PROVE TECNICHE DI SOPRAVVIVENZA DA AUTORECLUSIONE VIRALE INDOTTA

di DARIO BERTOLO 

Se qualcuno, appena venti giorni fa, mi avesse detto che la mia quotidianità sarebbe passata da “modalità frenesia faticosamente controllabile” a quella di “indolenza casalinga tendente alla sindrome di ipocondria originata dai frequenti bollettini medici televisivi e non”, avrei sicuramente pensato ad un accidente invalidante, magari di natura degenerativa. La brusca frenata che la pandemia ha impresso alla vita di una intera nazione è paragonabile alla forza G di un bolide di F1 mentre stacca prima di una curva presa male. Quindi, volenti o no, la riorganizzazione della giornata tipo di ogni individuo, uomo o donna che sia, abituato a dinamiche temporali disciplinate da orari rigorosamente pianificati e altrettanto spesso poco rispettati passa anche dalla necessità di resettare il concetto sia di mobilità territoriale che di approccio verso l’esterno, ivi compreso lo scambio compulsivo di parole, di gesti, di abbracci e strette di mano ormai facenti parte della ritualità collettiva.

Una descrizione alquanto articolata e discretamente complessa che in tempi normali avrei accuratamente evitato di elaborare, se non in presenza di tempo abbondantemente sufficiente a disposizione. E questo, cari amici, porta direttamente ad introdurre l’argomento che mi sta a cuore: come cercare di massimizzare appunto l’improvviso ed abbondante tempo a disposizione, per di più in un ambiente (quello della propria casa) dove la nostra presenza era un corollario serale certo significativo ma per questo solo tale. I primi giorni ho cercato conforto mantenendo i rapporti, seppur telefonici, con chi ancora pensava che tale situazione sarebbe stata una piacevole quanto breve trasgressione ben sopportata. E devo dire, che l’illusione è durata qualche tempo. Anche le mail arrivavano in modo regolare, e senza particolari sintomi di contagio. Lavorare a casa, mi sono detto, tutto sommato mi avvicinava a quei modelli scandinavi di avanguardia sociale che traggono benefici dalla esternalizzazione dei servizi di pubblica e privata utilità, lo “Smart working” prontamente assunto come termine di riferimento da tutti i media pur essendo non compreso, credo, da molti. La trasformazione di un angolo del salone in una postazione appunto “smart” con annessi fascicoli e qualche faldone contribuì. Voi vi chiederete: quale è la speranza di aspettativa di successo per un tipo simile di compromesso, non avendo una benché minima idea né tantomeno elementi statistici attendibili per stabilirne un tempo ragionevole di sopportazione? Una domanda la cui risposta l’ho avuta dopo una settimana scarsa. E’ questo l’intervallo massimo che intercorre tra la convinzione di aver trovato il rimedio e lo sconforto di essere stato vittima di un autoconvincimento irragionevole. Anche perché, diciamocela tutta, l’ambiente domestico, per la maggior parte di noi o almeno di qualcuno, potrebbe rivelarsi tutt’altro che il solito rifugio accondiscendente e rassicurante delle sere e dei week end. Dietro ad una domiciliazione imposta si nascondono insidie e tranelli impensabili. E inevitabilmente una serie di situazioni più o meno surreali talmente disparate che neanche i migliori strateghi militari potrebbero prevederne gli sviluppi.

Provo ad elencarne qualcuno, in ordine rigorosamente sparso:

  • Evitare accuratamente di farsi convincere ad eseguire “piccoli lavoretti domestici”. Si sa, a casa c’è sempre qualcosa da riparare e “qualcuno” che chiede di farlo, un rubinetto che perde oppure una presa di corrente difettosa o peggio mano di tinta su una parete. Il senso di colpa derivato dal diniego a seguito di una discussione, spesso accesa, ha come diretta conseguenza l’accettazione di tali incombenze che altrimenti sarebbero stati diluiti in mesi o addirittura delegati a figli o amici caritatevoli. Purtroppo la certezza di aver imboccato una via senza ritorno si ha quando, vuoi per l’imperizia conclamata in ognuno di noi, vuoi per l’esagerata accuratezza del giudizio critico del verificatore supremo (sapete di chi parlo..) l’intervento da semplice diventa sempre più complesso e sempre più impegnativo, finendo per mettere a dura prova pazienza, muscoli, tendini e articolazioni.

