Nel tempo del virus. Il contagio e l’emersione della società

di NICOLA R. PORRO

La pandemia offre l’opportunità di una resa dei conti culturale con le narrazioni populiste. Alla pars destruens deve però associarsi una coraggiosa pars construens, capace di risalire, anche autocriticamente, alle cause scatenanti i populismi del Duemila e di concorrere alla rigenerazione delle nostre democrazie. 

L’operazione presenta una precondizione: riconoscere che la società esiste. Scoperta in apparenza banale ma rilevante perché né il pensiero conservatore né la vulgata populista (fatico ad associare ai populismi la categoria di “pensiero”) posseggono un’idea compiuta di cosa sia e di come funzioni una società. 

Per i conservatori la società è solo una metafora, una concessione al “tanto per dire” che qualche perdigiorno si affanna a fare oggetto di astruse analisi pseudoscientifiche. La società non esiste: esistono gli individui. Sono gli spiriti animali dell’interesse a generare la darwiniana selezione del più idoneo e con essa ricchezza, prosperità, sviluppo. Che bisogno c’è di uno Stato regolatore? Che ce ne facciamo delle complicate e noiose teorie dell’“inferma scienza” se all’ordine sociale presiederà sempre la legge del più forte, magari mitigata dal galateo della civilizzazione e da un po’di beneficenza?

Nemmeno i populismi, riducendo ogni rappresentazione culturale a tecnica della propaganda, credono all’esistenza della società. Il loro universo è dicotomico: noi e loro, l’alto e il basso, la casta e il popolo, i nordisti e i terroni, gli italiani e i migranti, chi viene prima e chi viene dopo.  Troppo faticoso e poco remunerativo sul piano del consenso misurarsi con la natura complessa e cangiante dei sistemi sociali. 

Il populismo dell’era digitale ricalca così entrambi i modelli canonici della rivoluzione comunicativa del Novecento: la propaganda politica dei totalitarismi e la colonizzazione del quotidiano attraverso la pubblicità commerciale. 

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Ho ricordato in un precedente articolo come il virus gaglioffo ci sia piombato sul collo mentre autorevoli studiosi celebravano in rete e in libreria l’avvento dell’homo deus. Per conservatori e populisti la repentina e inattesa retrocessione della specie a homo sapiens ha rappresentato un vero e proprio rito di degradazione. Invece, proprio svelando la nostra vulnerabilità, l’esperienza del contagio ha messo a nudo l’intricata trama di quelle interdipendenze negate dalle quali, abbiamo appreso, può addirittura dipendere la nostra stessa sopravvivenza biologica. 

L’esperienza della pandemia, a un secolo esatto dalla febbre spagnola, ci ha manifestato l’esistenza della società con la stessa efficacia di un ceffone sul viso: quella del covid-19 è sociologia manesca.

Ci ha fatto comprendere come la salute – privilegio dei favoriti dalla genetica, dal denaro, dalla fortuna o dalla benevolenza divina – non sia affatto riducibile a bene privato. La possibilità del contagio ne rende evidente, al contrario, la natura sociale. Il male è trasmissibile e insieme curabile: una perfetta metafora della socialità come rischio e insieme come risorsa. È però l’esistenza e l’efficienza di un bene pubblico come il sistema sanitario che rende possibile ingaggiare la battaglia più importante. È la sua discesa in campo a consentirci di impiegare a beneficio di tutti i saperi e le tecnologie di cui disponiamo. Non è un caso se i francesi lo chiamano État-Providence.

Second Patient Died Of Pneumonia In Wuhan

WUHAN, CHINA – JANUARY 17: WUHAN, CHINA – JANUARY 17: (CHINA OUT) Medical staff transfer patients to Jin Yintan hospital on January 17, 2020 in Wuhan, Hubei, China. Local authorities have confirmed that a second person in the city has died of a pneumonia-like virus since the outbreak started in December. (Photo by Getty Images)

Il sistema sanitario pubblico ha rappresentato ovunque in Europa, a partire dalla metà del XX secolo, la struttura portante del sistema di welfare e ancora oggi ne misura la qualità. È l’istituzione cui appartengono gli operatori che con legittima enfasi abbiamo identificato con gli eroi della nostra “resistenza” collettiva. È la stessa istituzione contro la quale si accaniscono da cinquant’anni, a ogni latitudine, le politiche neo-liberiste ispirate ai profeti dello Stato minimo e agli adoratori del mercato. 

