IL FUMO FA MALE

di SILVIO SERANGELI

Non ho mai fumato sigarette. Ne ricordo due tre da ragazzo, al buio della galleria del cinema Bernini con mio cugino Mauro: erano le Serraglio piatte che fumava mio zio Nino. Molti anni dopo,  la nebbia e il gelo padani, sicuramente l’abitudine sacrale di mio suocero di fumare con voluttà il suo mezzo toscano e tenerselo in bocca per tutta la giornata, mi hanno convertito. Sigaro e qualche gustosa pipa sullo slancio della passione dello zio di mia moglie che andava sulla collina di Genova a procurarsi la radica dell’erica per poi trasformarla in preziosi pezzi unici. Allora i toscani si sceglievano dal tabaccaio; erano venduti sfusi. Li   avvicinavi all’orecchio, cercando di interpretare lo scricchiolio che producevano sotto la pressione delle dita, secondo il canone sacro di Mario Soldati, maestro anche in questo. I sigari venivano tagliati in due con una specie di ghigliottina. Qualcuno arrivava a fumarne uno intero, ma poi sentiva le voci, e magari gli appariva la madonna con tutti i santi. Poi arrivò la confezione da cinque e gli ammezzati, i toscanelli, fino al boom attuale con una miriade di scelte disorientanti. Voi vi chiedere perché questa professione di fede, oltretutto a favore di un vizio contro il quale si combatte una guerra a tutto campo. Mi spiego. Per motivi precauzionali non fumo più. In questo periodo di forzata reclusione approfitto per sistemare tante cose e, in fondo a un cassetto, dimenticata, ho trovato una confezione  con un solo sigaro con la scritta a caratteri cubitali: “Il fumo uccide, il fumo causa ictus e disabilità”. Tutto giusto, per carità. Magari la stessa scritta dovrebbe comparire sui liquori e gli sprizzetti vari da ubriacamento da movida e da papete salviniano con infausti risultati sullo spavaldo bevitore. Così mi sono chiesto perché lo Stato, così intransigente nella lotta contro il fumo non lo sia altrettanto nei confronti del vizio televisivo e giornalistico di terrorizzare ad ogni costo spettatori e lettori attraverso campagne in molti casi al limite della diffamazione con l’unico scopo di alzare il polverone dello scandalo  e prendersela a testa bassa con il governo durante un’emergenza mondiale come questa? Perché lo Stato, così come ha fatto su sigarette e sigari, non obbliga di mettere in sovrimpressione nei programmi d’informazione (?) tv e nelle prime pagine dei giornali la scritta IL CORONAVIRUS UCCIDE. Il fumo è una scelta personale, il virus ti insegue e non è certo un vizio che ti puoi permettere. Il nostro mondo è cambiato, tutto il mondo, non solo la la Lombardia o la bergamasca, e chi dovrebbe fare informazione non ne tiene spudoratamente conto. Aizza le proteste, cerca la cagnara.  Volano gli stracci per un po’ di odiens, per qualche copia in più. Usciti momentaneamente di scena baristi, parrucchieri, spiaggiaroli infuriati, si passa ad un’altra sceneggiata: si corre in massa sotto casa della povera Silvia, a fare caciara, a creare quell’assembramento che gli stessi conduttori da studio bacchettano con ferocia quando sono gli altri a farlo. E loro? Un casta, per dirla con la fortunata coppia che inventò il successo editoriale, quella dei molti giornalisti, di intoccabili, che non paga mai dazio, che state certi avrà le giuste distanze nella spiaggia Vip, al ristorante Vip, dal parrucchiere Vip. Così, senza tregua, non tenendo conto che il virus continua a contagiare e a fare morti, e che non si sa come e quando se ne uscirà, partono a testa bassa per le loro campagne contro. Sono come gli stormi, per non dire gli avvoltoi, che si spostano con studiata scaltrezza. Tutti contro i compensi alle comparsate televisive e sui giornali di virologi, epidemiologi e confinanti come se loro non venissero pagati quando intervengono alle inutili presentazioni, alle passerelle, per non parlare dei loro ospiti che ci campano con le sceneggiate televisive (Sgarbi, Cacciari, Travaglio e compagnia cantando). Si fanno i conti, si cercano gli scontrini come quello del povero sindaco Marino, alzando polveroni che disorientano. Prima le mascherine sì poi no, poi forse, ti hanno portato a chiederti se sia meglio il tampone o il prelievo, come scegliere fra il gusto fragola e pistacchio e crema e cioccolato dal gelataio. Lo accendiamo il condizionatore?  