REMINISCENZE OLTREMODO VIRALI

 di FRANCESCO CORRENTI ♦

Mi chiedo se – prima di queste giornate molto inabituali che stiamo vivendo – ci rendevamo conto fino in fondo di certe parole, quando le usavamo, adeguandoci alla moda, senza pensarci troppo. Una è l’aggettivo VIRULENTO, riferito ad articoli o altro, che però non era più molto frequente, credo per il livello qualitativo piuttosto basso cui erano scese le “invettive” a mezzo stampa o le polemiche nei vari campi, oltre alla eccessiva diffusione e quindi alla banalizzazione del turpiloquio applicato a qualunque forma di dialettica o di critica in ogni tipo di attività umana. L’altra parola, ben più micidiale, è il termine VIRALE, che era usato di continuo, per qualsiasi cosa trovasse una certa diffusione tra la gente, soprattutto sui “social”. A me stava decisamente antipatico, istintivamente. Ma me lo ritrovavo dappertutto.

Siccome, questa volta, farò semplicemente e ripetutamente opera di trascrizione, comincio da questa parola. Leggo, copio e incollo: VIRALE: che si diffonde in modo particolarmente veloce e capillare, specialmente utilizzando i nuovi mezzi di comunicazione.

  • Video virale, filmato condiviso in Internet da milioni di utenti attraverso social network, blog o altre forme di comunicazione online.
  • Marketing virale, variante meno comune di viral marketing (vedi la voce). E la voce dice: il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere un messaggio a un numero elevato di utenti finali. La modalità di diffusione del messaggio segue un profilo tipico che presenta un andamento esponenziale (Wikipedia).

Di quella capacità di diffusione particolarmente veloce e capillare, adesso ci stiamo rendendo conto perfettamente. Anche del fatto che i mezzi di comunicazione, questa volta, siamo direttamente noi, esseri umani o (forse?) sedicenti tali. L’impensabile, fino a pochi giorni orsono, situazione esistenziale che “ci siamo” imposti trova numerosi vocaboli a individuarne le sfumature: clausura, segregazione, isolamento, prigionia, carcere, reclusione, confino, esilio e altre ancora tra cui, pure, vita eremitica o da romiti e l’attualissima quarantena. A ognuna delle quali ha corrisposto, nella storia dell’umanità, una specifica modalità di esistenza, in qualche caso volontaria (ma pur sempre condizionata da fattori esterni) e più spesso imposta e subita, per vari motivi, comunque contraria alla naturale condizione di essere sociale di ogni persona, fino a forme disumane e di inaudita violenza. 

Proprio ripensando a questa condizione abnorme, indispensabile per tentare di limitare la diffusione epidemica del contagio in questa ormai conclamata pandemia, ho ripreso da una fonte particolare il racconto di come furono affrontati questi tragici eventi in tempi meno “attrezzati” di presidi sanitari e di conoscenze mediche, mantenendoci anche questa volta nella solita località che è l’oggetto di tanta parte delle nostre attenzioni, quella “terra” dello Stato Pontificio di cui scrutiamo con costanza (quanto meno ci proviamo) il passato, il presente ed il futuro e che qui ritroveremo proprio nell’epoca più significativa della sua plurisecolare condizione non proprio di «città con porto» ma piuttosto di «porto con città», al servizio di un potere “distante” in molti sensi. E qui – come ho detto più volte – possiamo rilevare un altro sintomo significativo della condizione particolare di Civitavecchia. 

2 MedicoPrima che sudditi di uno Stato e più che cittadini d’una comunità municipale, i Civitavecchiesi sono considerati, nei testi di quegli storiografi che ne hanno scritto le vicende, dei fedeli, il loro numero non è computato in base agli uomini che impugnano le armi per difendere le libertà civiche, ma alle anime che gravitano sulle varie parrocchie, né sono le loro «virtù patriottiche», che i timorati scrittori si preoccupano maggiormente di dimostrare, ma la devozione religiosa e la filiale, riconoscente sottomissione alle gerarchie ecclesiastiche.

