Nel tempo del virus. Incubi, sogni e profezie 

di NICOLA R. PORRO

Yuval Noah Harari è un pensatore israeliano di frontiera. I suoi interessi si collocano in quel territorio di confine fra sociologia, filosofia e storia del pensiero scientifico dove spesso fiorisce la creatività dei pensatori autentici. Dopo il successo del suo Homo Sapiens. Da animali a dei (2014) ha pubblicato una nuova riflessione, altrettanto originale e provocatoria, dedicata a Homo Deus. Breve storia del futuro (2017). Un lavoro che descrive e celebra la laica divinizzazione dell’umanità, resa possibile dalla rivoluzione tecnologica. Nella quale, secondo Harari, siamo tanto esistenzialmente immersi da non percepire più quanto radicale e profonda sia la sua discontinuità rispetto al passato. Peccato però che la profezia abbia scelto a esempio un caso destinato ad apparirci presto sinistramente paradossale. Sostiene infatti lo studioso israeliano che dalla seconda metà del XX secolo l’umanità avrebbe definitivamente acquisito la capacità di prevenire o domare le tre storiche maledizioni della vita sociale: carestie, pestilenze e guerre. Dati alla mano, parrebbe più probabile morire di congestione dopo un’abbuffata da McDonald’s piuttosto che rimanere vittime di eventi al di fuori del nostro controllo. La siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Qaeda, per fare qualche esempio…

Certo: l’epidemia del coronavirus non sembra destinata a produrre le catastrofi del passato. La peste nera del XIV secolo sembra abbia causato fra i settantacinque e i duecento milioni di vittime. A partire dal XV secolo Il vaiolo e le altre malattie esportate nelle Americhe dai conquistatori europei provocarono non meno di venti milioni di decessi nel solo Messico. Fra il secondo e il terzo decennio del Novecento l’influenza spagnola avrebbe ucciso fra i cinquanta e i cento milioni di persone. Sessanta anni più tardi l’Aids ne avrebbe sterminate almeno trenta milioni. 

Più di recente, nel 2014, il virus Ebola ha invece causato “appena” undicimila vittime e anche il più letale Covid-19 non produrrà gli effetti apocalittici delle peggiori epidemie del passato. A vedere il bicchiere mezzo pieno, insomma, possiamo riconoscere ad Harari le attenuanti generiche. In assenza di una controprova inoppugnabile, siamo autorizzati a ritenere che i progressi della ricerca e l’adozione di misure di contrasto ispirate a princìpi scientifici ci avrà risparmiato alla fine qualche milione di vittime.  Occorre però riflettere su altri aspetti cruciali. Come dimenticare, ad esempio, che nel nostro Paese, uno di quelli colpiti prima e più aggressivamente dall’epidemia, sino a metà febbraio fosse ampiamente diffusa la convinzione che l’Italia se la sarebbe cavata senza troppi danni? Abbiamo celebrato come niente fosse carnevali, eventi sportivi a porte aperte, cerimonie religiose e manifestazioni pubbliche. E altrove è andata anche peggio. La festa dell’8 marzo in Spagna sembra abbia rappresentato la miccia del dramma consumatosi a scala di massa poche settimane dopo. Negli Usa e in Gran Bretagna, dove le misure di distanziamento sociale e di contenimento sono state introdotte con colpevole ritardo, l’epidemia è esplosa a scoppio ritardato ma altrettanto drammaticamente. 

Da dove ha dunque origine il disincanto verso le magnifiche sorti e progressive vagheggiate da Harari? È la non onniscienza della scienza che falsifica la sua teoria? O sono l’eredità del pensiero mitomagico, l’opportunismo della politica e il fatalismo scaramantico dell’inconscio collettivo a comprometterne l’efficacia? Insomma: con chi dobbiamo prendercela se l’homo sapiens non riesce a trasformarsi nell’homo deus? 

