NAPOLEONE BONAPARTE A SAN SEVERINO NELLA MARCA DI MACERATA

di FRANCESCO CORRENTI

Agli amici di SpazioLiberoBlog, con gli auguri più cordiali per il 2020, un racconto che ha sempre a che fare con la storia, un pochino anche con l’urbanistica e dove la “mia” Civitavecchia fa capolino qua e là. Scritto e disegnato alla fine del 2014 e primi del ’15 per persone a me care che vivono in una bellissima cittadina divenuta a sua volta un po’ mia per svariati motivi, è stato ritenuto divertente da alcuni e per questo lo ripropongo, con l’auspicio che contribuisca ad iniziare il nuovo anno con ottimismo e buonumore. Ottimismo particolarmente necessario da quelle parti, dopo le gravissime conseguenze delle scosse sismiche – molto sottovalutate qui da noi – che hanno poi in seguito colpito tragicamente San Severino, Camerino, Visso e tanti altri centri marchigiani ed umbri, come le altre località più note e più vicine del Lazio e dell’Abruzzo. A loro vada, quindi, il nostro pensiero beneaugurante e solidale. Se la lettura del racconto suggerirà a qualcuno di visitare quelle contrade e dare un contributo alla loro ripresa, ne sarò veramente lieto.

Roma, 31 dicembre 2019

Francesco Correnti

Napoleone Bonaparte a San Severino nella Marca di Macerata non c’è mai stato.

Ma se ci fosse stato, non avrebbe potuto fare a meno di fermarsi in quello che allora era il nostro B&B, sia perché convinto che significasse Bonaparte & Beauharnais, sia perché attratto dalla rivoluzionaria sontuosità unita all’imperiale rusticità degli straordinari ambienti di questa struttura.

In effetti, quando nel 1796 il Primo Console – al comando dell’esercito francese – condusse la campagna d’Italia, accadde un fatto, proprio qui da noi, che ha costituto una ideale connessione tra il geniale condottiero e la nostra cittadina.

Ai primi di febbraio del 1797, le truppe francesi occuparono Ancona, costringendo Pio VI a trattare. Il successivo giorno 19, si concluse la Pace di Tolentino tra la Repubblica francese, rappresentata appunto dal generale Bonaparte, e Papa Braschi.

Il papa si impegnò a pagare alla Francia 25 milioni di scudi (ossia 250 milioni di baiocchi e, quindi, 500 milioni di mezzibaiocchi), a rinunciare ai suoi diritti su Avignone, sul contado Venassino e sulle legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna e consegnò molte opere d’arte. L’occupazione di Ancona sarebbe durata fino alla conclusione della pace generale. Tra le tante sopraffazioni compiute da ufficiali e soldati, la rapina di opere d’arte e di oggetti preziosi dalle chiese era una pratica quotidiana.

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Quadri e statue della Vergine e dei Santi iniziarono, allora, a compiere prodigi, lacrimando e muovendo gli occhi, con immensa commozione di folle di fedeli. Questi fatti prodigiosi si verificarono ripetutamente ad Ancona, in diverse chiese delle Marche, nella stessa Roma, a Civitavecchia – nella chiesa di Santa Maria e in altri luoghi tra il 10 luglio ed il 10 agosto di quell’anno – dopo che analoghi fenomeni soprannaturali furono osservati da un popolo senza numero in altre città dello Stato Pontificio.

In quegli stessi giorni, i nostri antenati proprietari del palazzetto di via San Rocco 17 decisero di effettuare un intervento di manutenzione straordinaria in quella loro proprietà che, solo di recente, si è capito essere sempre stato un raffinato luogo di accoglienza, forse già dai tempi dell’antica Septempeda, frequentata dai turisti romani in visita nel Piceno. I nostri predecessori procedettero ad una sopraelevazione con una specie di altana, su cui furono ricollocate le travi del tetto.

