SULLE ORME DI SAM PECK – AUSTRALIA (PARTE – 3)

di GIANCARLO LUPO 

Australia, Nella terra dei sogni, Dreamtime (terza parte)

Sveglia alle 5 e 30.

Greg si fa la barba in penombra, seduto sulla sua sedia a rotelle, rimirandosi in uno specchio portatile. Suo padre era nell’esercito, “you know”, dice, è una consuetudine. Dopo la morte del padre, per un po’ non ha voluto farsi la barba, ora ha ripreso la vecchia abitudine, ogni giorno.

Mi alzo a fatica, e mi preparo per l’uscita.

Fuori dal cancello, verso le 6:30, Josh, un frescone con un berretto di lana, camicia a mezze maniche sopra maglietta a maniche lunghe, bermuda e fare cool, ha un foglio in mano e fa l’appello per il giro, organizzato dal rock tour. Finite le pratiche dice: “Hit the road again,” e con un saltello si mette alla guida del furgone bianco.

Partiamo.

Outback

È un’alba bellissima e il paesaggio diventa cinematografico, a sedici noni. Si aprono di fronte a noi scenari di terra rossa, sconfinati, puntellati di bush verdi. Entriamo nell’outback australiano. Le automobili si fanno più rade, incontro a noi ci sono solo strade larghe, polverose e dritte. Alcuni road-trains sbucano di continuo dal tremolio del calore e invadono il centro della strada senza rallentare. I road-trains sono automezzi lunghissimi e giganteschi, a volte con tre rimorchi e più, per il trasporto merci.

Chiacchiero con Josh su ciò che ho letto sugli aborigeni. Una notizia curiosa mi aveva molto colpito: quando James Cook e i suoi marinai arrivarono nel 1770 non vennero degnati di uno sguardo dagli anangu, che pensarono di avere a che fare con personaggi di un sogno che non li riguardava. A giudicare dal numero degli ubriachi per le strade di Alice Springs, il sogno li riguardava, ma a quei tempi, non sembravano percepire il mondo nella maniera delle altre persone.

Capt Cook

Cook e i gli esploratori successivi annotarono che alcune idee nel linguaggio aborigeno non erano espresse, per esempio, non avevano alcuna parola per dire “ieri” o “domani”. Non avevano capi o consigli di guerra, non indossavano vestiti o costruivano case con strutture permanenti, non coltivavano, né allevavano animali, non costruivano utensili o avevano ceramiche, nessuna idea del senso di povertà.

Sciorino a Josh altre conoscenze, apprese leggendo i libri di Bruce Chatwin: I Ciuringa oppure Churinga erano oggetti sacri degli aborigeni che rappresentavano gli antenati totemici.

Secondo gli aborigeni, il canto ha creato il mondo, infatti, gli Antenati totemici avrebbero cantato lungo il percorso dei canti, che di norma va da nord a sud del continente; gli Antenati, cantando, avrebbero dato origine a ogni cosa: queste “Piste del Sogno” sarebbero poi rimaste sulla terra come vie di comunicazione fra le tribù più lontane. Il canto quindi era una specie di mappa che serviva a un uomo in walkabout (un uomo che percorre le vie dei canti), a trovare la strada del ritorno, o meglio ad arrivare cantando al luogo di appartenenza, il luogo del concepimento, il posto dove erano custoditi i Ciuringa.

A patto di restare sulla pista, l’uomo trovava sempre persone con il suo stesso Sogno dai quali poteva aspettarsi ospitalità. Quando deviava dalla via, invece, sconfinava e la trasgressione poteva costargli un colpo di lancia. Probabilmente avveniva qualcosa di molto simile nell’antica Grecia: dèi e dee, caverne, sorgenti sacre, fiumi, sfingi, chimere, uomini e donne, trasformati a causa dell’ira divina in usignoli, corvi, ragni, insetti, echi, narcisi, pietre o stelle, potevano essere interpretati in termini di geografia totemica.

Josh è abbastanza annoiato dalla spiritualità degli aborigeni, dice di essere più interessato a cose pratiche. Dimostra una totale assenza di curiosità, dice che non può ritenere tutto nella sua mente, ha uno spazio ristretto che preferisce non sprecare per speculazioni su spiritualità aborigene.

Per cambiare discorso mi indica un gufo fischiettante in volo.

Il viaggio in auto dura diverse ore. Ci fermiamo solo una volta per raccogliere legna, legnetti e cippi secchi, come la terra rossa, per il fuoco della sera.

Arriviamo al Wataarka (che vuol dire cespuglio a ombrello nella lingua degli anangu) o King’s Canyon, scoperto da Ernest Giles alla fine dell’800, è un canyon che dista 314 km da Uluru e 471 km da Alice Springs.

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Il trekking in salita è molto duro all’inizio, da toglierti il fiato.

In una regione così arida le risorse, da un anno all’altro, non sono mai costanti. Vediamo precarie oasi di verde create da temporali di passaggio, e poi, solo qualche chilometro più in là, il terreno rimane nudo e riarso.

Josh spiega che, per sopravvivere nella siccità, qualunque specie animale deve adottare uno di questi due stratagemmi: prepararsi al peggio e tener duro, oppure aprirsi al mondo e muoversi.

