Morte a Venezia.

di ROBERTO FIORENTINI

187 centimetri. L’acqua “granda“ a Venezia arriva a pochi centimetri dal picco toccato dalla disastrosa alluvione del 4 novembre 1966. Si parla di danni per un miliardo di euro e si guardano in tv, con notevole angoscia, le immagini della Cripta della Basilica di San Marco allagata. Dal 1923 a Venezia ci sono stati 23 casi di acqua alta oltre i 140 centimetri. 13 di questi si sono registrati negli ultimi 20 anni. Troppi, per essere una casualità. Del resto i dati provenienti dai principali studi sul clima sono decisamente univoci.
L’ ENEA sostiene che “ il livello del mare non ha mai subito accelerazioni così alte come quella avvenuta in questo secolo”. In Italia le aree ritenute sensibili, cioè esposte al rischio allagamento sarebbero 33. Tra queste c’è la costa settentrionale dell’Adriatico, quella che ospita proprio la città lagunare. Ma anche la Versilia, la pianura pontina, Taranto, Cagliari e la costa catanese. Ed anche la costa del Tirreno centrale, con Civitavecchia e Fiumicino, con rischi anche per l’aeroporto. Insomma nei prossimi 100 anni 7500 chilometri quadrati rischiano di finire sott’acqua. Sempre che non si verifichino ulteriori accelerazioni.
Tra i paesi più esposti ci sono, in Europa, Germania, Francia, Regno Unito e Italia. In Asia il Vietnam e il Bangladesh. Il rischio maggiore, con il 47% della popolazione che vive in aree esposte, riguarda l’ Olanda.
Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), durante il CLIMATE ACTION SUMMIT dell’ONU nel settembre 2019, composto dagli scienziati ed esperti delle Nazioni Unite che studiano il riscaldamento globale, ha diffuso un nuovo rapporto speciale sul clima, dedicato soprattutto al peggioramento delle condizioni degli oceani e delle calotte di ghiaccio.
Il documento è il frutto dell’analisi di circa settemila ricerche scientifiche e nelle sue conclusioni dice che il livello del mare continua ad aumentare, i ghiacci si sciolgono rapidamente e molte specie si stanno spostando alla ricerca di condizioni più adatte alla loro sopravvivenza. Il cambiamento, scrivono gli scienziati, è dovuto principalmente alle attività umane e alle loro emissioni che peggiorano l’effetto serra.
Il rapporto è il terzo degli speciali prodotti dall’IPCC nell’ultimo anno. In precedenza il Gruppo aveva pubblicato un documento sugli effetti di un aumento della temperatura media globale di 1,5°C  entro la fine del secolo, con serie conseguenze per buona parte della popolazione mondiale e un altro rapporto sugli effetti del cambiamento climatico sulle terre emerse. Nel nuovo rapporto si legge che c’è ormai un ampio consenso nella comunità scientifica sul fatto che gli oceani abbiano continuato a scaldarsi, senza sosta, dagli anni Settanta in poi: hanno assorbito il 90 per cento circa del calore aggiuntivo che si è prodotto a causa delle attività umane negli ultimi decenni. La velocità di assorbimento è aumentata a partire dai primi anni Novanta, con effetti mai osservati prima per interi ecosistemi. L’aumento della temperatura di gigantesche masse d’acqua, come quelle oceaniche, ha portato a un’espansione del volume degli oceani e al conseguente innalzamento dei mari.
Gli scienziati dell’IPCC segnalano che il processo è ormai sempre più acuito dal progressivo scioglimento dei ghiacci in Antartide e in Groenlandia. Lo scioglimento dei ghiacci è già in corso e sta contribuendo all’innalzamento dei livelli del mare, un processo ormai avviato e che non potrà essere arrestato nei prossimi decenni. Entro la fine del secolo, ci potrebbe essere un innalzamento fino a 1,1 metri, nel peggiore dei casi.
La stima è stata quindi rivista di circa 10 centimetri rispetto ai precedenti rapporti dell’IPCC, che erano stati più cauti sullo scioglimento della calotta glaciale antartica, con stime superate dalla realtà. Una differenza di 10 centimetri può sembrare poca cosa, ma potrebbe influire su una porzione ampissima delle coste più basse, lungo le quali vivono oltre 700 milioni di persone.
Entro la fine del secolo molte isole potrebbero diventare inabitabili a causa dell’innalzamento dei mari, comportando migrazioni e la necessità di ricollocare svariati milioni di persone.
Le previsioni per gli oceani e i ghiacci sono molto pessimistiche, ma l’IPCC conferma comunque i rapporti precedenti circa le possibili soluzioni per attenuare il problema. Il punto cardine rimane una netta riduzione delle emissioni di anidride carbonica: devono essere ridotte del 45 per cento rispetto ai livelli attuali entro il 2030.
Questa riduzione, che appare sempre più improbabile visti i pochi progressi raggiunti finora dai governi del mondo, consentirebbe di rendere gestibili problemi ormai inevitabili e che interesseranno tutti. Non si può più perdere altro tempo. 
ROBERTO FIORENTINI