POPULISMO E POPULISTI (VIII)

di NICOLA R. PORRO 

La sinistra nel tempo della rete

La scienza politica europea ha cercato di spiegare le trasformazioni dei sistemi politici dalla prima industrializzazione al secondo dopoguerra in base a categorie di tipo funzionalistico. In parole semplici: la costituzione dei partiti rispondeva a concrete esigenze di rappresentanza, nei Parlamenti e nelle altre sedi amministrative, di comunità di lavoro o territoriali e di gruppi sociali. In relazione a queste esigenze la strutturazione dello spazio politico non interessò solo le istituzioni e le amministrazioni. Anche i sindacati dei lavoratori e organizzazioni che si occupavano di assistenza, istruzione, cooperazione e mutualità, attività ricreative, artistiche e sportive, cominciarono sin da fine Ottocento a far parte di sistemi più vasti che avevano come fulcro i nascenti partiti di massa. Questo duplice processo – di istituzionalizzazione dei partiti e di formazione nella loro orbita di imponenti circuiti di presenza nella società (collateralismo) – si sviluppò in forme svariate. Nell’Europa del Nord il più delle volte furono i sindacati operai a promuovere la costituzione dei partiti laburisti e socialdemocratici come loro longa manus parlamentare. In altri casi, come nell’Europa centromeridionale, furono invece i partiti socialisti a promuovere la creazione di sindacati e strutture di fiancheggiamento.

Rokkan ha ricostruito la genesi del sistema politico europeo individuando le principali fratture sociali (cleavage) attorno alle quali si sarebbero strutturati i partiti di massa e posizionato il reticolo del collateralismo. Duverger ha indagato le condizioni che hanno permesso la perpetuazione dei grandi partiti di rappresentanza sociale per l’intero Novecento, attraversando due guerre mondiali ed epocali trasformazioni dei sistemi produttivi, delle culture e del costume. La nostra scuola politologica, che ha avuto in Giovanni Sartori il principale punto di riferimento, ha indagato in profondità un caso esemplare come quello italiano. Giorgio Galli analizzerà quel singolare “bipartitismo imperfetto” che aveva regolato, sino alla fine degli anni Ottanta, il rapporto fra un’inamovibile forza di governo, la Dc, e il più forte partito comunista d’Europa. Parisi isolerà tre tipologie di voto nel comportamento elettorale degli italiani: il voto di appartenenza (fedeltà a solide culture politiche famigliari, territoriali, professionali), quello di scambio, ispirato al regime clientelare della promessa e delle convenienze, e quello d’opinione, più volubile di quello di appartenenza ma estraneo alle ragioni strumentali del voto di scambio.

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 È del tutto evidente che i contributi della scienza politica di fine Novecento, pur costituendo insostituibili strumenti di ricostruzione del retroterra storico dei sistemi politici dell’Europa contemporanea, sono inadeguati a spiegarne lo stato presente. Le insorgenze populistiche che interessano l’Italia e l’Europa nelle prime decadi del Duemila rappresentano il sensore di mutamenti che non si limitano alla sfera politica e non si riducono alla fenomenologia elettorale.

Come si è già accennato, il mutamento politico in atto va collocato in contesti inediti. Nel caso delle elezioni italiane del 4 marzo 2018 e di quelle che le hanno precedute in altro importanti Paesi europei, gli effetti della globalizzazione, la presenza di vincoli sovranazionali (politiche comunitarie) e le dinamiche migratorie sviluppatesi a partire dall’ultima decade del XX secolo, rappresentano dinamiche che la sociologia definisce mainstream: linee di tendenza principali che producono processi di adattamento, ma anche di contestazione, resistenza o rifiuto. Siamo del resto metaforicamente in mezzo al guado. Abbiamo la UE e la BCE ma non gli Stati Uniti d’Europa. Abbiamo dato vita a una moneta comune ma non a regimi fiscali uniformi o a un governo condiviso dell’economia. Manteniamo in vita anacronistici e costosissimi eserciti nazionali per non intaccare lo status internazionale di alcuni Stati membri. Gli esempi potrebbero continuare perché ogni singolo contesto nazionale risponde contemporaneamente e in maniera scoordinata a spinte autonome che interagiscono con i processi mainstream. Influiscono le culture politiche e le loro persistenze – quelli che Vilfredo Pareto chiamava i residui e le derivazioni dell’azione collettiva –  e il loro insediamento sociale, le logiche prodotte dai sistemi elettorali, la gestione e la penetrazione dei media, il ruolo delle leadership. Fattori endogeni possono in questo modo enfatizzare o comprimere le pressioni esogene provenienti dall’ambiente esterno (economia globalizzata, finanza e sistema mediatico internazionali, holding multinazionali, spezzoni di politiche attuate da istituzioni trans e sovranazionali ecc.). I populismi, nelle loro diverse espressioni, trovano alimento nelle criticità e nelle inevitabili contraddizioni prodotte da queste complicate dinamiche. Possono perciò essere interpretati come l’espressione di una resistenza alla globalizzazione che dà vita a nostalgie identitarie (nella versione di destra il mito della comunità, le “piccole patrie”, il sovranismo nutrito di xenofobia e ispirato al cosiddetto etnonazionalismo) e/o – nella vulgata del qualunquismo digitale – alla celebrazione di una comunità immaginata (la ggente, il popolo, i cittadini) che si ritiene depositaria di diritti conculcati dalla casta o da altri oscuri onnipotenti poteri.

