UN UOMO SOLO

di CARLO ALBERTO FALZETTI

Scendeva giù dal suo palazzone condominiale. Una tonalità di profumo nuovo lo avvolgeva. Un profumo al quale si richiedeva discrezione, senso del limite, prudenza. L’effluvio non doveva irraggiarsi più del dovuto, non infastidire le coscienze virtuose, non destare biasimo nei probi, né procurare compassione tra gli uomini pii.

Doveva raggiungere il suo amico, la sua affinità elettiva. Assieme avrebbero discusso in libertà, senza vincoli, senza occhi invadenti.

Gli occhi!

La città era piena di occhi. Occhi che ti seguivano, ti commiseravano, ti deridevano, ti schifavano, ti sopportavano.

Era pesante vivere la sua condizione. Con un po’ di denaro riuscivi a calmare le ansie che ti infuocavano. I giovani vitelloni erano sempre a corto e, seppur con una certa ritrosia, si lasciavano toccare per pochi denari. La notte era il momento propizio.  La penombra della sala cinematografica il luogo dell’intesa.

Parlavano  con rilassata tranquillità i due amici. Quanta libertà esisteva altrove? Si raccontavano a vicenda  di luoghi fantastici dove la loro condizione non era declinata in colpa e la passione non era considerata alla stregua di un perverso capriccio della natura. Fuggire! Andare oltre l’angusto spazio nativo! Dialogavano con entusiasmo quasi infantile, sognavano fughe ardite in paesi mitici. Qualcuno del sodalizio locale aveva già compiuto il passo e se ne era andato via, a Londra, fuori dalle strettoie domestiche, via  dall’incomprensione più torbida. Pervenivano lettere incoraggianti, dipingevano mondi arcani. 

Ma il sogno aveva la vita limitata. L’esultanza  ripiegava ed  apriva il varco al desolante principio di realtà.

A volte, dopo una serata di frenetiche pulsioni saturate, egli rifletteva disteso sul  giaciglio nella cupa intensità della notte  ed il pensiero gli mostrava, ancora una volta, la scena antica della scoperta adolescente. Di quando si scopriva disturbato nel vedere ciò che doveva apparirgli indifferente. I ragazzi gioivano assieme nei loro giochi ed assieme si divertivano a scoprire i misteri dei loro corpi che mutavano,  germogliando con irruenza nei lesti passaggi puberali. Per i più, tutto era così naturale! Per lui, tutto così conturbante!

Scoprire qualcosa che non rientra nella norma sociale era lacerazione dell’animo. Se la società non approva, quale dovrà essere il comportamento più adatto? L’impulso immediato conduce solo ad un risultato: reprimere! Ma ogni repressione non procura altro che l’aumento di una energia potenziale. Un potenziale accumulato che finisce per scaricarsi nel segreto della intimità. Ma alla lunga quell’energia trabocca. Supera il perimetro dell’intimo. Si investe nei gesti inconsapevoli, negli atteggiamenti stravaganti, nei desideri inconfessabili, in una estetica del gusto aggraziata, in una tonalità della parola delicata. Disdegni ciò che dovresti desiderare. Desideri ciò che dovrebbe suscitare solo noncuranza. Arriva il momento drammatico della giustificazione verso l’altro. La presenza dell’altro che vanifica il grande segreto dell’anima . La tua stanza più recondita sta, ora, per essere profanata ! Per sempre.

 Il padre, il fratello, l’amico, la madre, l’estraneo: ora più non ignorano! Le sentenze sono urlate! E’ colpa, non natura. E’ malattia, non fisiologia. E’ perversione non lecito desiderio. E’ trasgressione non osservanza.

Ed inizia la pena del vivere. Ciò che dovrebbe essere vissuto in letizia si carica d’affanno. In letizia, certo! Perché in tutto questo c’è di mezzo anche l’amore. Può sembrare strano?  Anche l’amore vorrebbe i suoi spazi. Amare, non  appagare solo la morbosa  brama ardente che ti consuma!

Ma chi amare? Come si fa ad amare senza poter essere amati? Sfiorare un corpo che ti respingerà con avversione dopo pochi attimi. Amare l’impossibilità. Amare ciò che è solo tua fantasia. Amare il fantasma del sogno.

A quei tempi la cittadina era meta delle passioni provinciali di romani con disponibilità monetarie.

