Un messaggio di speranza per il futuro. (prima parte)

di ANTONIO MAFFEI ♦ 

In questi giorni di forzata monotonia casalinga navigando su internet ho spesso letto frasi del tipo:

Non torneremo più alla normalità dopo la pandemia.

Queste pessimistiche previsioni sono storicamente ed umanamente inaccettabili. Il Coronavirus, o meglio il Covid-19, non è stata l’unica disastrosa pandemia subita dall’uomo.

La Peste Nera del 1300, il Colera, pandemia conseguente l’esplosione  del vulcano Tambora del 1815, che si estese a tutto il mondo, anche in Italia ed in particolare a Civitavecchia per i contatti commerciali che come porto aveva in tutto il mondo.

Abbiamo subito poi recentemente la terribile pandemia della Spagnola che si diffuse alla fine della Grande Guerra, e che colpì un terzo della popolazione mondiale. La malattia del 1918–1919 fu straordinariamente inclemente, con una letalità superiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni, l’informazione non era come quella attuale.

Mio padre mi parlò di questa sua terribile esperienza collegata alla pandemia della Spagnola, all’epoca aveva solo nove anni e mio nonno si trovava ancora al “fronte”. Per limitare la possibilità di un contagio, fumava continuamente del tabacco in una pipetta di canna.

Cerchiamo sempre di sdrammatizzare i ricordi non positivi dei nostri genitori, io non capii l’intenso messaggio che mi comunicava mio padre: sino all’attuale pandemia di Coronavirus.

Nel passato dell’uomo i catastrofici sconvolgimenti climatici, spesso provocati dall’esplosione di supervulcani, hanno molte volte prodotto terribili carestie con conseguenti mortali pandemie.

Non prendendo al momento in considerazione il fenomeno delle glaciazioni, evento che ancora non è stato ben chiarito dagli scienziati, per effettuare delle ricerche sul clima delle epoche passate e dei suoi effetti diretti sulle attività umane, dobbiamo considerare l’entità delle radiazioni solari, che pur essendo abbastanza costanti (escludendo i periodi caratterizzati da vaste macchie solari e altri intensi fenomeni del sole), possono essere molto modificate da alterazioni dovute alla struttura e trasparenza dell’aria.

Tali trasformazioni avvengono frequentemente in seguito a violente attività vulcaniche, specialmente dopo eruzioni esplosive che immettono nella stratosfera un areosol contenente notevole quantità di pulviscolo e di gas, che forma uno strato, uno schermo, riflettente gran parte dei raggi solari in direzione opposta alla terra, con il conseguente raffreddamento della troposfera provocando gravi alterazioni dei processi climatici.

Le particelle solide provenienti da eruzioni vulcaniche di bassa intensità interessano solamente l’emisfero in cui è avvenuto il fenomeno, ma se l’eruzione è più violenta o esplosiva la nube che si forma interessa la stratosfera di tutto il mondo permanendo nell’aria per molto tempo, spesso per anni, influenzando di conseguenza il clima e la temperatura media per un lungo periodo.

Attualmente gli scienziati stanno  attentamente valutando se i fenomeni provocati dalle antiche eruzioni siano stati autori di variazioni climatiche che sono perdurate per decenni o per secoli.

L’esplosione del vulcano Toba. L’eruzione più devastante della storia umana.

Sull’isola di Sumatra circa 74.000 anni fa l’eruzione di un supervulcano scatenò il caos, spargendo lava, cenere e detriti a distanza di migliaia di chilometri, provocando un crollo delle temperature.
La più grande eruzione vulcanica degli ultimi 2 milioni di anni ha scosso l’isola di Sumatra. La caldera larga quasi 100 km formatasi in seguito all’esplosione è occupata oggi da un grande lago vulcanico.

Gli effetti dell’eruzione si fecero sentire sino all’Africa meridionale, dove avrebbe avuto impatti sulle primitive comunità di esseri umani. Alcuni scienziati hanno persino  ipotizzato che la super eruzione del Toba fu talmente potente da aver spinto i nostri antenati sull’orlo dell’estinzione proprio quando si accingevano ad avventurarsi per la prima volta fuori dall’Africa.

Da studi sul mitocondrio umano alcune ricerche suggeriscono che circa 75.000 anni or sono la specie umana fu ridotta a poche migliaia di individui. Questo collo di bottiglia nella numerosità della popolazione umana spiega in parte la scarsa variabilità genetica nella nostra specie. Alcuni ricercatori fanno risalire all’eruzione del Toba la causa di quella drastica riduzione.

Successivamente all’esplosione del vulcano Toba la temperatura terrestre si abbassò di circa 16°C e gli effetti persistenti sul clima durarono circa 1800 anni, trascinando la terra in una sorta di micro-glaciazione. Questo evento catastrofico spiegherebbe, secondo questa teoria, la sorta di collo di imbuto in cui si trova stretta la genetica delle popolazione  umana tra 50.000 e 100.000 anni fa. In effetti, l’uomo moderno presenta una forte diversità genetica con le popolazioni della fase precedente, cosa che si potrebbe spiegare proprio con una sorta di estinzione delle specie di ominidi più antiche: in pratica, l’umanità, in questa fase, sarebbe giunta alle soglie dell’estinzione.

Il genere umano, di fronte a questi cambiamenti, fu costretto a intraprendere nuove strategie  per la sopravvivenza; è possibile che in questa situazione l’uomo di Neanderthal e alcune forme di homo Ererctus abbiano avuto la peggio a vantaggio dell’homo Sapiens Sapiens.

L’esplosione del vulcano Tambora e l’anno senza estate.