L’evidenza dimostra, infine, come la salute di ognuno e di tutti costituisca non solo un bene privato e un bene pubblico, ma anche un bene relazionale: un bene comune. Beni comuni sono anche il sapere scientifico, la capacità di investirlo a beneficio di tutti e l’azione solidale di tanti volontari.  Cos’altro si può aggiungere a tracciare la disfatta etica tanto del “capitalismo compassionevole” quanto del populismo antiscientista, quello dell’uno vale uno?

Attraverso il nostro corpo minacciato la pandemia rende così tangibile quella trama di intersezioni che chiamiamo società e ne ridefinisce i valori. Non sia più consentito a nessuno irridere come buonismo la solidarietà coraggiosa degli altruisti. Non si tolleri ancora la critica cialtronesca ai saperi spacciata per disvelamento di controverità celate. 

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Il paradosso consiste invece nel fatto che ci accorgiamo della consistenza materiale della società, e di quanto dipendiamo dalla sua organizzazione, dalla sua efficienza e dal suo grado di democrazia, solo quando siamo obbligati a rispettare regole che ce la sottraggono, sacrificando alle ragioni del lockdown la nostra socialità.

Secondo l’etologo Mark W. Moffett, lo studioso dello “sciame umano”, l’autoisolamento imposto dall’epidemia non ha però solo conferito evidenza alla nostra natura sociale[1]. Ha anche mostrato quanto ampia possa essere la gamma di risposte sociali prodotte dalle culture umane e come esse discendano assai più da fattori antropologici che non dalla maggiore o minore coercitività dei sistemi politici. Società dove è più radicata l’identificazione dei singoli con la collettività – si pensi alla Cina e alla Corea del sud – si sono adattate con maggiore facilità a un regime che sospendeva la socialità in nome dell’interesse superiore della collettività. Meno spontaneo è stato accettare regole restrittive in società più individualiste come le democrazie occidentali, dove la norma è sopportata come obbligazione necessaria ma l’anticonformismo è giudicato un valore e associato a personalità libere e creative. 

Un potente choc sistemico ha reso trasparente la percezione di un destino comune. La disciplina osservata dagli italiani, la prima comunità occidentale aggredita dall’epidemia, ha destato sorpresa e ammirazione. Foto di noi mascherati, inguantati e fisicamente distanziati hanno fatto il giro del mondo incrinando vecchi stereotipi sulla nostra presunta ingovernabilità (“governare gli italiani non è difficile: è inutile”, tuonava Mussolini, uno che di costrizioni se ne intendeva). Visione stereotipica: l’Italia e i Paesi della colonizzazione romana hanno conosciuto un regime statuale e l’obbligazione sociale molti secoli prima di tutti gli altri. Un eccesso di confidenza che ci autorizza a prenderci qualche libertà di troppo, ma anche un’esperienza interiorizzata che ci ha vaccinati dai rischi della cieca obbedienza. È un fatto che questo Paese di furbetti e trafficoni vanta il più esteso movimento di volontariato d’Europa.

Nemmeno ritengo giusto ironizzare sulla coreografica sarabanda inscenata nei primi giorni per darci coraggio e sull’ingenua ventata di patriottismo da coronavirus che l’ha accompagnata. Nei momenti critici ci si raccoglie tutti e sempre attorno a una bandiera. All’Italia è toccato fornire l’imprinting culturale della “resistenza”. Fosse capitato alla Svizzera, saremmo morti di noia prima che di covid… Invece ci siamo inventati gli arcobaleni dei bambini a garantire che “andrà tutto bene”, i canti e gli applausi dai balconi, Pavarotti e le Frecce tricolori…Stavolta, incredibile a dirsi, nemmeno i cugini francesi hanno sospirato “Ah, les italiens” commentando accigliati la nostra inguaribile vocazione teatrale. 

Anzi, a distanza di poche settimane tutti hanno replicato il nostro copione.  Vuol dire che sotto pelle avevamo tutti un disperato bisogno, per combattere il nemico invisibile, di incontrare, toccare, vedere la società che non si vede. Una antica vocazione teatrale ci ha restituito la rappresentazione “carnale” di un’altra costruzione della prima modernità. È quella che chiameremmo senza imbarazzo “patria” se un altro populismo, quello fascista, non avesse imbrattato di nazionalismo questo genuino sentimento popolare.

