo di una marcia trionfale celebrata in pochi giorni ai danni di Brasile, Argentina e Polonia. Mancò a Madrid 1982 la tempesta emozionale che aveva accompagnato i supplementari di Città del Messico 1970. Trenta minuti di thriller che nessun maestro del genere avrebbe saputo immaginare, se persino gli organizzatori si sentiranno in dovere di dedicare al “partido del siglo” una lapide commemorativa nel luogo dove si consumò. La nazionale di Valcareggi, a differenza di quella irresistibile di Bearzot, incarnò senza saperlo la figura dell’eroe irregolare, del perdente predestinato che si ribella al destino e lo rovescia guadagnandosi il “risarcimento simbolico” dovuto a un gesto generoso e irripetibile di ribellione. A ben vedere, osserva dalla Chiesa, è la stessa molla psicologica che ci fa preferire Leopardi a Manzoni, Garibaldi a Cavour, il Che a Fidel, così come Baggio a Platini e Maradona a Pelè. La notte dell’Azteca, tuttavia, scrive dalla Chiesa, “fu anche la notte delle prime volte: fu la prima volta che un popolo si diede spontaneamente convegno nelle piazze di ogni città; e fu anche la prima volta del tricolore; e fu la prima vittoria di un Paese fatto, con fatica e dedizione, da quella generazione degli ottantenni contro la quale si sarebbe accanito mezzo secolo il virus”.

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E fu la la prima volta che un intero popolo sentì il bisogno di celebrare nelle strade una sorta di rito di comunione al di là delle diversità sociali, delle differenze politiche, delle identificazioni localistiche. Al di là di quanto era oggetto di divisione e conflitto in quegli anni tormentati.  Era la pelle che si attaccava all’Italia, nello scenario di mille piazze illuminate: le nostre città non ci erano mai sembrato così belle. Resistettero a letto in pochissimi, forse solo i sordi profondi impossibilitati a captare il più fragoroso concerto di clacson cui l’umanità avesse mai dato vita. E fu la notte del tricolore, a cancellare d’impeto l’appropriazione indebita della destra e le timidezze snobistiche della sinistra. Pochissimi avevano però bandiere a portata di mano. Ci si arrangiò alla meglio mentre le bombolette spray, sottratte al monopolio degli “opposti estremismi”, furono convertite alle ragioni del patriottismo calcistico. “Anche se si ha un po’ di pudore a dirlo – commenta dalla Chiesa -, davvero la bandiera nazionale si liberò quella notte della crosta ideologica che la soffocava grazie a una vittoria in uno stadio lontano. Lì, precisamente lì, si aprì la strada su cui sarebbe arrivato, quasi trent’anni dopo, Carlo Azeglio Ciampi”.

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E per la prima volta lo stesso calcio giocato, le sue tecniche e le sue geometrie davano forma a una straordinaria allegoria. Mai una nostra nazionale aveva giocato costantemente all’attacco e con tanta rabbiosa determinazione i tempi supplementari. Una necessità dettata dalla logica di quella singolar tenzone, ovviamente. La quale conteneva però in sé il germe dell’eresia per un sistema calcio dominato dalla teologia difensivistica di cui si erano fatti profeti l’allenatore interista Helenio Herrera e il milanista Nereo Rocco. Perciò, osserva dalla Chiesa, a Karl-Heinz Schnellinger, autore del pareggio tedesco allo scadere dei minuti regolamentari “… gli italiani avrebbero dovuto erigere un monumento. Perché fu lui a regalarci quell’incredibile mezz’ora di vita davanti al video. Dove ogni tattica saltò. E una virtù fra tutte si levò: la generosità nell’assalto alla baionetta, reso intrepido dall’aria rarefatta dei duemila metri dell’Azteca.” Insinuando il sospetto che forse dovevamo proprio alla pavida filosofia del “primo non prenderle” il mortificante rango internazionale degli azzurri fra i Cinquanta e i Sessanta. Gli “orfani di Superga” erano stati esclusi dai Mondiali di Svezia del ’58, liquidati al primo turno quattro anni dopo in Cile, umiliati dalla Corea in Inghilterra ’66[2]

Invece quella notte che sapeva di estate eravamo lì quasi increduli a vederli impartire una lezione di grinta all’avversario di sempre. Sfidavano i portacolori del Paese dove ancora emigravano i braccianti del Sud in fuga da un’atavica miseria. Offrivano lavoro ma non ne conquistavano i cuori, generando quella miscela di ammirazione e risentimento ispiratrice in noi di un inconfessato complesso di inferiorità. A un quarto di secolo dalla fine di quella guerra catastrofica, che ci aveva visto alleati nella vergogna e nella disfatta, la sfida fra due grandi Paesi restituiti alla democrazia e alla prosperità si era caricata al di là delle intenzioni di poderosi significati, molto oltre il fatto sportivo. 