Mostra la rock mint, un tipo di menta che cresce sulle rocce, velenosa, utilizzata dal nomade per la caccia. Solo in casi eccezionali l’aborigeno la sminuzza dentro le pozze d’acqua a cui gli animali vengono ad abbeverarsi. Il veleno paralizza le bestie per qualche ora, ma contamina anche le polle d’acqua, ciò per gli aborigeni, è un grave peccato. Infatti ogni famiglia di clan è responsabile non solo della gestione del proprio totem, ma anche dei siti sacri e della flora e della fauna della propria area.

Tale gestione non riguarda solo le risorse fisiche, assicurando che non siano saccheggiate o contaminate fino al punto di estinzione, ma anche la gestione spirituale di tutte le cerimonie necessarie a garantire un’adeguata pioggia e risorse alimentari al cambio di ogni stagione.

Josh mostra la brughiera del deserto, o pitjuri, un leggero narcotico che gli aborigeni masticano per placare la fame.

Mentre camminiamo ancora, oltre le rocce rosse e la rena, vediamo il ghost gum o Macdonnel Ranges, un tipo di eucalipto, albero a fusto grande, dai tanti usi, simile al red gum, che cresce invece vicino ai fiumi.

Ghost Gum

Il Macdonnell Ranges è un albero che si fa cadere da solo i rami non indispensabili, per risparmiare acqua e per riuscire a sopravvivere all’aridità. Gli aborigeni usano la corteccia dell’albero per cospargerla sulla pelle e proteggersi dai raggi solari; usano le foglie per farne caramelle al sapor eucalipto per i bimbi, sono utili anche contro il raffreddore; nel tronco dell’albero è presente anche una minima quantità d’acqua che può essere utilizzata grazie a dei buchi ben visibili.

La speare vine è invece un arbusto con cui gli aborigeni creano lance per catturare canguri, velenose, fanno sanguinare l’animale rendendo così tracciabile il suo cammino, il veleno entra in circolo immediatamente e rovinano la carne se le frecce non vengono estratte subito. Usato pure per innesti con alberi e come colla. Sempre lì vicino il caustic vine. I rami si spezzano e la linfa serve per cicatrizzare le ferite dell’aborigeno.

Fra una pioggia e l’altra arriviamo al garden of Eden, un anfratto con una bella polla di acqua piovana immerso nei meandri del canyon.

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Di nuovo in cima, altre viste mozzafiato.

Dopo un trekking di circa quattro ore, torniamo al punto di partenza.

Le strade sono sempre deserte, c’è una sola stazione di servizio.

Josh racconta un bel po’ di storie sui dispersi nell’outback australiano. Tra le dimensioni sterminate, il caldo e gli animali selvatici, i viaggiatori inesperti o sfortunati possono trovarsi facilmente in situazioni di pericolo. Un semplice guasto all’automobile, una perdita di benzina, può essere fatale. Adesso, con il gps, internet e la tecnologia moderna, questi incidenti capitano più di rado.

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Uno dei consigli che Josh dispensa, se dovesse capitare una cosa del genere, è non allontanarsi mai dal veicolo, semplicemente perché è più visibile a una ricognizione aerea. Inoltrarsi in migliaia di km nel deserto, molto spesso, equivale a un suicidio. Anche se ci sono storie romanzate di uomini sopravvissuti bevendo la propria urina e mangiando mosche, insetti, sanguisughe.

La nostra guida a un certo punto abbandona la strada principale, a due corsie, deserta e desolata, ed entra in una strada sterrata per arrivare al nostro accampamento. È un bambinone, ficca la testa fuori dal finestrino e grida “freedom” contro il vento.

 

Al campo vediamo un aborigeno male in arnese biascicare parole poco gentili verso un tizio della security. “You fucking stupid,” farfuglia, e quasi piange.

Josh ci mostra come aprire e chiudere lo swag.

Scarichiamo i legni dal rimorchio e alimentiamo un fuoco già pronto. I ceppi prendono fuoco immediatamente, e mi stupisco di come siano veloci a diventar braci.

Affettiamo verdure, carote patate cipolle, uno dei cuochi butta tutto dentro una capiente pentola, chili di sale, curry, spezie, aggiunge acqua. Josh e un’altra guida, di un altro gruppo, con una pala spostano le braci su altre buche create al momento. Josh ripone la pentola sopra una di queste buche, usando la pala, per non bruciarsi. Poi, sempre con la pala mette braci sopra il coperchio della pentola per creare un effetto forno. In un’altra padella, frigge olio e carne tritata a cui, appena divenuta di un colore marrone, aggiunge passata di pomodoro e fagioli, da cowboy.

Alla fine del pasto, laviamo i piatti in recipienti d’acqua saponata.

Non usano acqua per risciacquare. Asciugano i piatti e basta. Io lavo padelle e pentole in maniera approssimativa, ma per loro sono puntigliosissimo come la migliore delle Mary Poppins.

Disponiamo gli swag in cerchio, attorno al fuoco e mangiamo.

Dopo il pasto apriamo swag, i sacchi a pelo, e ci infiliamo dentro mentre il fuoco si va spegnendo.

 

Le stelle fanno paura.

2 luglio 2013

GIANCARLO LUPO