La fonte di cui parlo, a me molto cara, è il padre Raimondo Diaccini dell’Ordine dei Frati Predicatori. Dalle sue parole commosse e commoventi ho ripreso il titolo – L’anima di Civitavecchia – delle elaborazioni storiche esposte alla mostra allestita per l’anniversario del primo bombardamento, nel 2018, all’Infermeria Presidiaria. Ho riferito e illustrato in quella sede e in altre occasioni il forte legame affettivo che mi lega per numerose coincidenze famigliari e culturali ai Domenicani, alle loro chiese (di Roma, di Civitavecchia e de La Tourette), al loro abito e a tanti di loro, personaggi dei secoli scorsi come Jean-Baptiste Labat, Giuseppe Maria Fati, Francesco Guglielmotti (padre Alberto) e Marie-Alain Couturier o direttamente conosciuti e frequentati a lungo, come Giovanni De Mattia e gli altri confratelli, ultimi presenti a Civitavecchia in quel purtroppo terribile e orribile convento costruito intorno al 1965, da cui sono stati costretti a partire definitivamente, dopo la distruzione di quello che era stato la loro sede fin dal 1422. Sono parole, quelle di fra Raimondo, che sembrano riferite a fatti di oggi, alla abnegazione di quanti assistono nei nostri ospedali i contagiati, come allora altri benemeriti (poi seguiti dai Fatebenefratelli) assistevano gli infermi e gli appestati, i colpiti dalla “mal aria” o i feriti per varie cause, in situazioni e con mezzi del tutto inadeguati. E non mancano richiami alla generosità di alcuni cittadini abbienti, in tempi ed in un luogo dove la lotta quotidiana per l’esistenza ha rappresentato la vera, drammatica, storia della città e dove solo la fede religiosa offriva una speranza lontana e futura, mentre dall’esperienza dei singoli – come ha scritto Pietro Manzi nel 1837, restavano solamente «memorie di miseria e di lagrime».

Per quasi quattro secoli i domenicani furono i soli pastori delle anime; ed assolsero degnamente il loro compito. L’aria insalubre, le frequenti epidemie, qualche volta l’ingratitudine di molta parte del popolo, non valsero a farli indietreggiare dinanzi all’enorme responsabilità; trassero anzi da questi ostacoli energie maggiori di bene, per rivolgerle a favore del gregge loro affidato.

Qualche volta furono perfino eroici. Sempre infatti, quando la peste tornò colla vittoria sulle galere del papa, i colpiti dal morbo ebbero ininterrotta assistenza dai figli di San Domenico.

E quando nel 1650 l’epidemia falciò per la città gli abitanti a diecine, si vedevano i bianchi frati presso il letto dei moribondi, noncuranti della propria vita, soltanto desiderosi di salvare le anime. E vittime di carità nell’assistere gli infermi all’ospedale e per le case rimasero allora il priore P. Benedetto Bartolini e il P. Giacomo Froscianti di Collescipoli (P. Alberto Guglielmotti, O. P., Storia della Marina Pontificia, vol. VIII, pag. 148).

La loro attività non si limitò però all’acquisto e all’ordinaria amministrazione dei sacramenti in tempi normali, ma seppero essere integralmente pastori, seppero cioè suscitare nel cuore dei fedeli quelle iniziative di cristiana pietà che, disciplinate e organizzate, formano così gran parte della bellezza spirituale di un popolo. In Santa Maria infatti sorsero e prosperarono tutte le diverse Confraternite, che hanno portato tanti benefizi alle anime dei Civitavecchiesi.

«Dopo le prescrizioni dell’immortale Pio V, scrive l’Annovazzi, la Confraternita del SS. Nome di Dio, abbandonata l’antica chiesa, e particolare adunanza, andò ad unirsi ai religiosi domenicani che le assegnarono dei regolamenti e destinarono una cappella nella propria chiesa, dove i confrati per più anni si sono esercitati nelle opere di pietà e nelle sacre funzioni. In questo tempo varie persone, che a detta Compagnia del SS. Nome di Dio si aggregarono, mosse da spirito di religione, alcuni fondi donarono, acciò col reddito dei medesimi essa mantenuta si fosse decentemente e con decoro, nonché sovvenuto avesse annualmente con doti sufficienti delle povere e oneste zitelle native di Civitavecchia; per il che cara e nella benedizione di Dio sarà sempre la memoria d’un Benci e d’un Gatti, d’un Vigliani, d’uno Strambi e d’un Magli, i quali insieme ad altri congregati tanto per sé che per diversi del popolo lasciarono in tal modo parte dei loro beni, legandoli o alla somministrazione di doti, ovvero a prò della stessa adunanza, la quale di più a tutte sue spese risarcì la Cappella e coprì di marmi l’altare» (Annovazzi, Storia di Civitavecchia).