Per avere un’idea di questi eventi straordinari ed estremi è necessario riportare alla memoria la famosa esplosione del vulcano Tambora che ebbe luogo nell’aprile  1815, della quale si conserva una notevole documentazione:

“Il Tambora è uno strato vulcano dell’isola di Sumbawa, situata nell’arcipelago indonesiano della Sonda. Il Tambora è il secondo vulcano al mondo per indice di esplosività, stimata a 7 (Global Volcanism Program | Volcanoes of the World | Large Holocene Eruptions); per tale motivo viene considerato uno dei vulcani più pericolosi sulla terra. Si trova nella zona di subduzione creata dal movimento della placca australiana verso una parte della zolla euroasiatica, in una zona nella quale si sono formati nel corso di millenni tre tra i più esplosivi e devastanti vulcani conosciuti: il Toba, il Tambora e il Krakatoa. Il tutto iniziò intorno al tramonto dell’11 aprile 1815, con una serie di potenti boati, simili a tuoni o cannonate, che misero sull’avviso le truppe britanniche che da non molto tempo si erano stanziate nella regione dopo averne scacciato gli olandesi. Questa prima serie di esplosioni cessò tuttavia rapidamente; un nuovo fenomeno parossistico, questa volta molto più intenso, cominciò il giorno 19, con esplosioni più intense (tali da far tremare le abitazioni) e abbondanti emissioni di cenere che oscurarono il cielo dell’intera regione per giorni e provocarono pesanti accumuli in tutti i villaggi circostanti. Le navi incontrarono anche dopo 4 anni dall’eruzione la cenere in mare nella forma di isolotti di pomice galleggianti. Tre mesi di simili convulsioni provocarono nel Tambora una diminuzione di quota di 1.300 metri; da più dei 4.100 metri originari, la montagna era passata agli attuali 2.850. Secondo Thomas Stamford Raffles, all’epoca governatore di Giava, l’area in cui si osservarono gli effetti immediati dell’eruzione (tremori, rumori, ecc…) si allargava per circa 1.600 km intorno all’isola di Sumbawa. L’eruzione del 1815 è stata, a detta dei vulcanologi, una delle più potenti, almeno dalla fine dell’ultima Era glaciale; l’emissione di ceneri fu, quantitativamente, circa 100 volte superiore a quella dell’eruzione, pur rilevante, del monte Sant’Elena del 1980, e fu maggiore anche di quella della formidabile eruzione del Kracatoa del 1883. Complessivamente, vennero proiettati in aria circa 150 miliardi di metri cubi di roccia, cenere e altri materiali. L’eruzione, o meglio l’esplosione, creò enormi disastri, con una stima di 60.000 morti dovuti sia direttamente all’esplosione che alle pesanti carestie che seguirono il disastro. L’eruzione del Tambora non fu l’unica, in quel periodo: nel 1812 esplose con violenza il vulcano Soufrière, nei Caraibi, mentre l’anno prima fu il vulcano Mayon, nelle Filippine, ad entrare in attività. Tutte queste eruzioni riversarono enormi quantitativi di cenere e polvere nell’atmosfera, producendo un denso “velo” di polvere vulcanica nella stratosfera. Questo velo schermò una discreta parte dei raggi solari negli anni successivi, provocando uno dei periodi dal clima più freddo della (già di per sé fredda) piccola era glaciale. Il pianeta conobbe un’epoca di estati mancate ed inverni freddissimi, che ebbero come conseguenza scarsissimi raccolti e un impoverimento importante di vaste aree del pianeta. Il 1816, l’anno successivo all’eruzione, fu poi ricordato come l’anno senza estate.” (da Wikipedia l’enciclopedia libera – internet).

L’esplosione del vulcano Tambora è richiamato alla memoria per “L’anno senza estate”, noto anche come l’anno della povertà perché si moriva di freddo e di fame nei paesi di lingua inglese, anno durante il quale le gravi anomalie al clima estivo distrussero i raccolti nell’Europa settentrionale, negli stati americani del nord-est e nel Canada orientale. Lo storico John D. Post lo ha battezzato “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale”.

Le inusuali aberrazioni climatiche del 1816 ebbero l’effetto peggiore nell’America del nordest, nelle province canadesi del Maritimes e di Terranova e nel nord dell’Europa. Tipicamente la tarda primavera e l’estate in quelle regioni americane sono sì relativamente instabili, ma mai fredde: le temperature minime raramente scendono sotto i 5 °C, praticamente mai in Europa, e la neve d’estate in quelle zone del Nord America è estremamente rara, sebbene a maggio talvolta cada del nevischio. Nel maggio 1816, invece, il ghiaccio distrusse la maggior parte dei raccolti; a giugno, nel Canada orientale e nel New England.

L’esplosione del Tambora inquinò mari, laghi e fiumi, e scatenò la peggiore epidemia di colera della storia, molto smile all’attuale coronavirus. L’eruzione del 1815 causò infatti anche, direttamente e indirettamente, delle gravi malattia come la pandemia di colera che dall’Indonesia con i rapporti commerciali si diffuse rapidamente in tutto il mondo provocando milioni di morti. Le ceneri del vulcano Tambora disperse nell’atmosfera di tutto il mondo, sono stati responsabili di gravi carestie e della prima pandemia di colera, che dall’India si estese a tutta l’Asia meridionale, al Medio Oriente e poi al Mar Caspio e di lì alle coste del Mar Baltico, e con i traffici marini arrivò in tutti i porti del Mediterraneo. Gli abitanti di Civitavecchia a causa del “nemico invisibile” subirono molti lutti.

ANTONIO MAFFEI

(continua con la seconda parte)