RIMEDIO CONSIGLIATO: INVENTATEVI UNA FINTA ARTRITE O UNA INFIAMMAZIONE ROTULEA OPPURE IN ESTREMA RATIO RASSEGNATEVI, APRITE UN TAVOLO DI TRATTATIVA E CERCATE UN COMPROMESSO DIGNITOSO.

  • Un utile esercizio ginnico che quotidianamente tutti noi svolgiamo inconsapevolmente è il percorso divano-cucina-affaccio alle finestre o, se il tempo è clemente, balcone o terrazzo. Questo, se da una parte allieta l’umore e attenua anche la sensazione di incipiente claustrofobia, risulta la principale causa di una patologia riscontrata recentemente in soggetti sani: la conta delle persone e delle autovetture che transitano nella via sottostante. Tante più saranno, tanto più si scatenerà una inconsapevole e incontrollabile caccia all’untore indisciplinato, colpevole di una improvvida uscita con il proprio cane oppure di un immotivato acquisto di generi alimentari al negozio dietro l’angolo. Irritazione che aumenta se l’individuo risulta un condomino dello stesso palazzo dove abiti, reo di essere un irresponsabile anche in situazioni come questo e non solo quando getta l’immondizia nei giorni non deputati.

ORA CAPITE QUELLO SPINGEVA GLI INQUISITORI MEDIEVALI A MANDARE AL ROGO ANCHE I GATTI NERI.

  • Chiunque, in prossimità della bella stagione e della famigerata “prova costume”, abbia ipotizzato l’inizio (cauto, viste le prossime festività pasquali) di una dieta per smaltire i tre/quattro chili ancora giacenti da Natale, dovrà necessariamente accantonare non solo l’idea ma anche l’avvio della necessaria preparazione psicologica propedeutica alla stessa. Una delle cause collaterali di questa sciagurata pandemia che maggiormente preoccupa i virologhi e gli scienziati è quella dell’innalzamento vertiginoso dei livelli di colesterolo, di diabete e degli indici di massa corporea della popolazione sopra i cinquanta anni.

D’altronde è innegabile (e scientificamente provata) la correlazione tra la sedentarietà dell’individuo e le tentazioni pressoché continue di dolci, snack, salati e alcolici di varia natura e gradazione durante le lunghe ore di quarantena su un divano domestico. E se all’inizio tutti noi abbiamo pensato, ragionevolmente e anche con buona dose di speranzosa fiducia, che avremmo resistito senza problemi, questa certezza col passar dei giorni è venuta meno, destabilizzando i controlli e inibendo le difese fino ad allora faticosamente costruite. L’equazione {divano + individuo = kg² > del peso attuale } è unanimemente riconosciuta come un dogma centrale della matematica, dove la variabile “individuo” è la più importante. Il crollo, col passare dei giorni e delle settimane, di ogni freno inibitore e conseguentemente anche delle puerili assoluzioni che abbiamo cercato inizialmente di apporre a nostra giustificazione, è rovinoso e colpevolmente reiterato. E non ci aiuta la speranza, tutta da dimostrare, che con il ritorno alla normalità e alla vita frenetica, i kg in eccesso saranno prontamente smaltiti.

ERGO: EVITIAMO DI ANDARE DA SOLI A FARE LA SPESA. DELEGHIAMO LE NOSTRE MOGLI, CHE SANNO MEGLIO DI NOI IL MODO MIGLIORE DI FARCI SOFFRIRE SENZA FARCI AMMALARE.