In sostanza: lo choc ci ha restituito la percezione di appartenere a una società e insieme la contraddizione che vi presiede: essere allo stesso tempo una “comunità di destino” e il nodo di una sconfinata e anonima rete globale di relazioni. Il focolare di casa e l’universo digitale sono due facce di una stessa medaglia. Questa (ri)scoperta della materialità del sistema sociale smentisce quella sua riduzione a “metafora” perseguita dall’individualismo conservatore e insieme rende evidente l’irriducibilità della nozione di popolo alla parodia che ne propongono i populismi di tutti i colori.

Il Premio Nobel Joseph Stiglitz[2] ha invitato a non “sprecare la crisi” e a concentrarsi sui suoi insegnamenti. L’elenco proposto non brilla per originalità: l’importanza della scienza, la funzione strategica del settore pubblico e dell’azione volontaria, le disuguaglianze che compromettono un diritto primario come la salute, le responsabilità del tecnocapitalismo e la necessità di un nuovo ordine mondiale. 

L’enunciazione è prevedibile, ma ha il merito di individuare il carattere globale della sfida che ci attende e la necessità di collocare a quel livello un progetto di rinascita. “Nessuno si salverà da solo” ha ammonito Papa Francesco, ma una risposta globale esige anche risposte locali a criticità che l’epidemia ha reso evidenti. Nel caso italiano segnalerei alcune priorità: (i) ripensare il rapporto centro-periferia a trent’anni dal decollo dell’esperimento regionalista, (ii) fare i conti con le strategie di allarme sociale attraverso cui le narrazioni populiste hanno inquinato la dialettica democratica e (iii) la capacità del ceto politico di far fronte alla sfida che ci attende e dai cui esiti dipenderà il rango riconosciuto all’Italia in un equilibro trasformato radicalmente. Quello italiano può rappresentare, insomma, uno straordinario caso di studio. Esso prende le mosse da una drammatica vicenda sanitaria ma si sviluppa assai al di là dei suoi confini e si intreccia con una improcrastinabile resa dei conti fra democrazia e populismo/i.

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Maestri nel costruire nemici fittizi da additare a bersaglio della rabbia sociale – sia che il nemico sia collocato “sopra” (la casta) sia “sotto” (i migranti) – i leader populisti balbettano smarriti quando si materializza una paura reale, una minaccia tangibile. Quando la propaganda deve lasciare il posto alla realtà effettuale – fatta di competenze, capacità organizzative, senso della missione –  gli incantatori di serpenti non possono che borbottare qualche giaculatoria d’occasione e mendicare qualche inquadratura nella photo-opportunity. Il re è nudo, la sconfessione è bruciante e senza appello. Quale persona di buon senso davanti ai compiti e alle fatiche dell’emergenza può permettersi il lusso di perdere tempo con l’uno vale uno, i no-vax, i terrapiattisti, i cultori delle scie chimiche, i sovranisti, i negazionisti di tutto il negabile? Chi può ancora prendere sul serio un signore che pochi mesi fa invocava i pieni poteri ma che, privato di barconi da affondare e di migranti da lapidare, dimostra di non avere altro da offrire al Paese che un trito refrain di invettive e sospetti? 

La cultura del sospetto e la costruzione del capro espiatorio – i due capisaldi di tutte le retoriche populiste – si rivelano in frangenti simili per quel che sono: merce avariata. 

Ha tuttavia sostenuto Gianfranco Pasquino che già arrendersi all’ovvietà tanto a lungo negata rappresenta per i populisti di governo un piccolo passo avanti giacché erode un caposaldo culturale della loro narrazione. In presenza della catastrofe della sanità lombarda ai populisti di opposizione spetterà invece l’arduo compito di giustificare un trentennio di dissennata demolizione della sanità pubblica di cui sono stati responsabili o complici. Lo conferma proprio la parziale eccezione del Veneto, l’unica regione fra quelle a dominanza leghista a non aver smantellato il welfare della sanità e la più pronta ad affidarsi alle competenze scientifiche di cui fortunatamente disponeva. 

Per comprendere i processi in atto occorre insomma coniugare un quadro di riferimento ad ampio raggio con l’analisi di dinamiche più circoscritte. Ci proveremo.

NICOLA R. PORRO

[1] M. W. Moffett, Lo sciame umano, Einaudi, Torino 2020.
[2] “Joseph Stiglitz: non sprecate questa crisi”, intervista a G. Carofiglio in Robinson del 30 aprile 2020.