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In Italia la crisi della Prima repubblica, materializzatasi in una riforma elettorale di tipo maggioritario che avrebbe aperto la strada all’avventura del partito azienda berlusconiano, aveva assestato una poderosa spallata al sistema politico postbellico. A partire dalla metà degli anni Novanta si afferma una nuova offerta politica, per nulla riconducibile alla morfologia sociale con cui Rokkan, Duverger o Sartori avevano analizzato i partiti di massa novecenteschi. Il progressivo declino delle vecchie forme partito rappresentò una conseguenza inevitabile, anche se con tempi e modalità diverse da Paese a Paese.

L’effetto delle trasformazioni strutturali (del lavoro, degli interessi, ma anche della geografia urbana e degli stili di vita) si combinò inoltre con l’incipiente rivoluzione digitale che avrebbe modificato radicalmente la comunicazione politica. Negli anni Trenta Mussolini era stato il demiurgo del cinema e della radiofonia piegate alle ragioni della propaganda politica di regime. Sessant’anni più tardi Berlusconi costruirà il suo impero commerciale e le sue fortune politiche su pervasive strategie di impiego del mezzo televisivo. Fra la prima e la seconda decade del Duemila il populismo digitale trasformerà la rete nello strumento privilegiato della propria propaganda e di una versione postmoderna, ma sotterraneamente autoritaria, della democrazia diretta, sino a fare del web una sorta di feticcio ideologico dalle inquietanti implicazioni etico-politiche, anticipate nel 2007 dalla ricerca di Pierre Musso sula nascente ideologia delle reti.

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Fra la fine dei Settanta e le prime decadi del nuovo secolo si era d’altronde già aperta una crepa fra la tradizionale agenda delle forze progressiste e tematiche estranee al dna delle vecchie organizzazioni. Furono segmenti di ceto medio progressista, spesso reduci del ciclo di protesta del precedente decennio ma quasi mai organici ai partiti della sinistra tradizionale, a incarnare la Rivoluzione silenziosa e i valori postmaterialistici che avrebbero ispirato la protesta femminista, l’ambientalismo militante, l’azione per campagne su temi circoscritti e le grandi iniziative sui diritti civili. Il primato assegnato alle campagne per i diritti civili entrò non di rado in collisione con le ragioni dei diritti sociali e la vecchia sinistra faticò a tenere il passo di questa rivoluzione culturale senza rompere il fronte del movimento.  Peraltro, in occasione di due referendum simbolo – quello del 1974 (divorzio) e quello del 1978 (aborto) -, un contributo importante al successo del fronte riformatore venne proprio dalla mobilitazione dei partiti tradizionali e dall’azione delle cosiddette minoranze attive.

Piketty, come abbiamo osservato, si è concentrato proprio sulla metamorfosi socio-culturale delle sinistre occidentali e sulle ragioni della loro crisi. Quella che aveva provocatoriamente definito sinistra bramina si è materializzata perfettamente nel voto politico del 4 marzo in Italia, quando il consenso al Pd si è espresso soprattutto nei quartieri benestanti delle maggiori città. Ma abbiamo anche notato, dall’analisi secondaria del voto, come le classi d’età più anziane e specificamente la categoria dei pensionati si dimostrassero le più fedeli alle liste della sinistra e segnatamente del Pd, insieme all’elettorato residente in comuni governati efficientemente dal centrosinistra.

