Il cammino e il respiro

di GIULIO BIZZAGLIA ♦

Dall’”Uliveto dei Prischi” a Canino (provincia di Viterbo), territorio che produce da 25 secoli un olio evo decisamente buono, ci sono sei chilometri di strada che ricordo rettilinea. L’ho percorsa il 30 giugno 2012, tra le 5:25 e le 6:35: questo mi dice il diario che ho tenuto quando, dal 28 giugno al 17 luglio 2012 ho camminato da Porto Ercole a Numana, dal Monte Argentario al Monte Conero: una Tirreno-Adriatico a piedi.

Sulla strada diritta, non molto larga, si affacciano, durante buona parte del percorso, baracche con funzione di rimessa agricola e di stalla, quindi abitate da mucche e cavalli, difese da numerosi cani. Ben istruiti, perché il loro abbaiare è stato, in modalità staffetta, continuo.

La bellezza dell’alba non ne ha però sofferto, e ne ho goduto copiosamente. L’aria che si respira all’alba è diversa da quella che si respira in ogni altro momento: frizzante, spiritosa, carica di promesse, la senti addosso come una veste leggera eppure forte, robusta. Quando camminando la respiri, la senti nei polmoni, in fondo, come dovesse rendere conto d’essere, insieme, gas benefico e psyché, cosa e pensiero, inscindibilmente assieme. Perché se manca l’una, finisce l’altro (e viceversa). Come facilmente s’intende, siamo dalle parti del respiro e dell’anima: e vai a capire dove finisce il primo e dove inizia la seconda (e viceversa), oppure se si pongono in modo sincretico. Certo è che, per me, risulta naturale, non mediato, sentirmi vivo e parte di un insieme vivente complesso, articolato, polifonico: ma solo respirando quell’aria particolare nella quale sono immerso mentre cammino dentro un paese, o un paesaggio, meglio se la mattina presto, prestissimo.

Attingere a tale specie d’aria mette quindi nella migliore disposizione possibile per iniziare a camminare. È anzi di supporto a un tratto abbondante del cammino quotidiano (quello che si misura in ore: quattro, cinque, talvolta di più), se si è in cammino da giorni e per giorni. In termini numerici, almeno a un quarto. Insomma, i primi chilometri del cammino giornaliero si fanno… avendo dentro (nel cuore? Sarà un caso che divida lo spazio intratoracico con i polmoni?) la letizia. Una gioia misurata, però profonda, che corrisponde alla magnificenza dell’aurora. L’infiammarsi del cielo si fa spettacolo e la parte che siamo chiamati a interpretare, da attori, corrisponde esattamente a noi come a nessun altro. Una rappresentazione soggettiva e corale allo stesso tempo, una partecipazione all’assoluto che vorremmo non finisse mai. Lo stupore per tanta bellezza, ottenuta come per grazia, si tramuta in entusiasmo, i piedi disegnano a terra orme leggere, efficaci ma rispettose dell’equilibrio in cui si trova il luogo, il territorio che stiamo attraversando.

Ecco perché non costa affatto alzarsi che è notte, per iniziare a camminare quando schiarisce. Perché, alzarsi col sole e camminare – faccio per dire – partendo alle nove, mi sa tanto di impiego, di lavoro da compiere, qualcosa da farsi perché si deve: non mi piace, non è soddisfacente, ho sempre l’impressione di aver sprecato qualcosa. Anzi, non solo qualcosa: tanto.

All’alba, quindi. Quando gli altri dormono e ti ritrovi in compagnia (felice, sia chiaro) di pastori, lavoratori agricoli, giardinieri, fornai, baristi. Tutta gente che si muove presto, che alle nove lavora già da tre-quattro ore; che quando incroci il loro sguardo non mancano mai di farti un saluto, un cenno, almeno un abbozzo di cordiale sorriso. Una umanità in anticipo, per così dire, che si manifesta – d’estate, certo – nei suoi riti durante un ristretto arco di tempo, da mezz’ora prima del sorgere del sole fino alle sette. Una tribù in azione, quella dei mattinieri, fatta di gente sveglia, essenziale, risoluta; gente che non ama i fronzoli, che si muove con perizia sapendo di trovarsi tra simili. Uomini e donne (meno, ma non poche) che sostanziano, almeno per quel lasso di tempo, il senso della solidarietà. Tutti hanno da fare, tutti hanno uno scopo, un motivo, un perché sono lì e non, banalmente, ancora a letto, a dormire.

Dopo, passato questo tempo magico, rapidamente il mondo si colora di tutte le altre presenze, si riempie di gente ordinaria, dei tanti che non sanno cosa hanno perso, arrivando sul palcoscenico del giorno solo allora. Quella condivisione quasi esoterica dei momenti dell’alba, allora, svanisce velocemente mentre l’aria, prima fresca, s’intiepidisce. Nel cuore dell’estate l’innalzamento termico, sempre più rapido, suggerisce e annuncia, in prospettiva, un arroventarsi dell’aria, in corrispondenza di quella che dovrebbe essere l’ultima parte del cammino. Il desiderio, l’auspicio esperto di chi cammina è di anticiparlo, di giungere a conclusione prima che succeda che quella stessa aria, nata esuberante, illanguidisca verso i quaranta gradi, mortificando così l’arrivo.

    Allora il passo s’affretta, sostenuto dal buon respiro.

GIULIO BIZZAGLIA