Quando si è fermato l’ascensore?

di ROBERTO FIORENTINI 

In questi giorni si celebra, in molti modi, il cinquantesimo anniversario del ’68, l’anno in cui le proteste studentesche ed operaie cambiarono notevolmente la politica , praticamente in tutto il mondo. Il lascito di quel periodo è molto discusso. Ma nessuno ne può, di sicuro, discuterne l’importanza. Tuttavia, se, da un lato, ci sono quanti lo mitizzano, altri gli addebitano gravi responsabilità. Io, nel mio piccolo, sto provando ad approfondire qualche contenuto di questo anno mirabilis e proverò a raccontarli in alcuni articoli per SpazioLibero Blog.

Cominciamo con il tema dell’ascensore sociale, cioè la possibilità, concreta e raggiungibile, di migliorare la propria posizione sociale di partenza, quella della propria famiglia di origine. Un fenomeno che, per anni, ha consentito ai figli, volenterosi e talentuosi, degli operai e degli impiegati monoreddito, di studiare e raggiungere posizioni di rilievo nella società. Un fenomeno importante, la cui forza sembra irrimediabilmente interrotta. A questo riguardo, alcuni giorni fa, è uscito su La Repubblica un articolo di Thomas Piketty, economista francese, autore del best seller internazionale Il capitale nel XXI secolo che riprende i suoi studi sulla concentrazione e sulla distribuzione della ricchezza negli ultimi 250 anni. L’articolo, dal titolo Il Maggio ’68 Disuguaglianze e insegnamenti, riporta alcune interessanti osservazioni che vorrei commentare. I detrattori dello spirito del ’68 ritengono che il risultato delle proteste di quegli anni avrebbe persino contribuito al trionfo dell’individualismo, per non dire dell’ultraliberismo. Piketty si dice in disaccordo con questa tesi e a sostegno della sua posizione cita alcuni dati davvero interessanti. Ritiene , anzi, che si sia trattato dell’avvio di un periodo storico di fortissima riduzione delle disuguaglianze sociali in Francia , ma – aggiungo io – anche in Italia e in buona parte del resto del Mondo Occidentale. Nel 1968 il Governo de Gaulle firma gli accordi di Grenelle, che includono un aumento del 20% del salario minimo. Nel 1970 il salario minimo viene ufficialmente indicizzato al salario medio, ed è così che il potere d’acquisto del salario minimo progredisce complessivamente, fra il 1968 e il 1983, di oltre il 130%, mentre il salario medio, nello stesso periodo, avanza solo del 50% circa, determinando una compressione molto accentuata delle disuguaglianze salariali. Sostiene Piketty che il monte salari nel suo insieme nel corso degli anni 1968-1983 avanza molto più in fretta della produzione, determinando un forte calo della quota del capitale sul reddito nazionale. Tutto questo riducendo l’orario di lavoro e allungando le ferie retribuite. La tendenza si inverte di nuovo nel 1982-1983. E’ il periodo in cui il Governo utilizza l’Europa come capro espiatorio in occasione della svolta rigorista del 1983, anche se in realtà Bruxelles non ha avuto nessun ruolo nel blocco dei salari. Insomma il fenomeno si blocca e, secondo l’economista francese, il risultato di questa svolta rigorista si sostanzia nel trattato di Maastricht del 1992 e in un’unione monetaria e commerciale dura e pura, una moneta senza Stato, senza democrazia e senza sovranità. Tutto questa rappresenta, secondo Piketty, un modello che ha contribuito alla recessione decennale da cui siamo appena usciti.

Per tornare all’ Italia , un recente studio dell’Istat evidenzia il blocco, che dura da tempo, del cosiddetto ascensore sociale. La dote familiare, in termini di beni economici ma anche di titoli di studio e attività dei genitori, è determinante per avere successo nello studio e nel lavoro: solo il 18,5% di chi parte dal basso si laurea e il 14,8% ha un lavoro qualificato. La cerchia di parenti e amici è anche decisiva nel trovare e non solo nel cercare un impiego: lavora grazie a a questo canale informale il 47,3% (50,6% al Sud) contro il 52,7% che l’ha ottenuto tramite annunci, datori di lavoro agenzie, concorsi. Quanto al reddito, invece, nel 2016 la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali. Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. Quindi parlare di ascensore sociale bloccato è, in fondo, piuttosto sbagliato. Siamo in presenza di un ascensore sociale che si muove, ma si muove solo verso il basso. Le motivazioni sono molteplici, naturalmente, ma tutte sono, in sostanza, legate alla scarsa crescita del PIL. In una società che, quando va bene, cresce dell’1% è piuttosto difficile favorire una mobilità sociale come quella degli anni che vanno dal dopoguerra al 1980, epoca in cui l’Italia ha avuto una crescita media annua del PIL pro-capite del 4-5% (superiori anche a quelle degli altri paesi europei). Come si fa a far ripartire l’ascensore, fermo ai piani bassi ? Come ovvio, gli economisti forniscono ricette molto diverse, spesso persino opposte. Credo che, però, ci sia una necessità incontrovertibile: la politica deve tornare ad interrogarsi su questi temi e non può continuare a lasciare che siano le Autorità Monetarie Sovranazionali o i Mercati a decidere dei destini delle persone.

ROBERTO FIORENTINI