Credo che questa istantanea del voto vada interpretata. La prima osservazione è che siamo effettivamente in presenza di una “de-proletarizzazione” del voto di sinistra comune a tutti i principali Paesi dell’Occidente. Ovunque in Europa la sinistra storica, malgrado tentativi di aggiornamento culturale e organizzativo, non sembra più in grado di rappresentare efficacemente gli interessi di un universo sociale composito, mentre non riesce ancora a intercettare domande sociali che segnalano bisogni e usano linguaggi estranei alla sua tradizione. Soprattutto le classi d’età più giovani stentano a identificarsi nelle forze progressiste e a condividerne i codici comunicativi.

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La seconda osservazione riguarda, invece, i più anziani. Se gli ultrasessantenni hanno confermato nel voto del marzo 2018 più delle altre classi di età i propri orientamenti, ciò non va ascritto principalmente alla forza dell’abitudine o a una sorta di conformismo senile. Non si deve infatti dimenticare che molti fra gli elettori ultrasessantenni avevano vissuto da ventenni, negli anni Sessanta e Settanta, l’esperienza di una straordinaria mobilitazione politica. Fallito l’assalto al cielo di una rivoluzione impossibile, la “coorte generazionale” del ’68 e dintorni contribuì tuttavia poderosamente a trasformare cultura e sensibilità collettive in Paesi come l’Italia. Spesso ciò comportò rotture traumatiche con la visione del mondo delle famiglie, impose forme di militanza totalizzanti e talvolta settarie, condizionò scelte e aspettative di vita. Si trattò, insomma, di un’esperienza esistenziale che avrebbe segnato in profondità soprattutto l’universo studentesco e intellettuale ma che coinvolse anche i giovani lavoratori e settori significativi del movimento sindacale più forte d’Europa.

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Il ritrovato protagonismo politico del movimento operaio si espresse soprattutto nell’autunno caldo del ’69, nella saldatura con le lotte studentesche e in vertenze esemplari (chi si ricorda ancora delle 150 ore?) e poi nelle mobilitazioni contro il terrorismo, i rigurgiti fascisti e le minacce golpiste. Va ricordato che la forza del movimento operaio italiano aveva al tempo ragioni strutturali precise. Per la prima volta si erano raggiunti livelli di pieno impiego nel comparto industriale, rendendo meno vulnerabile e perciò più combattiva la mobilitazione dei lavoratori salariati. Forse la più tenace fedeltà elettorale alla sinistra nelle classi d’età anziane riflette la memoria (la nostalgia?) collettiva di quella coorte generazionale.

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Un terzo ordine di ragioni evocate per spiegare il declino elettorale delle socialdemocrazie europee si può ascrivere alla categoria “paradosso del successo”. L’elettorato, in particolare, non identificherebbe più le sinistre come le protagoniste della costruzione di quella epocale conquista storica, peculiarmente europea, che chiamiamo Stato sociale. Tenderebbe, anzi, a considerare esaurita, con l’istituzionalizzazione dei regimi nazionali di welfare, la stessa missione riformatrice delle sinistre: mission accomplished! Va ricordato, del resto, come in diversi Paesi europei i partiti socialisti o socialdemocratici abbiano fatto le loro prime prove di governo fra le due guerre del Novecento, mentre l’Italia conosceva la dittatura fascista.  Molte grandi riforme in materia di diritti del lavoro, previdenza sociale, sanità pubblica, istruzione, videro la luce in quegli anni. Anche dove le forze progressiste erano all’opposizione le loro lotte, sostenute da robuste mobilitazioni sindacali, strapparono conquiste sociali importanti. Gli stessi regimi reazionari, come il fascismo e il nazismo, promossero programmi assistenziali e istituti previdenziali ricalcati sul modello delle sinistre europee. Nel secondo dopoguerra si completò un sistema di Welfare universalistico e lo Stato sociale rappresentò la sfida vincente della sinistra riformista europea tanto contro l’onnipotenza del capitale, domesticandone gli spiriti animali, quanto contro il modello dittatoriale burocratico dei comunismi dell’Est. Saranno le politiche sociali dei governi riformatori a scandire secondo T. H. Marshall (1976) le tre transizioni della modernità europea: dal riconoscimento dei diritti civili (pari dignità davanti alla legge) a quello dei diritti politici (suffragio universale) e infine alla rivendicazione dei diritti sociali (costruzione di un sistema di pari opportunità).

