MARIA LETIZIA E LA QUARANTENA – DALLA RESILIENZA ALLA RESISTENZA

di MARIA LETIZIA

 Dalla resilienza alla resistenza.

Comincio a pensare che questa reclusione ci renda psicologicamente instabili. Le nostre difese sono meno efficienti, meno capaci di proteggerci dall’essere vulnerabili, deboli, fragili. 

Il mio umore è variabile. Passo repentinamente e senza apparente motivo da uno stato euforico – beh, nei limiti della situazione – a stati malinconici, dove il passato irrompe e sembra mi dica: questo? non l’avrai più. Quello? Nemmeno. E tu, chi diventerai?

Già, chi diventerò?

Mi siedo alla mia usuale postazione. Scrivania zeppa di carte e libri da cui escono foglietti e post.it a segnalare cose che ho ritenuto interessanti.  Ne recupero uno: la resilienza ha un limite. Recupero un altro: resistere. Ora ricordo cosa volevo dirmi: c’è un limite alla resilienza.

Il limite è arrivato: Maria Letizia, mi dico, passa dalla resilienza alla resistenza.

La stessa cosa? Eh no, sembra ma non lo è. Oggi si usano a volte come sinonimi ma proprio la loro etimologia specifica la differenza. Entrambi i termini derivano dall’ingegneria e successivamente sono stati traslati in altri ambiti (biologia, informatica, psicologia). Così come un metallo è resiliente se regge urti e manipolazioni, noi siamo resilienti alle avversità se sopportiamo e aspettiamo che le cose spiacevoli passino, e tutto torni come prima.  Insomma: “come gli Sbullonati, quei pupazzetti degli anni ‘90 ai quali si infliggevano sadicamente crash test e torture terribili, perché tanto tornavano sempre come prima (pezzo più, pezzo meno)” (cit. http://www.minimaetmoralia.it/).

Noi siamo tutti resilienti: ci siamo adeguati docilmente a quanto ci viene chiesto dalle autorità e dal buon senso. Aspettiamo, aspettiamo che tutto torni come prima.

A meno che… non si passi dalla resilienza alla resistenza. Perché resiste chi non si limita ad aspettare che la tensione passi, ma vi si oppone attivamente.

A cosa? Cominciamo oggi da una parola: la paura.

C’è un nemico, ma noi non possiamo combatterlo. Ci pensano altri: scienziati, virologi e company, loro decidono. Il nostro contributo è quello di chiuderci a casa, di non scambiare baci e abbracci e soprattutto di tenerci lontano dagli altri: siate resilienti! I media sul Coronavirus ci inzuppano il pane.  Amano questa storia drammatica di cui seguono gli sviluppi minuto per minuto. Siamo invasi e pervasi da programmi speciali su Covid-19, da video che ci mostrano scene terrificanti dei malati in terapia intensiva, mentre snocciolano le cifre dei morti.

Gli umani sono terribili nel gestire l’incertezza. Una cosa è diventata chiara nelle ultime, surreali, settimane: il potere della paura è una minaccia molto più grande di qualsiasi virus. E questo sentimento è uguale per uomini e donne, come uguali sono i diversi modi di reagire.

Io non ho paura, ma la mia amica sì. Prima del totale lockdown la sera subiva spaventosi attacchi di panico, veniva da me e si sedeva a distanza di sicurezza, sudava e tremava. Non guardava la tv né leggeva i giornali, tranquillizzarla non era semplice. Perché veniva da me? Perché io sono resiliente e anche un po’ ribelle. Ora è tranquilla. Ci sentiamo per telefono perché si è barricata a casa, ha chiuso il mondo fuori della porta. Quando arriva la spesa ha pronti acqua e disinfettante in cui immerge le buste della pasta le scatole del tonno e tutto quanto possa essere stato contaminato. Non ha nessuna intenzione di aprire la porta di casa per uscire nemmeno per affacciarsi al portone.

Un’altra amica ha due figlie adolescenti, vegane o vegetariane, non ricordo. Per paura del Covid19 mangiano solo verdure surgelate mentre intorno profumano le fragole, i carciofi sono ancora teneri, le fave invitano a tavola il pecorino.

Oggi mi ha telefonato un amico over settanta, sano e con una vita ricca e piena non solo di figli nipoti, anche di interessi. Aveva sentito la proposta di segregare per altro tempo gli “anziani”, e mi ha detto: “Non posso farcela chiuso in casa ancora per chissà quanto tempo. Maria Letizia, io a quel punto sarò sicuramente mentalmente e fisicamente malato. Questo mi manda nel panico. Penso che la cosa peggiore per il sistema immunitario sia la paura e lo stress ed è quello che stiamo attraversando”.

Chi legge potrà vedere in questi esempi se stesso o amici.

Vi siete accorti che qualcosa è cambiato? Che la “resilienza” degli italiani comincia a mostrare i suoi limiti di… durata. Finite le canzoni alle sei del pomeriggio che riempivano di allegria i balconi e tutti a cantare, perfino la canzone di Albano e Romina. A Roma passavano nelle chat il titolo, uno per pomeriggio. Una canzone al giorno, e ogni giorno meno gente al balcone. Finito. Finite le candele accese la notte, gli arcobaleni e le bandiere alla finestra. Intiepiditi gli slogan: ce la faremo. Passerà.

C’è un limite anche alla resilienza, per non regredire alla cieca difesa della propria immediata sopravvivenza, per non desiderare che tutto torni come prima. Ci rassegneremo ad abbassare le soglie delle nostre pretese, cambieremo le nostre abitudini, ma dobbiamo resistere, trarre vantaggio da questa tragedia, misurarci con l’ignoto, affrontare l’incertezza. Dobbiamo essere, nel senso del filosofo Nassim Nicholas Taleb, “antifragili”, cioè trarre vantaggio da questa triste avventura, andare oltre. Per quanto possiamo fingere di avere le cose sotto controllo? Nessuno dei nostri tentativi affannosi di soluzioni può rispondere alle grandi domande: che cosa accadrà? Quando la vita tornerà alla normalità? Lo sarà mai?

Allora: resistiamo.

Passata la voglia di uscire sul balcone per cantare, andiamoci a respirare l’aria a pieni polmoni perché oggi è meno inquinata.

Se non possiamo andare incontro alla primavera, lasciamo che lei venga da noi. Creiamola nelle terrazze, nei balconi, riempiamo le case di fiori recisi e piante di mille colori.

Cosi stamattina sono andata al vivaio e ho comprato una enormità di piante dai fiori colorati: begonie, peonie gerani e altri fiori viola di cui non ricordo il nome, guidata dal mio dirimpettaio, un giovane botanico che ovviamente ha una terrazza stupenda fitta di alberi e fiori. Le strade sono vuote, i negozi chiusi ma la primavera non lo sa. I fiori continuano a sbocciare, il sole a splendere, tornano a cantare gli uccelli, il cielo si colora di rosa e di blu.

Oltre a tanto dolore qualcosa di positivo questa quarantena la porterà…

MARIA LETIZIA