FENOMENOLOGIA DELLA NUOVA POLITICA (parte 2): IL CAMPO E LE PIAZZE

di NICOLA R: PORRO ♦

Sul Corriere della sera del 19 dicembre us (“Le domande delle sardine che non hanno risposte”)Paolo Franchi ha tracciato un attendibile profilo sociologico del movimento delle sardine. Ne emerge il ritratto di leader appartenenti a quella che possiamo chiamare “seconda generazione attiva”. Giovani ma non giovanissimi, tanto da conservare memorie famigliari dell’opposizione al berlusconismo e poi del riflusso nell’antipolitica maturato come effetto risacca nel decennio successivo. In quell’humus culturale va probabilmente ricercata l’insofferenza per la sfida impersonata da Salvini attraverso la mutazione genetica imposta alla vecchia Lega bossiana.

L’appello alla gentilezza e alla complessità della politica non è un semplice esercizio di stile: è un tratto identitario di tipo antropologico, incompatibile con i nuovi populismi in tutte le loro variegate versioni. Capace invece di attirare d’istinto la simpatia di quei ceti medi urbani, dotati di un buon capitale culturale e di un discreto capitale sociale, che sin dalla stagione prodiana avevano rappresentato la forza propulsiva del centrosinistra

In attesa di rilevazioni meno impressionistiche,dobbiamo accontentarci al momento della pura osservazione etnografica delle piazze. Senza perdere di vista le contingenze dettate dall’agenda politica: non è casuale, ad esempio, che le prime mobilitazioni si siano sviluppate nella seconda metà del 2019 in Emilia e Romagna. Qui, in vista del voto regionale del gennaio 2020, si era scatenata l’aggressività propagandistica della Lega mirante a demolire il “santuario” della sinistra storica. Qui nel 2014 l’elettorato aveva lanciato alle forze riformiste un inquietante campanello d’allarme con una sorta di sciopero del voto (meno del 38% di votanti fra gli aventi diritto). Qui la vicenda di Bibbiano aveva ispirato una pianificata campagna di diffamazione e di delegittimazione dell’intero ceto politico per portare acqua al mulino della sfida sovranista. Qui la neo-costituita intesa nazionale di governo giallo-rosso si era infranta per il doppio gioco grillino. Qui tuttavia la cultura riformista conserva radici profonde, le prestazioni sociali sono di qualità superiore agli standard europei e le aree del disagio sono meno diffuse e meglio governate che altrove.

L’appello delle sardine potrebbe perciò aver interpretato un bisogno di resistenza civica al populismo da parte di un’opinione pubblica di cultura riformista, forse più nell’accezione “prodiana” del termine che in quella ereditata dalla tradizione locale del comunismo di lotta e di governo.

2_Santori_sardina

Al di là delle intenzioni dichiarate, la mobilitazione di fine 2019 ha fatto emergere domande inevase o sottovalutate ai piani alti della politica nazionale. Per paradosso, ciò ha tuttavia evidenziato un limite sia della sinistra sia delle stesse sardine: l’una e le altre ancora incapaci di rivolgersi efficacemente a quelle “periferie” da cui la sinistra ha divorziato da almeno due decenni. Sono quelle aree di disagio, di subalternità sociale, in qualche caso di vera e propria indigenza, che non possono accontentarsi dell’appello a ri-civilizzare la politica e che sono le più esposte alle sirene dei nuovi populismi. Da una parte i ceti marginali del sud, circuiti dalla narrazione cinquestelle di una “lotta di casta” degna dell’immaginario sanfedista. Dall’altra le aree meno favorite del nord, sedotte dai vaneggiamenti xenofobi salviniani come lo furono qualche decennio or sono dalla fiction secessionista bossiana. Periferie sociali alle quali si sono aggregati segmenti di ceto medio convinti, a torto o a ragione, di subire un progressivo declassamento sociale. La costruzione della paura e le strategie ansiogene di Salvini, come il qualunquismo digitale grillino, hanno irrorato di veleni questo composito universo politico-culturale. Il Pd, percepito come il bastione socialdemocratico della legalità repubblicana, non è sin qui riuscito, tuttavia, ad aprire brecce significative nei territori convertiti all’illusione populista. È certo incoraggiante che le sardine abbiano chiamato a raccolta l’altra Italia, quella che non si fa rappresentare e neppure raccontare dalla narrazione populista. Lo stesso establishment pd, da parte sua, sembra aver cominciato a ribattere colpo su colpo alle campagne della menzogna populista. Non è però ancora riconoscibile una leadership capace di accendere la passione democratica e di dare corpo a una visione.

