14 maggio 43. Un ricordo.

di SILVIO MORETTI ♦

   In ricordo di mio padre che mi ha potuto raccontare questa storia vera.

Quel 14 maggio del ’43 Alberto non aveva ancora compiuto quattordici anni. Uscì di casa, subito dopo pranzo per andare a giocare a pallone all’oratorio.

Ci volevano quindici minuti o poco più per percorrere il tratto di strada che da casa sua, prima percorrendo il lungomare e poi costeggiando la ferrovia, lo avrebbe condotto dai suoi amici.

Era un  pomeriggio piuttosto caldo. L’estate sembrava avvicinarsi ormai a grandi passi.

Alberto notò che il glicine sul terrazzo di una bassa palazzina come ogni anno era fiorito. Lo avrebbe visto ancora per poco: quegli splendidi fiori rampicanti non sarebbero durati ancora molto.

Alberto portava con sé una bottiglia di vetro per acquistare un litro di latte, dopo la partita, alla latteria Marconi. Quello era il patto fatto con sua madre: la partita all’oratorio ma poi la commissione per prendere il latte. 

Era allegro e si gustava lo sfavillio del mare della sua città e le barche al largo facendosi schermo con la mano sugli occhi.

Quando raggiunse il campo di gioco i suoi amici erano già pronti per la sfida. Sistemò con cura la bottiglia su una panchina ai bordi del campetto e si unì agli altri compagni per la partita. Non si riteneva un campione era un po’ basso per la sua età e questo gli aveva procurato il nomignolo di “bracco”.

La partita era cominciata da qualche minuto quando in lontananza udirono dapprima un rombo indistinto che si faceva sempre più forte e più cupo. Solo quando sentirono provenire dal mare, più o meno all’altezza del porto sembrava, dei boati tremendi capirono che bisognava scappare.

Nessuno aveva mai visto o sapeva cosa fosse un bombardamento. Dai giornali, non c’era ancora La Settimana INCOM al cinema, avevano visto gli orrori della guerra, le città distrutte ma sembrava un film di cose e fatti lontano da loro.

Trovarcisi nel mezzo fu un’altra cosa. Si seppe poi che quarantacinque quadrimotori Boeing, le cosiddette fortezze volanti americane, alle 15.19 avevano attaccato il porto rovesciando il loro carico di morte e di lutti su Civitavecchia.

Un sacerdote dell’oratorio radunò nella sagrestia tutti i ragazzi e le  altre persone che si trovavano in chiesa invitandoli  a pregare la Madonna. Un marinaio, che si era rifugiato in chiesa, era con loro. Piangeva come un bambino. Diceva che veniva da Salerno e si era trovato nel pieno dei bombardamenti. Tremava e i ragazzi lo guardavano stupiti ed impauriti. Alberto stringeva  a sé la bottiglia di vetro, bene prezioso in quei tempi. Si capiva che alla latteria quel giorno non ci sarebbe andato.

Quanto durò quell’inferno. Forse poco o forse sembrò un tempo interminabile come spesso succede quando si vivono vicende terribili.

Quando sembrò che la furia aerea fosse cessata, Alberto pensò che era il caso di tornare a casa. Si avviò ad una uscita laterale della chiesa e percorso un tratto di strada, la scena che gli si presentò quando uscì fu infernale. Gente che scappava disperata, urlando, inveendo. Una donna sembrava paralizzata, immobile come una statua. Palazzi sventrati che bruciavano, nell’aria un odore acre e irrespirabile, fumo, polvere e buio, come se il pomeriggio caldo se ne fosse andato. Sentiva quasi freddo.

Era con un altro ragazzo, indecisi o forse meglio bloccati dalla paura, quando incontrarono il loro insegnante di religione che gli chiese se volevano accompagnarlo per cercare di salvare i feriti. Si recarono nella zona del mercato, vicino al porto era quella che era rasa praticamente al suolo. Vedevano un città che non sembrava più la loro, distrutta ed agonizzante. Corpi dilaniati sotto le macerie. Un uomo ferito chiese dell’acqua ad Alberto. Si avvicinò, non sapeva cosa fare, vide che aveva un buco nello stomaco e scappò via terrorizzato. Quell’immagine  e la vergogna di non averlo aiutato, forse senza alcun speranza, lo perseguitò nei sogni  a lungo.

Il sacerdote allora gli disse di tornare a casa. Lui si sarebbe recato all’ospedale disse ” se ancora ci sarà”.

Alberto cominciò il percorso a ritroso per la strada di casa.

All’altezza  del Pincio per un momento la memoria andò ai sabati fascisti e alle ridicole adunate giovanili da “balilla” che non avrebbe più dovuto fare. Quelle pagliacciate, che pure da “figlio della lupa” lo avevano anche entusiasmato, in un momento erano come ricordi lontani. Pensò che non ne avrebbe più fatto parte.

Arrivato alla ferrovia anziché costeggiarla, come sempre faceva allungando volentieri il percorso, scavalcò il passaggio a livello. Ebbe il tempo di stupirsi per come aveva fatto, lui non molto alto, con un solo balzo a trovarsi dalla parte opposta sulla strada, sventrata nella sua lunghezza.

Cercò di affrettare il passò ma non poté non scorgere, lungo la passeggiata del viale, le panchine divelte che erano appese ai fili della luce, sospese in quell’irreale silenzio. Dal porto e dal mare si alzavano colonne di fumo scuro e si vedevano incendi qua e là. Se avesse saputo il significato di apocalittico avrebbe definito così quello “scenario” irreale.

Potenti getti d’acqua provenivano dal terreno e dai muri di quello che restava dei palazzi.

Solo a quel punto Alberto considerò che anche la sua casa potesse essere stata distrutta come quelle che vedeva al suo passaggio, dove incontrava macerie su macerie,  un braccio staccato da un corpo ed un cane che rovistava in mezzo a stracci che potevano essere persone.

Quando infilò il Viale della Vittoria pensò di mettersi a correre ma si sentiva come trattenuto. Incontrò un uomo che conosceva che gli disse ” alle Quattro Porte è tutto distrutto” ma non gli chiese se avesse bisogno di aiuto.

Intravide in lontananza la statua di san Francesco intatta. Il santo nella sua posa con le braccia aperte sembrava voler accogliere il dolore della città. La chiesa non c’era quasi più e la sua casa era proprio lì vicino con le finestre che vedevano il mare.

Quando la vide che era, quasi per miracolo, ancora in piedi  non credette ai suoi occhi. Una bomba aveva causato una buca profonda vicino al portone. Salì le scale due alla volta, sulla porta di casa c’era sua madre. Non s’accorse che piangeva dalla gioia. Lo abbracciò. Alberto mostrò con orgoglio che la bottiglia per il latte, seppure vuota, l’aveva riportata a casa.

SILVIO MORETTI