  • Capitolo televisione. Non so se ci avete fatto caso, ma si stanno moltiplicando le offerte per abbonamenti ai più svariati canali televisivi, soprattutto quelli via internet. Costi mensili abbordabili, quantità quasi smisurata di film, serie, sport da vedere e scaricare, ivi compresi canali interattivi anche perniciosi. In tempi normali, e cioè con orari dedicati alla tv definiti prevalentemente tra l’immediato dopo cena e il primo abbiocco sulla poltrona del salotto, queste sirene digitali sarebbero passate subito nelle categorie delle cose da non considerare. Ma in tempi di assoluto bisogno di momenti alternativi alla monotonia giornaliera e alla distrazione di pensiero riguardo la drammaticità del momento, il (fu) tubo catodico è forse il modo più rapido per un sicuro conforto. Ovviamente, come tutti sanno, dalla consolazione alla assuefazione, il passo è breve. Lo è per tutti gli uomini (e donne) che non si accontentano di vedere uno o due film al giorno, oppure un programma serale a scelta. Una serie completa può durare anche sei/sette ore. Ecco che la dipendenza diventa virale e gli autocontrolli prima resi forti dalle attività quotidiane si allentano fino a cedere completamente, davanti alle 200 puntate di “Designed Survivor” oppure di “Frankie e Grace” o peggio dei vari reality show. Si registrano inoltre casi di maltrattamenti domestici e crisi di astinenza acuta durante alcuni disservizi della linea internet dovuto ai sovraccarichi telefonici. Altrettanto pericolosi per il sano equilibrio psichico sono i programmi pomeridiani che quotidianamente imperversano sui vari canali, e di quali, sinceramente, ignoravo l’esistenza. Tralasciando la quantità inverosimile di sciocchezze e amenità che vengono mandate in onda, al netto della scialba anonimità di chi li conduce, una delle cose più tristi a cui assistiamo indifesi sono le interviste ai medici e agli operatori sanitari, ai quali vengono rivolte domande tipo “ma voi, avete paura? “. Sono certo che il velo pietoso, per chi subisce efferatezze di questa natura, ha la forma rassicurante della mascherina obbligatoria.

SE PROPRIO NON POTETE FARNE A MENO, ALMENO EVITATE LE SERIE MEDICAL TIPO “IL DR. HOUSE” OPPURE “GREY’S ANATOMY”. IN CASO CONTRARIO, MINERETE SERIAMENTE LA VOSTRA CONVINZIONE CHE NIENTE PUO’ ACCADERVI.

  • Infine, capitolo telefono. Se siete inseriti, come la maggior parte di tutti noi, in una considerevole quantità di chat di vario genere e natura, da quella famigliare a quella degli amici del liceo (ormai sempre meno frequentata, vista l’età…) allora un consiglio: evitatene accuratamente almeno tre:
  1. Quelle dove i partecipanti postano, a dispetto della situazione non propriamente goliardica, video e vignette poco divertenti, di dubbio gusto e anche talvolta irriverenti. Alle quali molti rispondono con faccette e risate di compiacimento che comprovano, semmai ce ne fosse bisogno, che la stupidità è sempre una compagna fedele dell’imbecillità, che a sua volta è più contagiosa della varicella.
  2. Le chat dove, viceversa, dilaga la negatività congenita e dilagante riguardo i possibili scenari futuri di questa situazione. Imminenti apocalisse che gli uomini si sono meritati per la loro avidità e cupidigia, continue tabelle di dati in tempo reale di contagiati, guariti, deceduti in ogni Provincia, comune d’Italia e qualcuna addirittura in ogni via e numero civico. Dove c’è sempre la volontaria che sollecita interventi (altrui) a sua volta inoltrati da qualcun altro, oppure quelli che postano immagini sacre o video di recite di rosari implorativi, con annessa preghiera ( ! ) di condivisione. E non mancano le inevitabili catene di Sant’ Antonio, impossibili da non divulgare almeno a 5 amici previa scomunica immediata e altissimo rischio di accadimenti forieri di sventura.
  3. I gruppi pseudo conviviali con ribaltine politiche, dove tutti i leoni da tastiera che si autoconvincono di essere tuttologi certificati sono autorizzati ad esprimere le loro opinioni, spesso in maniera del tutto inopportuna e con argomentazioni assai poco plausibili. Questi sono i ricettacoli peggiori, dove il sottile confine tra il populismo becero, le convinzioni politiche surrogate e le posizioni rancorose insieme alle invidie verso tutto e tutti è di fatto quasi inesistente.