Fu allora che – appresa la notizia dei milioni pretesi da Napoleone – pensarono bene di salvare il salvabile, cioè quello che restava nelle loro tasche dopo tutte le spese sostenute per migliorare il loro “Brande & Biscotti” e cioè un mezzo baiocco. Lo fecero quindi rapidamente nascondere nel muro in una piccola nicchia chiusa da una pianella laterizia e coperta dallo strato di intonaco, nella speranza di poterlo un giorno recuperare, una volta passata l’ondata rivoluzionaria che prometteva ideali di «Liberté, Égalité, Fraternité» senza tradurli nella pratica e nemmeno nella lingua locale. Oltretutto, imbrattando i muri con manifesti e proclami che quasi nessuno sapeva leggere. Insieme alla moneta, nella nicchia fu messo un cartiglio con una scritta irridente per il corso capo degli invasori, che diceva: «Me pijo l’oro, l’argento e San Rocco, ma lu mezzo baiocco nu’ lu vedo e nu’ lu tocco». Da allora, comunque, la locanda ha preso il nome da quella moneta, che venne dipinta sull’insegna, divenendo anche una coraggiosa sfida agli occupanti con l’ostentare lo stemma del pontefice, nel frattempo imprigionato.

Infatti, le vicende dello Stato e del papa si aggravarono giorno dopo giorno. A dicembre venne occupata Roma ed il 15 febbraio 1798 Pio VI fu deposto e proclamata la repubblica. Trasferito dal Vaticano a Siena, poi alla Certosa di Firenze, il pontefice ottantunenne, dichiarato prigioniero di Stato, fu deportato nel ’99 a Parma, a Torino e a Grenoble, quindi nella fortezza di Valence-sur-Rône, dove, spossato dalle fatiche, esacerbato dai maltrattamenti e logorato dai patimenti morali, morì il 29 agosto 1799.

Grandi sono state la nostra gioia e la sorpresa nel trovare conferma alla tradizione famigliare, recuperando, finalmente, la moneta durante gli ultimi lavori di ammodernamento e trasformazione. Infatti, dopo aver sentito suonare a vuoto battendo sul muro, sfondata la pianella, ecco la moneta, avvolta nel cartiglio con i versi famosi. Senza alcun dubbio quella, il mezzobaiocco della zecca locale, con lo stemma di papa Braschi. Un noto critico letterario ha ritenuto che la strofa sia stato suggerita da Monaldo Leopardi, allora molto critico (anche lui!) nei confronti del Bonaparte. Un primo ma non unico legame tra San Severino e Recanati. È certo che, dal 1828 al 1830, quella che allora era la locanda del “Mezzobaiocco” fu intensamente frequentata da Giacomo Leopardi, il poeta dell’Infinito, tornato nelle Marche dopo alcuni anni trascorsi a Milano, Bologna, Firenze e Pisa. Il poeta veniva al “Mezzobaiocco” ogni sabato dal villaggio, il natio borgo selvaggio, come chiamava Recanati, divenutogli ormai insopportabile, per fuggire da quella gente zoticadei suoi odiati compaesani.

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«Dipinte in queste rive / Son dell’umana gente / Le magnifiche sorti e progressive. / Qui mira e qui ti specchia, / Secol superbo e sciocco, / Che vita mai sarebbe / Senza il Mezzobaiocco?» F.to Giacomino Leopardi

Ed anche per allontanarsi dal padre Monaldo, con il quale si era creata una forte incomprensione. Fu appunto dopo una burrascosa lite con lui, che Giacomo, riposando beatamente nella vasca tiepida e bulicante del “Mezzobaiocco”, compose La quiete dopo la tempesta. Era il periodo in cui il pessimismo non si era ancora mescolato in lui – con effetti ben percepibili – con la ripulsa di acqua e sapone. Spesso lo raggiungeva Baldo, fratello della madre Adelaide, rimasto tuttavia quasi ignoto se non per la fama di persona corpulenta ed imponente, le cui uniche notizie sono rintracciabili nel diario che il nipote gli dedicò, il noto Zi’ Baldone, pubblicato postumo in sette volumi per iniziativa di Giosue Carducci.