Così, in quei fatidici supplementari, l’Italia di Valcareggi avrebbe operato una sorta di metamorfosi antropologica. Alla tetragona e ordinata Germania occorreva opporre il coraggio dell’incoscienza, gettare il cuore oltre l’ostacolo, occupare la scena per preparare un trascinante finale verdiano. Dopo centodieci minuti di battaglia era saltato ogni schema tattico. Emblematicamente, a decidere l’incontro sarà un rovesciamento di ruoli fra Il goleador Boninsegna e il rifinitore Rivera: il primo a disorientare la stremata difesa avversaria, il secondo a concludere in rete. Al fischio finale l’abbraccio tra i due GR, Gianni Rivera e Gigi Riva inginocchiati sul prato, avrebbe fornito alla partita del secolo la sua icona simbolica.

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A ragione dalla Chiesa mette in guardia dalla tentazione di dare interpretazioni ideologiche all’evento. Non c’è dubbio però che quella vittoria sportiva regalava senza volerlo una poderosa metafora soprattutto a quella porzione d’Italia più sospettosa verso le infatuazioni patriottarde e più ostile al campionismo capitalistico. La vittoria di Davide su Golia, agli occhi delle avanguardie intellettuali e studentesche protagoniste del ciclo di protesta a cavallo fra i Sessanta e i Settanta, si inscriveva infatti a pennello nella categoria delle utopie realizzabili. Una partita di calcio ridondante di retoriche nazionalistico-competitive si trasformava in un rivoluzionario rito di conferma. “Siamo realisti, chiediamo l’Impossibile” non era forse stato lo slogan principe del Maggio francese? Quella maglie azzurre lanciate alla garibaldina in un assalto vittorioso ci dicevano che un disordine creativo e un pizzico di follia possono battere la Germania su un campo di calcio, ma anche aiutarci a cambiare il mondo, promuovere diritti, perseguire la giustizia sociale, riappropriarci di una corporeità liberata. Nell’universo disordinato della globalizzazione incipiente solo pochi commentatori avrebbero però ricordato come quell’allegoria stridesse atrocemente con la vicinanza fisica al centro di Città del Messico, a quella Piazza delle Tre Culture teatro dell’eccidio che due anni prima aveva stroncato nel sangue il Sessantotto messicano. 

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Lo spirito del tempo entrò in quei Mondiali grazie, scrive conclusivamente dalla Chiesa, alla squadra italiana più pazza della storia. “L’Italia del ’70, che pure aveva alle spalle il 12 dicembre di Piazza Fontana, era il Paese della speranza, del protagonismo fiducioso della generazione del baby boom postbellico, era il Paese in cui i genitori con i calli sulle mani sognavano il figlio dottore”. Giovani di poco più anziani di noi avevano ricostruito il Paese con fatica e dedizione. Appartenevano a quella generazione contro cui cinquanta anni dopo, proprio nelle aree dove era rinata l’Italia industriale, si sarebbe accanito vigliaccamente il coronavirus.

Quegli ottantenni – scrive dalla Chiesa – inizialmente visti con sconcertante sollievo come le vittime sole e predilette del virus assassino, colsero  allora nel 4-3 la conferma che con la loro fatica e i loro risparmi stavano costruendo una Italia orgogliosa e nuova, capace di trionfare nello sport più amato contro la nazione più forte”.

Viene malinconicamente spontaneo accostare a contrasto la festa popolare di cinquant’anni fa e “il silenzio livido e solitario dei camion militari che portano via le bare delle vittime da Bergamo, sottraendole a ogni affetto possibile. E tuttavia – conclude l’autore -, proprio di fronte alla tragedia nazionale improvvisa, quella partita resta, cinquant’anni dopo, una bandiera piantata nella storia del nostro Novecento. Simboleggia, con altri indimenticabili momenti delle istituzioni, della politica, della cultura, le vittorie raggiunte con le unghie e con i denti dal popolo italiano. Che sembrava schiavo senza speranza della ferocia nazista e se ne è liberato grazie a minoranze coraggiose; che sembrava destinato solo a emigrare e ha costruito una delle maggiori potenze economiche mondiali; che sembrava obbligato, come pure si scrisse, a convivere per sempre con il terrorismo, e di nuovo con minoranze coraggiose lo ha battuto; che sembrò in ginocchio contro Cosa Nostra e ancora grazie a importanti e coraggiose minoranze l’ha decapitata e indebolita”

Non si potrebbe dir meglio: davvero quel 4-3 non fu solo una partita di calcio, vinta da una squadra di eroi per caso.

NICOLA R. PORRO

[1]Si veda anche, a firma dell’autore, sul Corriere della Sera(7 giugno 2020), La Lettura, n. 445, pag. 34, “L’Italia del 4-3: una nazionale che diventò nazione”.
[2]Solo un fortunato concorso di circostanze ci aveva regalato una vittoria senza gloria agli Europei giocati in casa due anni dopo.