Ma questi niente: a testa bassa a strillare e disorientare. Per questo dovrebbe comparire la scritta in sovrimpressione IL CORONAVIRUS UCCIDE, perché nel frattempo una bella compagine di programmi televisivi e di giornali (in testa la trimurti fascio-leghista Il Giornale, Libero [sic!], La Verità [sic!]) fa finta di niente, lancia il messaggio che il pericolo è scampato, è tutto come prima, magari sorvolando sul  piccolo particolare che in Lombardia e Piemonte la situazione è ancora grave e che basta un allegro funerale a contaminare mezzo Molise. Non è successo niente! Avanti tutta con le interviste! Baristi, parrucchieri, ristoratori  puntualmente aizzati, a favore di telecamera, se la prendono con il governo. La scritta in sovrimpressione dovrebbe ricordare anche a loro che è arrivata un’ apocalisse, che non risparmia nessuno e che durerà non si sa fino a quando e che nessun governo ci può mettere una pezza. Neppure i cinesi e gli americani. Tutto non è più come prima, e forse non lo sarà ancora per molto. Abbiamo scoperto, dopo anni di imposture pubblicitarie televisive, che siamo poveri. Che le cucine  con spazi da campo da tennis degli spot sono un’illusione, molti vivono come le sardine, non arrivano alla fine del mese. Ci siamo svegliati poveri e non ce ne facciamo una ragione. Chi comanda da studio, chi scrive gli articoloni fa finta di niente, si volta dall’altra parte: giacca e cravatta in tinta, completini firmati: la stessa cricca viaggiante e ridente. Pochi si azzardano a dire che questa è una disfatta epocale e mondiale. Macché: intervistiamo il proprietario dell’Harry’s  Bar di Venezia,  stizzito perché non lo fanno arricchire come e più di prima, quando non potevi entrarci nemmeno per una foto ricordo, andiamo a piangere al Gambrinus: un  caffé e un babà 16 euro. IL CORONAVIRUS UCCIDE e, guarda caso se la prende con i più deboli, con shampisti, camerieri, bagnini, magari sottopagati o pagati in nero. In questo delirio della notizia a qualsiasi costo la Sette batte tutti. Mi ha telefonato l’amico Francesco: “guarda sulla Sette, c’è Civitavecchia”. Che sarà successo? Vedo il povero giovane inviato ragazzo spazzola, letteralmente preso a sganassoni dalle bordate del vento di scirocco sulla riva con cavalloni dello stabilimento balneare di Grottaurelia. Che ci fa? Fra i marosi, documenta la dimostrazione pratica di  come il gestore non potrà  mantenere le vecchie distanze fra lettini e ombrelloni. Che c’è da dimostrare? Il VIRUS impone la sua legge, neppure il mare sarà quello degli anni passati. Ci vuole poco a farsene una ragione. Ho provato vergogna per una messa in scena farsesca e gratuita, mentre in studio non mancavano i sorrisetti di sempre. Perché questa ignobile sceneggiata inutile? Prossimamente vedremo Mentana che con Giletti posiziona una barriera a distanza di sicurezza, con Formigli che sistema dei secchi per le rituali sputacchiate dei calciatori, per dimostrare che il campionato può ripartire. Ma dove vivono? Come vivono? Chi rispettano? Come cantava Rascel: è arrivata la bufera è arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par…. Come gli pare, appunto la casta parolaia di cui sopra.

SILVIO SERANGELI