Di grasso e di magro

di GIULIO BIZZAGLIA ♦

Questa estate ho avuto modo (come tanti, tanti altri, sulle spiagge italiane) di constatare che, anno dopo anno, aumenta il numero di persone sovrappeso se non addirittura obese. In particolare colpisce il dato (empirico in questo caso, ma rafforzato dai dati generali Istat) riguardante bambini e bambine. Con lapalissiana evidenza chi si trova in questa condizione (i più giovani in particolare) lo deve a un’assunzione di cibo non ragionevolmente governata – dai genitori, certo.

Non appena si parla di cibo si prospettano molti piani d’analisi che, in questo caso in particolare, oscillano tra le polarità consuete di natura e cultura: dalle biotecnologie alla storia, dall’economia all’ambiente, dalla cultura all’industria, dalla natura all’agricoltura (bio e non bio) per citarne alcune. Quello che però più ci interessa, oggi, è il rapporto necessitato tra il cibo e il corpo.

Un corpo che, come ci ricorda Bourdieu, è un linguaggio dal quale siamo raccontati, un corpo quindi che rende manifesto a prima vista, con una molteplicità di segni, il nostro stile di vita, il nostro rapporto con il cibo, con gli altri, con il mondo. Un corpo che è il luogo privilegiato della ricerca dell’identità – si pensi alle pratiche di tattoo – e che manifesta, a volte dichiara, le appartenenze (multiple) di ognuno: senza alcuna garanzia in quanto al risultato, si badi bene. Infatti il nostro processo di costruzione e di individuazione è in continuo mutare, non è mai dato una volta per sempre. È un rapporto complesso, aperto, quello con il nostro corpo. Un corpo polimorfico, spesso meticcio, plurale.

Un corpo molto spesso disciplinato (nel senso reso esplicito da Foucault), obbediente e conformista (e represso) malgrado le apparenze, spesso in misura insospettabile, proprio quando invece aspira all’originalità. È allora che cade nella mera ripetizione del falso, dell’inautentico, del come se, del trasgressivo a tutti i costi che si risolve, e come non potrebbe, nel cliché.

Perché nella società liquida nella quale nuotiamo, nella santificazione della concorrenza, della competizione, della performance, viviamo il corpo secondo una prospettiva schizofrenica: stando ai media main stream, il corpo sportivizzato, atletico, magro, muscoloso, “giovane” è (o almeno sembra essere) l’unico socialmente accettabile. L’unico autorizzato alla rappresentazione di sé, quello che si pone al di là, dall’altra parte (ma solo provvisoriamente) rispetto alla massa. Abbiamo così dato luogo a un imperativo sociale che ci redarguisce continuamente, e paghiamo a caro prezzo gli scivoloni, quando siamo colpiti dallo stigma perché non rientriamo, almeno in parte (o per niente, se abbiamo problemi di peso) in questi canoni.

Pubblicità, cinema, televisione, moda, social media: abbiamo di fronte un potente apparato culturale che struttura un immaginario (tanto posticcio quanto reale, mai vero) ferocemente serializzato ed uniformato sul modello della massima efficienza, un modello che poggia (Lasch) su due soli comandamenti: non invecchiare, non ingrassare.

 If David lived today

Nello stesso tempo, e qui emerge un enorme paradosso, viviamo sotto un bombardamento mediatico che ci spinge a mangiare continuamente, a consumare cibo; che ci rappresenta, come vero e proprio mutamento culturale, le bevande industriali (sostanzialmente acqua e zucchero) come unica modalità del bere. E allora ecco pronto un profluvio di zuccheri, grassi e glutammato offerti a costi bassissimi, irresistibili. Nello stesso tempo, quelle che erano (storicamente, ordinariamente, oggettivamente) le occasioni di movimento offerte e richieste dalla vita di relazione, dall’appartenenza ad un contesto produttivo, sociale, sono state tutte ampiamente protesizzate, sterilizzate dalle conquiste (?!) della modernità. I risultati sono evidenti a tutti: sovrappeso e obesità ben oltre i livelli di guardia costituiscono un grave problema sociale, oltre che soggettivo, tanto per le economie avanzate quanto per quelle in via di sviluppo. In buona sostanza, l’effetto risultante da queste magre osservazioni è noto ai demografi, al WHO, all’OSCE: oggi, in questa contingenza storico-culturale, i ricchi sono magri (molto spesso); i poveri sono sovrappeso e obesi (molto spesso), come lo sono, ad esempio, gli appartenenti alla minoranza più disagiata degli States, quella costituita dai nativi (gli “indiani”).

obesiità mondo

Due le notazioni importanti da fare, una storica e l’altra culturale:

1) i processi di affrancamento dalla fatica fisica si sono sviluppati in parallelo a una aumentata disponibilità di cibo, per cui quando si lavorava bruciando molto si aveva poco a disposizione, ed infatti la stragrande maggioranza della popolazione era magra e, spesso, affamata; oggi i rapporti sono capovolti, per cui mentre non abbiamo più bisogno di assumere molte calorie mangiamo a sazietà e oltre, ricavandone sovrappeso e obesità;

2) per la gran parte della nostra storia, dalla notte dei tempi fino a pochi decenni or sono, abbiamo “usato” il corpo quotidianamente, per fronteggiare una quantità enorme, ininterrotta, di bisogni, di lavoro da eseguire; ora ci siamo dotati di un insieme di tecnologie che ha quasi eliminato il movimento dalle nostre giornate, comprese quelle dei bambini. Di più, spesso il movimento “artificiale”, quello da palestra, serve a produrre muscoli improduttivi, che non assolvono quasi mai a richieste di lavoro, esaurendo la loro funzione nella rappresentazione/mimetizzazione del corpo da performance. Un corpo che nasconde in misura non inferiore rispetto a quanto non mostri.

 Bocce 2

Che fare? Ricostruire un immaginario motorio e alimentare, reintroducendo il movimento nelle giornate di tutti noi, dall’infanzia alla grande età, basato intanto sul cammino. E poi, naturalmente una costante campagna sociale di educazione alimentare, condotta con tutti i mezzi, che scacci finalmente il cattivo cibo (e le pessime bevande) dall’orizzonte nostro e da quello dei nostri bambini. Lo straordinario successo dei programmi incentrati sulla cucina, sulla preparazione dei cibi, non garantisce (né promette) la formazione di una cultura diffusa del cibo, probabilmente a causa della competizione adrenalitica architettata dai programmisti per allargare l’audience.

Mangiare bene, mangiare il giusto, con gusto, meglio se in compagnia, è un qualcosa che si può insegnare, quindi imparare. Un compito congeniale al mese di settembre, il mese dei buoni propositi.

GIULIO BIZZAGLIA