La dimensione sociologica del problema, almeno quella, è tuttavia chiara. Essa riposa nella rappresentazione culturale della pandemia che noi stessi stiamo elaborando. Diffusa è la convinzione di vivere un evento epocale, inedito e forse irripetibile. Una percezione facilmente smentita dalla memoria storica della modernità. La sola autentica novità è rappresentata proprio dal vigore e dall’estensione assunte da questi inganni cognitivi, se è vero che una valente filosofa spagnola, Ana Carrasco Conde, si è spinta a prevedere che la tarda modernità produrrà una periodizzazione divisa fra un prima e un dopo la pandemia, così come tanti secoli fa si era convenuto di dividere il tempo lineare fra un prima e un dopo la venuta di Cristo. La questione, tuttavia, potrebbe non costituire soltanto una concessione all’ideologia autoreferenziale dell’eterno presente. La pandemia presenta infatti davvero caratteristiche che la differenziano da altri eventi di vasta portata. Non ha la brevità istantanea della catastrofe circoscritta nel tempo e nello spazio – un’esplosione nucleare, un terremoto -, che demarca con precisione un prima e un dopo  in assenza di un mentre. Nemmeno però conosce la progressività temporale delle guerre tradizionali, eventi di lunga durata capaci di alimentare la speranza o l’illusione che l’azione umana che li ha generati possa prima o poi porvi fine attraverso la vittoria di una parte o una pace negoziata. Non per nulla, come testimoniano i grandi narratori del tempo, il carattere epocale delle guerre del Novecento verrà percepito solo a notevole distanza di tempo dalla fine dei conflitti. Per di più noi viviamo immersi in un sistema della comunicazione digitale che ci induce (o ci condanna?) a vivere l’offensiva del nemico invisibile in una sorta di temporalità ansiogena che mescola algide sequenze statistiche e fantasiose produzioni narrative. Al di là delle somiglianze apparenti la differenza esistenziale con l’esperienza vissuta dai nostri antenati recenti, si pensi alla spagnola, è abissale.

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Senza infierire sulla profezia di Harari e tributando il dovuto omaggio a Francesco Guccini, si fa così strada l’dea che “un dio sia morto”. Non il Dio con la d maiuscola, quello trascendente della fede e della metafisica. No: il dio con la d minuscola, quello dell’ideologia del quotidiano. L’onnipotente divinità della tecnica, il sovrano dell’informazione, il signore della scienza applicata: un dio immanente, interamente umano. Una divinità della menzogna che ci aveva convertito alla religione del falso. Nel primo giorno del primo anno del dopovirus l’indicibile è rivelato. La tecnologia non può dominare la natura se non imparando a obbedirle: ce lo aveva insegnato il vecchio Bacone quattro secoli fa. La scienza, sconfinatamente più potente di quanto non sia mai stata nella storia umana, può sempre più spesso vincere le malattie. Ma non può eliminarle. L’illusione scientista dell’immortalità si è infranta. 

Siamo dunque in presenza di un paradosso. Per un verso la conoscenza scientifica si erge come estremo baluardo di salvezza: dove si sono nascosti i nostri no-vax? Abbiamo almeno la speranza di esserci liberati delle idiozie no-qualcosa, linfa irrazionalistica per i populismi del Duemila?

Contemporaneamente, però, il covid-19 ha drammaticamente sconfessato anche la narrazione simmetrica e speculare. Dove sono andati a finire la visione trans-umanista, quel surrogato di vita eterna promesso dall’intelligenza artificiale, la secolare divinizzazione del futuro annunciata dalla rivoluzione digitale?

Siamo precipitati nella voragine con leggerezza, come sonnambuli condannati a replicare per l’ennesima volta un antico copione. Ha ricordato a titolo di esempio Zygmunt Bauman come il 9 novembre del 1989, mentre una dichiarazione equivocata di Günter Schabowski provocava la caduta del Muro di Berlino, fosse in corso un solenne congresso di sovietologi impegnati da giorni in dotte dissertazioni e minuziose analisi delle relazioni Est-Ovest. Mentre i politologi si preparavano a redigere le conclusioni del dibattito crollava in poche ore il Muro che aveva diviso l’Europa, il mondo, la rappresentazione stessa della storia contemporanea. La polvere sollevata dalle macerie avvolgeva il crepuscolo repentino di quello che avremmo ribattezzato il secolo breve. 

Allo stesso modo trenta anni dopo nessuno dei potenti algoritmi che presiedono alla nostra aspettativa di futuro ha saputo presagire la sfida della pandemia all’umanità. 

Tutti guardavamo da un’altra parte mentre la mostruosa potenza degli algoritmi era impegnata a orientare la scelta del film che avremmo acquistato on demand, il thriller che avremmo scaricato sul nostro e-book, il modello di tosaerba che Amazon ci avrebbe recapitato in capo a poche ore. Infallibili nel catturare e orientare i nostri desideri, nel trasformarli in bisogni da soddisfare dentro il circuito claustrofobico dell’universo digitale, gli algoritmi non avevano avvertito il minimo sentore della più grande crisi globale dell’ultimo secolo. La dovuta deferenza al pensiero del dottor Pangloss aveva tempestivamente cancellato dai radar i pochi ma ben documentati “predicatori di sventura” che già da tre mesi andavano disperatamente urlando al vento la tempesta in arrivo. 

