NELLA GOLA DEL MOSTRO

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Ero stato catturato perché facevo parte dell’Esercito italiano. Non ero solo, altri condividevano la mia sorte. Ci portarono dentro una caserma. Lì accaddero cose terribili. Molti di noi dovevamo correre da una parete all’altra a testa bassa così da battere contro il muro, fino a svenire. Poi ci legarono i polsi strettamente con del filo di ferro attorcigliato ed ognuno fu legato all’altro in gruppi di 4 o 5.Ci ordinarono di metterci in marcia. I legami erano strettissimi, sangue colava dai polsi, le mani prive di sensibilità. L’ultimo del gruppo veniva tramortito con il calcio del fucile. Il suo corpo steso a terra inerte avrebbe reso, dovendolo trascinare, un vero calvario il nostro cammino. Procedevamo a piedi nudi calpestando pruni, rovi, sassi aguzzi. Un dolore atroce, insopportabile.
Finalmente l’ ordine più atteso: Alt!
Eravamo ai margini di una fossa. Sentivo l’aria fredda che esalava da quella gola. Un giovane croato si pose di fronte a noi. Sorrideva sarcastico. Afferrò con una mano una pietra, allungò il braccio verso la gola. Poi, mai abbandonando il suo sorriso agghiacciante, la lasciò cadere. Per un lungo attimo un totale silenzio, poi un tonfo cupo appena avvertito. Cominciarono a preparare le armi. Presto saremmo stati crivellati di colpi e gettati in quella fossa comune.
Un’idea assillante mi invase: non volevo morire crivellato dal fuoco, meglio finire inghiottito nelle fauci del mostro. Avvertivo che durante il tragitto il filo di ferro s’era allentato, ma soprattutto che il filo che mi legava al compagno s’era spezzato. Ero libero, libero di scegliere il modo di morire………
E così andai incontro a quelle terribili fauci. Con un balzo mi gettai nel vuoto. Dopo pochi attimi il corpo si schiantò con violenza sopra un arbusto che fuoriusciva dalla parete rocciosa. La caduta venne frenata. Continuai a precipitare e…improvvisamente il corpo fu avvolto da acqua gelida. Ero finito in una pozza. Tutta la caverna era ricolma di acqua melmosa, putrida e fredda. Ma quell’acqua mi aveva salvato accogliendomi. Tentai con le poche forze di far uscire la testa e permettere al corpo di respirare. Il contatto con l’acqua dei miei polsi insanguinati creò una specie di liscivia, di liquido insaponato. I polsi si muovevano più agilmente. Con frenetiche torsioni del polso destro riuscii a tirar fuori la mano dalla presa del filo di ferro. Avevo le mani libere, il polso destro era ancora attanagliato dal legame ma, non importava, le braccia erano libere di muoversi.
La speranza, l’ultima Dea, ora dilagava in tutto il mio cuore. Potevo sperare, dovevo sperare. Ero accartocciato in un angolo, mi proteggevo la testa: i corpi dei miei miseri compagni venivano giù, nell’inferno, precipitando con schianto fra le rocce e finendo la corsa nella pozza. Quando tutto ebbe termine, tentai la risalita. Mi afferrai ad un ciuffo d’erba che la mia mano aveva scoperto ad un metro da me. Ma quel ciuffo d’erba non era appiglio sicuro, e facilmente si staccò dalla roccia. Presto, nonostante il buio, mi accorsi che non era erba, cosa assurda in luogo come quello, ma capelli, capelli umani: avevo sollevato la testa di un compagno, di un povero cristo precipitato.
A fatica centimetro dopo centimetro risalivo. Ora vedevo un chiarore, una luce tenue, un timido bagliore di stelle. Ero arrivato all’arbusto che aveva protetto il mio corpo dall’eccessiva gravità. Afferrai il robusto ramo e di peso mi sollevai al di sopra di esso. Ero a circa quattro, cinque metri dall’orlo dell’abisso. La roccia, purtroppo appariva più levigata, meno frastagliata. Gli ultimi attimi erano i più penosi. Un errore, seppur lieve ed io sarei stato inghiottito di nuovo. Una immagine si mostrò alla mia mente in quei momenti terribili. Pensai a quell’animaletto che vive sulle pareti reggendosi su quelle zampette a ventosa. Il geco!Ecco l’animaletto che dovevo saper imitare. Dovevo pensarmi come lui, assolutamente unito a quella roccia, tutto il mio corpo come una estesa ventosa. Quel pensiero si fissava nella mia mente e aiutava i movimenti a non commettere errori fatali.
Aderii con tutto il mio corpo, con tutta la mia anima alla parete. Ogni spessore, ogni rientranza, seppur minima doveva essermi utile. Con estrema lentezza strusciai la mano sinistra verso l’alto, verso l’incognito, trattenendo il respiro per essere del tutto immobile con il resto del corpo. Ed ecco che le dita avvertirono una cavità, di pochi centimetri all’inizio ma che nello svolgersi di un tempo che sembrava scorrere con estrema lentezza, si faceva sempre più profonda. Riuscii ad infilare tutte le dita fino alle nocche. Era la leva! Era la leva che mi avrebbe permesso di fare il balzo finale fino all’orlo. Il dolore acuto di una mano già martoriata ed ora stretta in quella fessura di roccia era nulla a confronto della speranza che guidava il mio animo.
Il corpo, dopo un tempo che sembrava non aver mai fine, era finalmente, per più della metà di esso,adagiato sull’orlo erboso e pietroso dell’anfratto, solo le gambe penzolavano ancora nel baratro: ero uscito dall’incubo. Le fauci della Bestia mi avevano vomitato fuori. Un rigetto che aveva del miracoloso.