In proposito, anzi, possiamo aggiungere una notizia inedita. Sembra, infatti, che i famosi versi: «Il poeta, o vulgo sciocco, / Un pitocco / Non è già, che a l’altrui mensa / Via con lazzi turpi e matti / Porta i piatti / Ed il pan ruba in dispensa.» Carducci li abbia scritti proprio in memoria dell’ammirato collega, durante un sopralluogo alle località da lui frequentate e, addirittura, soggiornando per qualche tempo qui da noi. Si dice, insieme a Carolina Cristofori, moglie del generale di brigata garibaldino Domenico Piva, uno dei Mille, con la quale aveva intrecciato una relazione amorosa. La prima stesura “settempedana” della poesia iniziava così: «Il poeta, o vulgo sciocco, / è un pitocco / e lo si sa. / Viene qui, dove sta a scrocco, / per l’esimia carità / dell’ostel Mezzobaiocco, / tutto generosità. / E se stando qui gli arriva / la graziosa e cara Piva / meglio, evviva! evviva! evviva!»

Ancora un personaggio famoso ha frequentato il “Mezzobaiocco”. Nel 1858, in effetti, proprio Giuseppe Garibaldi venne nelle Marche per cercare appoggi alla causa rivoluzionaria. Giunto a cavallo a “Castello”, con un gruppo dei suoi Cacciatori delle Alpi tra cui c’era Nino Bixio, si fermò al lavatoio pubblico delle “Sette Cannelle” con la scusa di far abbeverare il cavallo, ma in realtà per sbirciare le sette ragazzotte settempedane che stavano lavando i panni, facendo mostra di generose scollature. Il futuro condottiero dei Mille rimase molto colpito da quelle visioni graziose, tanto che, commentando la scena con i suoi accompagnatori, disse compiaciuto che quella avrebbe dovuto chiamarsi la fonte delle «Sette Sorelle», aggiungendo, con una inaspettata citazione poetica, «pretiose et belle!» Poi, dato che Bixio obiettava che quel termine, pur non sapendo perché, gli suonava inadatto e che poi le ragazze forse sorelle non erano, si corresse, facendo bene intendere l’oggetto delle sue attenzioni: «Allora: le Sette Pischelle… con le sette mammelle». «Quattordici…» mormorò il Bixio e lui, nella sua tipica parlata ispano-ligure: «A Bi’, io sto a creà motti immortali e tu me rompi co’ li numeri!? Ecchedè? Mica passerò alla storia per un numero! Bene, mo’ te dico: Sette donzelle co’ le sette più sette ciambelle de le tette gemelle e non se ne parli più». Poi, proseguendo con gli altri la cavalcata e disceso giù in paese, essendo sera, scorta da lontano l’insegna del “Mezzobaiocco” che gli ricordava plasticamente le suggestive immagini viste ed apprezzate poco prima, disse la frase famosa: «Nino, stasera mi fermo!»

Ordinò contemporaneamente a due dei suoi di tornare indietro dalle giovani della fonte a reclutarle tutte e sette, aggiungendo: «E se non tutte, più che se posse… è per lavarci le camicie rosse». Raccomandò di condurle al Mezzobaiocco, portandosi tutto l’armamentario di liscivia e saponi, mentre il solito Bixio commentava: «…Sì, per levarcile camicie rosse… e che vengano con tutta la loro lascivia…»

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Fu così che, accogliendolo con tutti gli onori, i proprietari – già perfettamente consapevoli che il giorno dopo avrebbero dovuto commissionare al marmista del paese e mettere sulla facciata una delle prime delle migliaia di lapidi con l’epigrafe “QUI DORMÌ GARIBALDI” – lo definirono “L’Eroe dei due Tondi”, appellativo che il nostro Giuseppe da allora utilizzò in moltissime occasioni, pur modificandolo leggermente.