P.P.P. terminate le sue fatiche di impegnato lavoro intellettuale di scrittore e di regista si aggirava, qualche volta, nei pressi del Traiano alla ricerca discreta, agevolata da intermediari persuadenti che lo accompagnavano nel suo viaggio fuori porta. E l’Alitalia era zeppa di assistenti di volo,  garbati, professionali, multilingue il cui continuo viaggiare intercontinentale aveva finito per abbassare le linee di guardia tanto da esibire  i loro reconditi desideri  come motivo di un orgoglio di classe, di uno stato di progresso rispetto al livello primitivo della cultura italica specie di una piccola città di provincia.   

A fronte di questo esotico pullulare di “vita”, lui aveva una sola inquietante domanda:  perché può essere così ovvio, così naturale per tutti costoro che piombano qui da Roma? Forse aveva ragione l’amico che era trasmigrato da tempo. Forse era questo il posto più sbagliato per vivere. Ma era qui che si doveva vivere. Era la città natale, la città della marina, dello scoglio profumato, del vento, dei percorsi familiari, degli amici. Amici pochi, ma sinceri o, almeno, comprensivi. Comprensivi perché compartecipi del senso di quella esistenza che era stata loro elargita dalla natura.

Ma il tempo passava, inesorabile. Come per tutti. La vita sempre la stessa:  identici i riti, le delusioni, le letizie. Passavano gli anni e i segni del tempo affioravano inquietanti sul corpo. Come inquietanti apparivano quegli amori impossibili che erano da tempo approdati alla tranquillità  dei vincoli famigliari. Vederli con  una moglie, con dei figli. E lui? Sempre più solo a scrutare le rugosità insorgenti. Sempre più solo a ad affrontare i moti dei sensi:  le irrefrenabili smanie della corporeità umana.

Come ancora era lontano, da quegl’anni, l’avvento  dell’orgoglio esibito, del vanto, dell’accettazione pubblica, della legge accordante, della conquista civile! Il presente, al contrario,era  quello di sempre:   il tempo dell’incomprensione, il tempo della diffidenza, il tempo del biasimo, del disgusto, dello scherno, della distanza, della commiserazione, della ripugnanza, dell’intolleranza.

La maturità incombeva affaticando i gesti, illanguidendo le emozioni. Qualche amico era morto, altri s’erano trasferiti altrove. Negli incontri casuali di antiche amicizie avvertiva spesso l’imbarazzo dell’altro nel rispondere al saluto che egli, con qualche cenno d’affetto, porgeva. Spesso, scorgendo il compagno d’un tempo con la famigliola a passeggio, velocemente  tentava di evitare l’incontro, cambiando percorso. Senso del pudore o mestizia del ricordo?

Il languore dei giorni iniziò a procurargli, lentamente, un senso di vita a cui non era abituato. Le ombre del passato sembrarono, d’un tratto, divenire inquiete. L’acquiescenza dell’animo, lentamente maturata negli anni, appariva ora meno arrendevole. Un senso di biasimo, mai prima avvertito, lo stava avvolgendo giorno dopo giorno. Avvertiva se stesso con fastidio, come fosse  qualcosa di estraneo, una presenza scomoda, irritante, assurda.

Un’idea cominciò a aprirsi un varco nei reconditi anfratti della coscienza. Cominciò a farneticare che era arrivato il momento di una redenzione.  Una redenzione!  

Quell’idea lo perseguitava e, come un inesorabile crivello, penetrava sempre più in fondo.

L’idea era al suo fianco nelle ore del giorno, lo tormentava nel sonno profondo, era la sua ombra. Oh, se  una parola amica avesse potuto contrastare l’azione di quel crivello! Il destino, forse, avrebbe disegnato strade diverse.

 Una parola! Una parola amica per convincerlo dell’estrema contingenza di ogni giudizio sociale! Per convincerlo della estrema sproporzione che esiste fra  quel giudizio sociale e l’anelito ad una redenzione! Ma redenzione poi per cosa? Per quale misfatto?  

Ma, nessuna parola giunse da fuori!

 L’uomo solo era terribilmente solo.

 Il pensiero maligno lo possedeva in pieno. 

Sgretolando, ogni possibile alternativa,  la vertigine infiammò definitivamente la sua anima.

 E l’abisso mostrò  tutto il suo fascino.

 E l’azione seguì rapida alla decisione.

.   .   .

A Te, Genio Onnipotente, si riconduce l’intera  natura. Tutto ciò che hai prodotto è giusto. Ingiuste sono solo le volontà perfide degli uomini, non le nature dalla Tua mano uscite.

Guarda questa corda che penzola. Il peso che la tende è perfidia d’uomo o è frutto della Tua mano?

Accogli, senza esitare, ciò che Tu stesso hai prodotto.

A tutte le “nature incomprese” della nostra Città!

CARLO ALBERTO FALZETTI