IL MOMENTO STORICO PRESUPPONE DECISIONI STORICHE E TRANCIANTI. MENO CHAT, MENO AMICI VIRTUALI, MENO SOCIAL. E PAZIENZA SE POCHI DI LORO SE NE ACCORGERANNO.

Per concludere, seriamente.

Non dovrebbe accadere, ma accade. Che la causa sia una guerra o una letale pandemia, poco conta. Scenari come quelli che stiamo vivendo in queste settimane ricordano i documentari dell’Istituto Luce post bellici, con le vie deserte e le poche persone in giro disorientate e impaurite. Immagini iconiche e simboliche come quelle di venerdì, con Francesco Vicario di Cristo e della Chiesa cattolica in una Piazza S. Pietro drammaticamente deserta e il messaggio ad una nazione sempre più impaurita e turbata del Presidente Mattarella, che come un buon padre di famiglia difende e rassicura la famiglia e nel contempo manda moniti a chi tenta di destabilizzarla o peggio danneggiarla. Sembra inevitabile che ogni generazione debba superare e sopravvivere ad un periodo tragico e terribile. Quella nata subito dopo la guerra e la successiva si sono illuse, fino ad oggi, di essere figlie di una immunità maturata grazie ad un nuovo e consapevole ordine mondiale. Quella dei cosiddetti “millennials”, di contro, non solo ha vissuto in un contesto di assoluto benessere sia economico che di libertà sociale se paragonato e confrontato a quello di “solo” 40 anni prima ma, seppur in presenza di una tecnologia impensabile fino ad un paio di decenni fa, non ha voluto, o forse potuto, elaborare i rischi della storia recente per capirne le conseguenze ed elaborare i rimedi. Chi è genitore non può ignorare il senso di smarrimento dei propri figli, resi liberi e indipendenti dalla società contemporanea e tuttavia improvvisamente confinati negli spazi domestici senza aver avuto il tempo di metabolizzare tempi, modi e cause.

Per questo sono convinto che il Mondo davvero non sarà più come prima. Non lo sarà perché questa guerra è, e sarà feroce, spietata, destabilizzante ma non come quelle che fino ad ora abbiamo conosciuto. Niente invasioni, niente soldati, niente cannoni e arei e tuttavia morti, prigionieri, confinati e coprifuoco nelle città. Una economia in recessione che rischia di riportare il Paese indietro di alcuni decenni, ed alimentare un incendio sociale che arderà per diversi anni.  Una classe politica totalmente impreparata ad affrontare emergenze come questa e soprattutto nei tempi celeri che invece servirebbero. Una Europa ancora lontana dalla unione forte, coesa, federale che servirebbe per contrastare e combattere gli interessi delle grandi potenze mondiali e le sfide della globalizzazione compresa quella più importante: l’ambiente.

Però, siamo ottimisti. Vale la pena di esserlo, come lo erano i nostri genitori nel 45’. E’ doveroso verso i nostri figli come loro lo saranno verso i nostri nipoti. Se proprio tutto questo deve accadere, che sia l’occasione per un cambiamento epocale. Una società migliore non è una utopia, semmai una opportunità. Forse una delle ultime che ci si presenterà.

DARIO BERTOLO