L’alba mi permise di orientarmi . Con grande fatica i miei piedi lacerati mi permisero di giungere ad una sommità della boscaglia. Da lì potevo intravedere il mare lontano. In quella direzione doveva trovarsi la mia meta: Pola.

Giunsi dopo molte e molte ore a Pola. Dovevo coprire il mio corpo. La polizia segreta o qualsiasi miliziano avrebbe capito da dove potevo venire. Il porto era pieno di gente italiana che si preparava ad imbarcarsi. Rumore di martelli sui chiodi ovunque: casse che si chiudevano e che accoglievano ricordi, affetti, valori .Mi donarono una coperta e dei calzini: il corpo martoriato era ora celato all’occhio indagatore. Mi trascinai verso il molo, mi avvicinai all’acqua del mare ed immersi la testa nella dolce salsedine che leniva le piaghe. Era una rinascita, un battesimo di vita nuova. Come un novello Dante ero uscito a riveder le stelle. In quel momento pensavo intensamente al nostro grande poeta, al poeta della nostra italianità. Come lui, ma senza aver l’estro del verso, ero uscito dagli inferi. Tutta la tensione delle ore passate si scaricava adesso in quella strana assimilazione che mi appariva come una ossessione liberatoria concedendomi attimi di emozione che mai avrei avuto più nella mia vita.
Il piroscafo “Toscana” era pronto a salpare col suo carico di tristezze e di malinconie. Salpare per far rotta verso un ignoto luogo. Avrebbero trovato quelle famiglie, quei bambini, quelle madri, quei capifamiglia il sorriso della Patria?
Una Patria afflitta, squassata nel suo tessuto urbano, lacerata da guerra fratricida, era l’autunno del ’43!
Quel sorriso sarebbe giunto molti anni dopo preceduto, però, da anni di intolleranza, incomprensione, sospetto.
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In ricordo di Graziano Udovisi testimone dell’inghiottitoio.
Ad onore di Liliana Segre testimone del Viaggio Infernale.
Binario 21 e la Gola del Mostro storie della Memoria.

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Questo è quanto accade quando un qualsiasi Drago libera la Bestia.
La Bestia è generalmente sopita in un sistema democratico.
Ma quanto può essere sottile il diaframma che divide il mondo dei giusti da quello della Bestia?
Allora la Terra intera presa da ammirazione, andò dietro alla Bestia e gli uomini adorarono il Drago perché aveva dato il potere alla Bestia…” ( Apocalisse).

CARLO ALBERTO FALZETTI