CORONA VIRUS NON MI AVRAI, SONO RESILIENTE

di LUCIANO DAMIANI

A scanso d’equivoci….. lo dico subito: il virus è un pretesto per il titolo, l’ho usato perché suona bene….

Al tempo del “#io resto a casa”, abbiamo modo di lasciarci andare a riflessioni un po’ più lunghe dei pochi attimi a queste destinati dalle normali giornate del cittadino occidentale globalizzato. È così è stato che, riflettendo sulle difficoltà sanitarie lombarde relative alla insufficienza delle strutture ed attrezzature dedicate alle terapie intensive, ho considerato che la sanità dovrebbe essere organizzata in modo “resiliente”. Un sistema ottimamente organizzato dovrebbe, cioè, avere la capacità di spostare risorse e strutture da un tema all’altro poiché, evidentemente, non è pensabile che si abbiano risorse e strutture accantonate per ogni tipologia di evento sanitario: oggi sono i polmoni, domani potrebbero essere i reni o chissà cos’altro. Certo sono discorsi che a poco valgono in un sistema sanitario ridotto spesso all’osso, quale resilienza si può mai pensare di avere quando le risorse sono talmente scarse che neppure dovrebbero chiamarsi tali?

Il vocabolario Treccani così recita:

“”” resiliènza s. f. [der. di resiliente]. – 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. 2. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale. 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc. “”””

Tre definizioni per tre diversi ambiti, tutte e tre considerano la reazione rispetto ad eventi cui non si sfugge, ma dai quali, o per lo meno da molti dei quali, si vorrebbe “sfuggire” ma è evidente che non si può. Tutti vorrebbero evitare traumi psichici o che l’elastico delle proprie mutande si allenti, ma è evidente che non è possibile sfuggirvi, la vita ci fa fare i conti con un sacco di cose, anche se ne faremmo volentieri a meno.

Dunque, siamo costretti a casa, cerchiamo di dare un senso alla giornata. Almeno per il momento non è un problema, anche se vedere dalla finestra la primavera arrivare non fa certo buon umore, specialmente in chi, come me, appena pensionato, pensava di poter finalmente dare sfogo alla voglia di viaggiare. Il mio indice di resilienza è però piuttosto alto, credo, sicuramente superiore a quello di coloro che, immagino, già smaniano insofferenti alla costrizione ed all’autocertificazione.

La televisione è sempre accesa, più per far compagnia che per altro, qualche ora fa, qualcuno parlava di stili di vita che siamo chiamati a cambiare, qualcun altro di come la UE sta affrontando la pandemia.

Credo che, come le singole persone, anche la UE debba essere capace di resilienza, ovvero dovrebbe darsi un sistema capace di rispondere rapidamente ed efficacemente alle varie crisi che si possano affacciare. Certo, quando si parla di sistemi, si finisce sempre a considerare i massimi sistemi, a sforare nelle ideologie, ma ciò non significa che parlare di “sistemi” sia ozioso, anzi suppongo che sia tremendamente concreto. È concreto nella misura in cui ne viene pervasa la vita di ognuno di noi, come singoli e come società.

Certo, così com’è, la UE non appare dotata di gran resilienza, la mancanza di un protocollo comune e della capacità di condividere le risorse rende tutti meno resilienti, e lo fa in modo inversamente proporzionale alle differenze fra i singoli stati, maggiore è la differenza delle risorse, nella organizzazione e nelle regole fra un membro e l’altro e maggiore è la differenza di resilienza su cui ognuno può contare.

Le rigidità che si creano in una unione di paesi differenti per vari versi gli uni dagli altri, ma pur sempre legati o costretti da regole comuni, riducono l’indice di resilienza di tutti, intesi come unità, ma specialmente dei singoli qualora sofferenti, più di altri, le regole comunitarie.

Ad esempio, una crisi energetica che colpisse l’UE non danneggerebbe tutti allo stesso modo, ma lo farebbe in modo diverso a seconda delle scorte energetiche dei singoli membri, a meno che questi non siano capaci di condividerle.

Veramente accade anche fra regioni dello stesso paese, il corona virus avrebbe ben altro effetto se si fosse presentato in Calabria come lo ha fatto in Lombardia.

Dunque il tema della resilienza ne apre un altro, quello della omogeneità fra le regioni e fra gli stati. Il dover rispondere a criteri comuni essendo diversi è un problema non da poco, rende tutto più difficile e noi abbiamo invece bisogno che le cose siano facili, abbiamo bisogno di poter esprimere un alto indice di resilienza, ce lo chiede, ci piaccia o no, la globalizzazione, e ben lo sappiamo, noi italiani, che siamo per molti migranti il ponte fra l’Africa e l’Europa, fra il sud ed il nord del mondo.

Vedremo mai, pur nella tutela delle diversità, una Unione compiuta? L’unica unione che ci unisce tutti pare essere la filosofia dominante, il “sistema” del consumo e del mercato globale, dobbiamo cavarci dai guai da soli, ma non abbiamo il diritto di sapere da dove viene il cibo che mangiamo, siamo uniti dai centri commerciali, da Amazon e dalle tante multinazionali alle quali troppo spesso paghiamo pegno, spesso non sapendolo, a discapito di quella resilienza che fa della capacità di intervento e governance la qualità indispensabile delle società libere.

LUCIANO DAMIANI