La questione non risiede allora nello strumento, nella tecnologia, nell’antica mai risolta contraddizione fra physis techne. Il problema riguarda non gli strumenti del sapere e la loro efficacia. Concerne la finalità, non la potenza della conoscenza, rivelandoci quanto selettivo sia l’ordine che presiede all’universo digitale. Ci illudiamo di conoscere i meandri del nuovo sistema-mondo ma ne ignoriamo le evidenze. La più palmare e stridente delle quali è che i pochi sono diventati più ricchi mentre non è granché migliorata la vita degli altri. Non amo le formule mutuate dalle vecchie ideologie. Però come negare che l’anima dell’innovazione sia stata un’anima mercantilista? Quali eufemismi escogiteremo per non chiamare col suo nome, neo-liberismo, la filosofia sociale che si è eretta a ideologia della Grande Trasformazione?

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La tecnologia forse ha soltanto offerto lo spartito per il canto delle sirene mentre ovunque i governi riducevano gli investimenti in quei comparti della ricerca scientifica meno remunerativi a fini di profitto ma di maggiore utilità collettiva. 

La ricerca scientifica, d’altronde, ha per missione quella di trasformare il denaro in conoscenza, mentre la tecnologia ha quella di trasformare la conoscenza in denaro. Il capitalismo digitale ha privilegiato la seconda ai danni della prima, come dimostrano con spietata eloquenza la radiografia sociale della pandemia e alcuni casi esemplari – anche italiani – su cui sarà doveroso tornare e interrogarsi.

Forse abbiamo semplicemente bisogno di modificare la priorità: non la mortale immortalità dell’Homo deus bensì la fragile dignità dei mortali. Il rovesciamento della prospettiva, per paradosso, può allora restituire significato etico-politico alla profezia di Harari da cui abbiamo preso le mosse. A condizione che il “progresso” non assecondi la vocazione autodistruttiva che si è insinuata negli anfratti della Grande Trasformazione. Perché il genere umano può adesso davvero rendere inconsapevolmente superflua l’umanità stessa abusando dei propri “divini” poteri.

Il XXI secolo non ci ha liberato dalle epidemie, non ha edificato il nuovo Eden, non ha trasformato l’«Homo sapiens» nell’«Homo Deus». Soprattutto, non sembra capace di regalarci l’immortalità e la felicità eterna. Le grandi promesse della robotica, dell’intelligenza artificiale e dell’ingegneria genetica non saranno mantenute. Ma intanto hanno preso corpo sogni mai sognati e incubi mai vissuti. Il contagio ci precipita metaforicamente nell’inferno della biopolitica: carcerieri e prigionieri dei nostro corpi, agitati da paure ancestrali, incapaci di governare l’incertezza oltre le soglie di un lockdown.

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È dunque un’illusione autoreferenziale, generata dall’inesorabile perdita della prospettiva storica prodotta dalla digitalizzazione dei saperi e stoltamente presentistica, quella di pensare a un passaggio d’epoca paragonabile alla cronologia storica pre-postcristiana. Certamente però dobbiamo dare risposte non rinviabili a interrogativi rimasti in sospeso . Dobbiamo cercarle in un universo di valori, interessi e identità – quello che sinotticamente, da Aristotele in poi, definiamo politica – che ci appare come un groviglio stretto in una tenaglia micidiale. Da una parte l’egemonia ideologica del liberismo in versione tecnocapitalista. Dall’altra, la sfida mortale dei nuovi populismi. Responsabili e vittime della crisi, tecnocapitalismo e nuovi populismi possono sopravvivere allo choc della pandemia solo imponendo un habitat culturale e sociale basato su una qualche sinergia fra i due modelli. Con il rischio di generare esiti autoritari e forme di crescente controllo sociale. La battaglia andrà perciò condotta innanzi tutto sul terreno della cultura, sulla costruzione di una nuova egemonia. L’ etica del sospetto, le farneticazioni antiscientiste, come la speculare demagogia sovranista, possono saldarsi con le logiche del tecnocapitalismo in un inedito patto scellerato. Capace di affermare ideologie regressive e di tracciare l’ordine politico del Medio Evo digitale.

La sfida è aperta a tutti gli esiti e non possiamo illuderci che “dopo” tutto sarà chiarito per sempre. La storia ci consegna esempi di grandi e felici innovazioni maturate come risposta collettiva alle crisi. Ma anche casi di declino irreversibile e di involuzione politica.  Insomma: avremo ancora bisogno, come fu fra le due guerre del Novecento, di attingere al pessimismo della ragione perché prevalga l’ottimismo della volontà.

NICOLA R. PORRO