Accanto alla Confraternita del SS. Nome di Dio fiorì quella dell’Orazione e Morte. «Alcuni dei nostri cittadini – cito sempre l’Annovazzi – si dedicarono ancor essi per mutua convenzione e con vera carità a seppellire i morti abbandonati e a giovare con pie orazioni ed elemosine quei poveri trapassati; (…) presso i Padri Domenicani radunaronsi sul bel principio questi confrati, ed all’opportunità prestarono il loro pietoso officio di raccogliere e associare i morti poveri, quasi del tutto abbandonati, come anche quelli della campagna, ovvero esposti sulla spiaggia del mare, periti forse per qualche naufragio o altro caso fortuito (Ibidem, pag. 306). E nella Chiesa di Santa Maria, Andrea Boni eresse per questa Confraternita finché non avesse avuto un oratorio proprio, l’altare di San Gaetano in fondo alla Chiesa a sinistra, e là convenivano i Confratelli per le loro pratiche religiose sotto la guida del parroco pro tempore.

«I vincitori dei barbareschi – scrive P. Guglielmotti, l’immortale storico della Marina Pontificia, fulgida gloria dell’Ordine Domenicano e insieme della città di Civitavecchia – nel tornare verso il porto colle prede ammarinate, davano avviso da lungi del felice avvenimento e della festosa venuta: gala di bandiere e nove spari di cannone con tre rapidi colpi per le tre lunghi intervalli. A quel segno i cittadini, messa da parte ogni altra cura, concorrevano al porto; i guardiani approntavano le cautele del lazzaretto, la guarnigione schieravasi sulla calata, le campane di Santa Maria sonavano a gloria, e la fortezza spiegati piegati li stendardi maggiori, salutava i vegnenti con tiri ventuno, la piazza salutava con sei. Le prime notizie ad alta voce davansi e ricevevansi dal fortino del Bicchiere, presso la bocca di Levante; e di là partiva il primo scoppio di plauso ai reduci valorosi e l’ultimo vale di congedo agli estinti benemeriti. I legni entravano nel porto traendosi dietro le prede con le bandiere rovesciate, e lo strascico in mare; pigliavano la posta al molo del Lazzaretto, e sbarcavano spartitamente tra le voci e i saluti del popolo, prima i Cristiani affrancati, e poi i Turchi prigionieri, perché sotto custodia purgassero la contumacia. Ciò fatto squillavano le trombe di bordo, e salutavano Santa Fermina, protettrice dei naviganti: poi volgendosi rispondevano ai saluti della fortezza e della piazza, colpo per colpo; e subito, senza pigliar pratica, uscivano dal porto per consumare al largo in crociera di guardia la quarantena; pronti ogni giorno a rinnovare le medesime feste e cautele, se la fortuna li avesse menati a nuovi cimenti. Finalmente cessato ogni pericolo di contagio (per quei tempi anche la peste entrava tra i favori consueti dei Barbareschi), tutto l’armamento, soldati e marinari, scendevano in terra coi loro ufficiali alla testa, e appresso scalzi, in lunga fila, i Cristiani affrancati venivano a processione nella chiesa di Santa Maria, dove rendevano le dovute grazie a Dio e ai Santi, e per memoria del beneficio lasciavano la bandiera maggiore dei legni nemici» (Guglielmotti, op. cit., tomo III, pag. 357-358).

