ITINERARI, 2^ STATIO. DISCORRENDO DEMANI

di FRANCESCO CORRENTI ♦


Non mi interesso volentieri di questioni che riguardano i settori disciplinari di cui mi sono professionalmente occupato durante la mia attività istituzionale di architetto nella pubblica amministrazione di un ente locale territoriale. Mi capita, però, casualmente, di dover rispondere a qualche domanda di amici o di trovarmi io stesso a richiedere qualcosa ad uno sportello oppure di ricevere buste verdoline che sono sempre portatrici di seccature, generalmente per errori all’origine che costituiscono inutili aggravi organizzativi e di oneri per gli enti che le emettono e non dovute rotture di scatole, noiose perdite di tempo e ingiuste spese per il cittadino che le riceve. Sono poi convinto che una qualsiasi “pratica” di natura urbanistico-edilizia – come la risposta ad una richiesta sul contenuto d’una norma (di recente, tendo a irritarmi se sento parlare di “interpretazione”), ma anche l’istruttoria di un progetto o il rilascio di un certificato e cose analoghe, non particolarmente complesse – richieda mediamente una trentina di minuti, cioè una mezz’ora di tempo. Posso affermare con soddisfazione che, quasi dovunque, si trovano persone gentili, affabili, disponibili, preparate ed efficienti, che risolvono in modo intelligente gli eventuali problemi che si presentano. Devo constatare, però, che a volte capita di imbattersi in individui non ascrivibili a quella categoria “bonae voluntatis”, alla quale scendeva dalle stelle, intorno all’anno Zero, la promessa della “pax in terra”.
Burocrazia e politica sono termini che indicano due aspetti fondamentali della società in quanto, appunto, organizzazione sociale di convivenza e reciproco sussidio. Termini i cui effetti, nella loro espressione migliore, vedono negli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti un’affascinante descrizione. Così come pure nella loro espressione peggiore.
Quando la burocrazia più squalificata si intreccia con la politica più deteriore (non parlo necessariamente in termini di corruzione e disonestà: danni gravissimi derivano anche dall’incompetenza e dalla presunzione), i tempi s’allungano fino all’inverosimile, anzi non hanno proprio un termine. Mi accadde tempo fa, vincolato a onorare un preciso incarico da parte d’un centinaio di amministrazioni, tra le quali, in primo luogo, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di dovermi impegnare molto per concludere un programma quale “unico responsabile” (RUP), nonostante gli assurdi ostacoli creati proprio dall’ignoranza amministrativa e dalla sprovveduta stupidità d’una persona che avrebbe dovuto collaborare al risultato, nell’interesse esclusivo dell’ente di appartenenza e dei suoi referenti. Non è stato semplice. Le giornate, allora, risultano faticose, benché trascorse quasi per intero comodamente seduti davanti al pc, impegnati tra telefoni e posta elettronica, cercando di coordinare procedure e provvedimenti. Una di quelle giornate in cui ci si rende conto di quanto sia difficile ottenere dei risultati concreti e tempestivi nelle questioni di lavoro in cui occorrono apporti esterni, quando si capita in quei casi disperati e avvilenti.
Ma proviamo a riderne. Sono quelle situazioni che, mettendoci le mani, trovi immani difficoltà, vorresti avere le mani libere e invece ti trovi le mani legate, e alla fine o allarghi le braccia (e le mani) o ti metti le mani nei capelli! Quindi, in tema di mani, ho cercato qualche immagine appropriata, diciamo pure immanente. Ma non maniacale, di maniera, forse, ma senza smanie o manìe. La scelta è molto ampia, per cui mi sono limitato a raccogliere in tre “manifesti” i tanti spunti sul tema. In questi “collage” un po’ da amanuensi, le immagini sono quelle più manifestamente ammantate del valore di un manuale, insomma non proprio dei “mandala”, ma comunque una immancabile scelta di prima mano. E poi gioco un’altra manche, per cui mando qualcosa di seconda mano. Se una mandria di mandrilli mansueti e amanti delle mantidi (?) mangiasse (o piuttosto, manducasse) man-dorle o manghi con le mandibole a mo’ di mandrino, che non è un mandarino ispirato al manierismo, potrebbe produrre manioca da ammannire come manna alle mannequin manichee che ancora nelle loro mansarde ricche di mantovane, simili ad un hamman, usano la mandragola mantecata, leggendo manga, bevendo la manzanilla andalusa e coprendosi con mantelli, mantelline e mantiglie di manifattura manciù.
Non vorrei lasciarmi prendere la mano e passare per manutengolo. Ma nemmeno lavarmene le mani e restare con le mani in mano, come una mantenuta: “Lavabo inter innocentes manus meas” (Psalm., 26. 6). E neppure giungere a giochi di mano (che sappiamo come vanno a finire). “Manet alta mente repostum”. “Maneat nostros ea cura nepotes”. Aspettando proprio la manna. Poi ti appare la scritta “Mane Thecel Phares” (Daniele, V, v. 25). E qui si potrebbe continuare: nel maniero di Maniace, mancando il corrimano montarono un mancorrente, ma un manipolo di manigoldi, manipolando in maniera manifestamente mancina il manifesto dei Mani (dii Manes), manco a dirlo, sul demanio dell’isola di Man, dov’era Manitù e che non è nella Manica o a Manchester, né a Manhattan e nemmeno vicino a Mantova o a Mandela o in Manciuria, venne alle mani (o gli venne tra le mani?) un asso nella manica che prese dal manico di un manicotto in cui c’era un manicaretto e lo maneggiò a tutta manetta. Ma non mantenendo il management, chiamò un manovale per fare una manovra con una manovella, poi gli fece un mandato, quello fece man bassa e lui gli diede la mancia. Brevi manu o longa manus? Ma no, continuando così non si sa in che mani finiamo, mano di qua, mano di là, mano che lava l’altra, mano dritta e mano manca, mani pulite, man unta, man uedda, man zoni… Man naggia!

FRANCESCO CORRENTI