Per finire, non possiamo tacere gli sviluppi più recenti della fama di luogo di benessere, agiato riposo e fortunata abbondanza di cui gode il Mezzobaiocco, divenuto nel frattempo una casa con appartamenti per vacanze tra le più ambite d’Europa.

Un altissimo personaggio col vezzo di farsi chiamare solo col nome di quel celeberrimo restauratore di chiesette in rovina di cui – come si è detto – Peppino Garibaldi citava spesso i versi e che aveva anticipato di secoli la moda di parlare con cinguettii, al termine d’una affollata visita in un paesotto dell’Umbria, volle venire nelle Marche e proprio a San Severino. Lo spingeva la curiosità di vedere il palazzo dov’era nato nel 1861 Pietro Tacchi Venturi, il gesuita che fu tramite fra la Santa Sede e Mussolini negli anni del fascismo, del quale aveva letto la biografia del Beato Roberto Bellarmino, quando Giovanni Paolo II lo aveva creato cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, appunto del titolo di san Roberto Bellarmino. Qui giunto, visto il palazzo,  accompagnato per passarvi la notte al Mezzobaiocco, che era ancora un B&B, abituato alla semplicità ascetica del suo residence in Vaticano, restò sorpreso e confuso dal confort del posto ed esclamò: «Bertone & Bagnasco! Nel lusso non casco! Lasciate che parta: a me, Santa Marta!»

Tutt’altro che trascurabile è poi l’influenza che il Mezzobaiocco ha avuto nella concezione del recente film, divertente e di grande successo, del regista Wes Anderson: Grand Budapest Hotel. Wes, che è stato anche sceneggiatore del film, aveva visto le immagini del Mezzobaiocco cercando su Internet un albergo o altro posto di Görlitz in cui soggiornare con la troupe durante le riprese. Aveva, infatti, deciso di girare molte scene nella cittadina dello stato federale della Sassonia, che il confine tra Germania e Polonia (la nota Linea Oder-Neiße) divide dalla polacca Zgorzelec. Nel Medioevo, quello che era allora il villaggio di Gorelic (nome che in slavo significa terra bruciata, per via dell’usanza di dar fuoco alle stoppie per rendere più fertile il terreno, ma che aveva portato spesso a tragici incendi di interi abitati), venne conquistata dalla Marca di Brandeburgo. Questa notizia portò ad un equivoco, perché cercando le immagini di impiati ricettivi nella Marca, Wes trovò le foto dei nostri appartamenti di Via San Rocco. Ne fu talmente affascinato da ispirarsi a quelli nelle scene d’interno del Budapest.

Ancora un episodio degno di nota è quello che ha visto protagonista addirittura il governo Renzi, nel clima precedente all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ebbene, dopo la vicenda degli 80 euro, il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan aveva suggerito di donare ad ogni lavoratore dipendente in possesso di determinati requisiti un soggiorno da noi, con l’idea di convertire in euro il mezzobaiocco attraverso un patto, detto dell’Iscariota, sottoscritto dai soliti tre noti (De…? Si…, Ma…), per cui a ciascuno di costoro sarebbe stato dato un maleppeggio, simbolo della situazione italiana, che male e peggio di così non si potrebbe. Se, sforacchiando i muri, qualcuno fosse riuscito a trovare 30 denari, avrebbe avuto diritto ad un bonus in euro da scalare dalle tasse in caso di licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. Melius re perpensa, però, dell’idea padoana non se n’è fatto più nulla e poi sono mutate anche le situazioni di contorno.