Il mio augurio a tutti gli amici lettori è che i giorni della normalità tornino al più presto e portino con sé, almeno per il tempo necessario a far attecchire le abitudini, atteggiamenti nuovi, buone pratiche, sperimentazioni di buon governo. Che tornino senza aver lasciato nulla di negativo in noi stessi, nelle nostre famiglie e nelle nostre città. E anche, per quanto riguarda la nostra Civitavecchia, che tornino – proprio per riportarci a quel tranquillo clima del passato – anche quelle innocue ma spesso divertenti peculiarità che la contraddistinguono sotto certi punti di vista.

3 Lazzaretto P.Moretti

Per restare nell’ambito del giornalismo, della storia e delle pubblicazioni di soggetto storico, mantenendoci nel campo delle parole da cui ho preso spunto per questo articolo, come mio solito giocando un po’ proprio sulle parole, mi vengono in mente due casi, di cui riferisco con grande simpatia per gli autori (naturalmente non li nomino). Uno riguarda la scarsa attenzione che a volte si presta alla correzione delle bozze. Un tempo, quando gli stampati si producevano dopo una faticosa attività di composizione dei testi con i caratteri mobili (ricordate Johannes Gutenberg?) o ancora con la linotype e le righe di piombo fuso, di queste sviste si dava la colpa ad una figura ben precisa: il proto. Era il tecnico specializzato del reparto composizione delle tipografie preposto all’esecuzione tecnica e alla resa estetica del lavoro, nonché incaricato del coordinamento tra le varie fasi della lavorazione. Come spiegano tutti i vocabolari, la colpa è del proto era la frase scherzosa o ironica con cui si alludeva all’abitudine, non rara fra gli autori, di attribuire a sviste tipografiche errori di cui essi stessi erano in realtà responsabili.

Oggi, con i testi consegnati direttamente dall’autore in forma di “file”, non ci dovrebbe essere discussione. Ma l’errore materiale di digitazione o anche i diabolici programmi di correzione automatica delle parole possono giocare brutti scherzi: il diavoletto dispettoso è sempre pronto a metterci la coda, quando non si ha l’abitudine di rileggere i testi o non si ha l’occhio esercitato a leggere esattamente quel che è scritto. Ecco allora che un commento alla celeberrima descrizione di Plinio il Giovane (Epist. lib. VI, 31) della villa pulcherrima di Traiano ad Centumcellas, dove – come anche qui – non si risparmiano i superlativi, vede il complesso imperiale adagiato a ridosso del litorale tirrenico, circondato da «VIRILISSIMI campi», laddove il testo latino parlava di viridissimis agris, lasciando intendere non solo la bellezza rigogliosa di quell’agro dal colore assai vivo, ma anche le cure assidue ed intense dei tantissimi addetti al servizio del “nostro Cesare”. Quindi, in sostanza, anche questa una “sviolinata”, perfettamente in linea con l’inevitabile adulazione del principe onnipotente da parte di un consigliere privilegiato, oltretutto autore di un Panegirico di nome e di fatto.

Un caso comunque birichino, questa svista, dove sarebbe veramente superfluo ricercare se l’etimologia più adatta sia da far risalire al “vir” o al “virus”, oltre a evitare ipotesi bizzarre sul come si manifesterebbe la “maschia potenza” (per tradurre con dizionari da ventennio) d’un campo di cavoli (?).

L’altro caso è solo una mia osservazione riferita – per associazione di idee in tema di superlativi – ad un amico e collega giornalista ben noto, molto bravo, molto attivo, dal quale ho preso spunto, davvero amichevolmente, per il titolo di questo articolo, avendo notato molto spesso, nei suoi scritti, un uso originale ed insolito di alcuni avverbi che possiamo definire “d’epoca”. In particolare, il frequentissimo uso di oltremodo, che normalmente esprime (copio per l’ultima volta da uno dei dizionari on line) “un grado eccezionale o straordinario di intensità, qualità, quantità, per lo più con riferimento a fatti sgradevoli od ostili” e che viene da lui applicato, invece, ad eventi, circostanze e situazioni sempre positive della quotidianità. Il che rende, a mio parere, sinceramente. quelle pagine e quelle notizie oltremodo simpatiche e accattivanti.

4 1961. FDC Malaria

FRANCESCO CORRENTI