3-sardopiazza

Il ruolo che le sardine potrebbero assolvere in questa cornice ne riflette la natura anfibia. Per un lato movimento di pura difesa, a prima vista in continuità con esperienze “contro” che si sono susseguite con alterna fortuna sin dalla stagione berlusconiana. Per l’altro, espressione di una contestazione non più rivolta al governo bensì a un’opposizione incline a proclami sempre più autoritari e illiberali. Il movimento può mettere a disposizione della ri-civilizzazione della politica un’immagine giovane, circondata dalla simpatia di personalità della cultura, opinion leader preoccupati dell’imbarbarimento salviniano della politica e persino autorità ecclesiastiche indignate dall’uso spudorato di sentimenti e simboli religiosi da parte di un leader sovranista fuori controllo. Questo capitale di simpatia va però investito rapidamente. La politica del tempo digitale ha codici e linguaggi che deperiscono con la stessa velocità con cui si sono affermati. Ma non è scritto da nessuna parte che l’innovazione sia monopolio di macchine professionali della propaganda come la Bestia salviniana o il partito-azienda di Casaleggio. Perché non sperare in una pratica di massa  che ove occorra mobiliti la materialità dei corpi nelle piazze ma stimoli anche una ricerca non confinata in recinti organizzativi e perciò libera di immaginare il futuro, aiutando la rigenerazione della sinistra e la ridefinizione della sua identità?

4_scritta

Assolutamente avveduta la scelta delle sardine di non invadere precipitosamente il campo di gioco della politica tradizionale. E tuttavia l’esito elettorale della campagna emiliana avrà ricadute cruciali anche per loro. L’espugnazione di uno storico fortilizio riformista sarebbe immediatamente confezionata dalla propaganda sovranista come l’annuncio di una marcia irresistibile verso il potere. Con inevitabili conseguenze sulla tenuta del governo nazionale, ma anche con un brusco ridimensionamento dell’appeal delle sardine.

Se, al contrario, prevalessero il giudizio positivo sull’esperienza Bonaccini, il timore di un salto nel buio, una razionale valutazione della posta in palio, le sardine potranno intestarsi una parte del merito. Generali senza esercito, avrebbero assolto il compito decisivo di rimotivare e mobilitare le intorpidite forze della sinistra dopo che, nel 2014, le inedite dimensioni dell’astensionismo avevano punito il M5S e consegnato alla Lega la guida della destra. Se cinque anni dopo la partita dovesse giocarsi sulla capacità di riportare al voto i delusi di allora – quasi due terzi dell’elettorato! -, la spinta delle sardine potrebbe risultare preziosa in un contesto sociale meno di altri segnato dalla rabbia e dalle paure delle periferie sociali. Tutti i sondaggi condotti nella seconda metà di dicembre 2019 segnalano una tendenziale preferenza per il presidente uscente Bonaccini, un testa a testa fra i due blocchi elettorali maggiori, una probabile débacle cinquestelle. L’indagine di Demopolis, tuttavia, registra anche una soddisfazione diffusa (quasi quattro elettori su cinque) per i servizi pubblici regionali. La sinistra appariva in netto vantaggio nei centri maggiori e presso l’elettorato con più elevato tasso di istruzione, assecondando un trend ormai consolidato a scala internazionale.

5_SantoriSalvini-4

Ancora prima del voto la vicenda emiliana ha invece già uno sconfitto certo nel M5S e nel suo “capo politico”. È davvero difficile comprendere il senso della scelta lose-lose– quella per cui, secondo la teoria dei giochi, ci si caccia nella situazione di non avere alternative alla propria sconfitta – da parte di Giggino e dei grillini locali. Sconfitti se la destra dovesse prevalere grazie alla loro mancata desistenza. Sconfitti due volte se la sinistra dovesse prevalere fagocitando quel che resta dei cinquestelle.

Il Pd è perciò chiamato a difendere non solo un santuario, ma una prospettiva politica. Una Lega vincente accelererebbe la disintegrazione di quel poco che resta della destra berlusconiana. In caso di insuccesso, dopo aver alzato a tal punto il livello e il senso della sfida, a subire un duro colpo sarebbe invece il modello del nuovo partito nazional-personale di massa imposto dal Salvini sulle ceneri della vecchia Lega bossiana. E con esso i corollari propagandistici della campagna elettorale permanente che sopportiamo ormai da quattro anni: l’appello all’«uomo forte», l’irrisione gaglioffa del «politicamente corretto», la riduzione della politica all’opposizione primitiva amico/nemico.

NICOLA R. PORRO