Con ciò, abbiamo fornito un quadro che riteniamo sufficientemente chiaro della qualità straordinaria del Mezzobaiocco, oggi una casa con appartamenti per vacanze che è stata, nel tempo, locanda, ostello e B&B, insomma tutta la gamma delle strutture più accoglienti dell’ospitalità. A questo punto, dobbiamo anche rivelarvi i segreti più gelosamente custoditi dai proprietari del Mezzobaiocco nel corso dei secoli. Il primo riguarda la notte trascorsa, in quello che allora si chiamava il Mezzosesterzio, da Gaio Giulio Cesare, che si recava a Roma con i 50.000 uomini delle sue undici legioni (loro, accampati un po’ dovunque), nel 49 a.C. L’altro segreto riguarda il soggiorno nelle nostre Stanze di due celeberrimi artisti del Rinascimento italiano, l’uno proveniente da Urbino, l’altro da Firenze, qui convenuti per concordare una joint venture, in vista dei lavori che Giulio II della Rovere intendeva realizzare a Roma e in altre località dello Stato della Chiesa. Purtroppo, tra i due non fu raggiunto alcun accordo. Davvero un grande peccato, perché così non è stato lasciato alcun segno, schizzo o pennellata sulle pareti delle Stanze, come invece è avvenuto altrove e dove – sembrerebbe – il grande Michelagnolo aiutò il collega urbinate in una certa operazione.

Di questo fatto strepitoso e assolutamente inedito, del tutto sconosciuto anche ai diretti interessati, possiamo dare dei cenni in queste righe che sono una integrazione di questa fine dell’anno 2019 al testo con disegni del 2014-15 delle pagine precededenti. Non ci riteniamo autorizzati a dire più di quanto diremo, in quanto le fonti, i documenti rivelatori, sarebbero ancora allo studio e la loro attendibilità e autenticità dovrnno essere ancora controllate, come i contenuti andranno definitivamente interpretati. La notizia è emersa, letteralmente riaffiorata dal passato, nel corso delle ricostruzioni che da qualche tempo si vanno facendo (con l’apporto anche di chi scrive) della Prima Strada della “Terra di Civita Vecchia”, una iniziativa ottima, ideata dalla persona che l’ha promossa con forte spirito imprenditoriale, grande interesse culturale e moltissima generosità, attraveso la collaborazione della “Macchina del Tempo” di Bologna. Un certo impulso alla materializzazione delle idee ci è stato dato dalla lettura dei due “gialli” di Bruno Pronunzio, Chiave di volta e Sindrome assassina, dove le certezze espresse su notissime opere d’arte hanno probabilmente innescato ulteriori riflessioni. Riflessioni che hanno trovato conferma, per così dire, “tra la leggenda e la storia”, nei meandri del sottosuolo, in quegli scaffali colmi di antichi cabrei, di rotoli pergamenacei, di codici miniati, tutti scomparsi e tuttavia presenti nella mente, nella immaginazione, nella immagine che si andava concretizzando.  Forse, copia di quei preziosi documenti è conservata in quello che nel mondo della cultura e degli studiosi di tutto il mondo, degli storici e degli esperti di archivistica era conosciuto con la sigla ASV e che, con una recente Lettera in forma di Motu Proprio (data il 22 ottobre scorso, quindi recentissima), «nulla mutando della sua identità, del suo assetto e della sua missione», è ora denominato AAV, proprio per riaffermare la volontà di disvelare ciò che  nel termine secretum si poteva associare alla «accezione pregiudizievole di nascosto». E quindi sveliamo, ma limitandoci a dire che l’urbinate, seccato perché nei lavori della locale fortezza, al suo compatriota Bramante morto prematuramente, era subentrato non lui stesso ma il fiorentino Sangallo, aveva cercato di innescare un vespaio tra toscani: chi meglio del capresano avrebbe potuto dirigere il completamento del forte dedicato proprio all’Arcangelo col suo nome?! Ne avrebbe parlato a chi poteva provvedere. In cambio, una “mano”… Ma non andiamo oltre.

Vogliamo invece concludere la nostra storia, costatando che, ancora oggi, celebri artisti, famosi pittori, disegnatori eccellenti, scultori illustri e soprattutto eccelsi architetti amano fermarsi tra le accoglienti pareti del Mezzobaiocco, la cui armonia è tanto vicina al loro spirito creativo. Seguitene l’esempio!

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FRANCESCO CORRENTI