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Per effetto di un altro paradosso, sembra che la stagione del riformismo – il cosiddetto compromesso socialdemocratico – abbia conosciuto una battuta d’arresto con la fine del comunismo. L’abbattimento del Muro di Berlino fu considerato dal politologo Francis Fukuyama come l’evento simbolo che segnava la definitiva affermazione del capitalismo democratico e con esso niente meno che la Fine della Storia. Persino lo storico marxista Eric Hobsbawm identificò nell’esaurimento della Guerra fredda la fine del secolo breve, che aveva avuto inizio nel 1914 con l’attentato di Sarajevo e il primo conflitto mondiale. Sappiamo che, dalla Torri gemelle in poi, le magnifiche sorti e progressive dell’umanità non si sarebbero sviluppate secondo quelle profezie. Si affacciarono invece drammatiche forme di conflittualità, ispirate al fanatismo religioso o a ideologie xenofobe, e si produssero nel sistema economico in via di globalizzazione crisi devastanti che non avrebbero risparmiato le stesse roccaforti capitalistiche generando nuove laceranti disuguaglianze. In questo quadro il Welfare universalistico e le altre conquiste sociali delle sinistre del XX secolo vennero rimossi. Lo Stato sociale si insediò nell’immaginario collettivo come un mero ingranaggio della macchina pubblica. Dimenticate le sue origini e depurato della sua ispirazione ideale, di questo dispensatore di diritti dovuti si tenderà a cogliere piuttosto i limiti, le insufficienze e l’obiettiva difficoltà ad adattare il modello alle trasformazioni intervenute nel mercato del lavoro.  Si sono aperte in questo modo altre brecce all’offensiva dei populismi, pronti a cavalcare ogni manifestazione di un ribellismo senza valori promuovendolo a espressione legittima di una non meglio definita “rabbia sociale”.

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Alessando Barbano, in un suo lavoro dal titolo provocatorio Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà (Mondadori 2018), ha descritto bene il corto circuito culturale di cui si nutre la propaganda populista. Esso consiste nell’accreditare l’equazione fra il possibile (solitamente ciò che è veicolato nell’universo virtuale del web) e ciò che è legittimamente desiderabile. Il desiderabile, a sua volta, si trasforma in un diritto da rivendicare, indirizzando conseguentemente alla casta e alle immancabili élite il risentimento e la frustrazione per il suo mancato conseguimento.

Non sottovaluterei, inoltre, un altro fattore evidenziato dalla scomposizione statistica dei dati elettorali territoriali. La sinistra tiene assai di più dove le amministrazioni locali governate da coalizioni di centrosinistra presentano performance migliori sul piano delle prestazioni pubbliche, della tutela dei beni comuni, dell’efficienza gestionale. Ciò può rappresentare un’altra faccia della medaglia. Venuti meno i tradizionali vincoli di fidelizzazione partitica, anche la politica nazionale viene più pragmaticamente tradotta in giudizio sull’amministrazione, premiando o punendo i referenti nazionali dei candidati locali. Questo dato non sarebbe di per sé in contraddizione con la configurazione bramina dell’elettorato della sinistra. Si tratta infatti di ambienti meglio informati e capaci di valutazioni di merito meno influenzate dalla pancia o da campagne d’opinione particolarmente aggressive e spesso demagogicamente semplicistiche. Già lo scarto fra comportamento di voto per le scadenze amministrative e per le elezioni politiche segnala del resto indirettamente, ormai da alcuni decenni, una crescente mobilità elettorale e un fortissimo declino del voto fidelizzato o di appartenenza.

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Rimane tuttavia aperta una questione non secondaria, che riguarda il populismo di ispirazione reazionaria o addirittura etnonazionalistica, ma che investe indirettamente anche la sinistra europea, o buona parte di essa. Mi riferisco al rapporto con i temi dell’identità e dell’appartenenza comunitaria. Io stesso vi ho fatto cenno di sfuggita, accreditando l’interpretazione prevalente fra gli studiosi di area progressista che li considera un tratto costitutivo del pensiero sovranista. Bisogna però dar conto anche di un’altra posizione, che è stata di recente sintetizzata brillantemente da Francesco Ronchi (“Comunità e identità sono parole di sinistra”, Repubblica del 15 aprile 2018), politologo che insegna a Science Po di Parigi ed è consigliere politico del gruppo socialista e democratico del Parlamento europeo. La sua prospettiva merita un’analisi ravvicinata perché va al cuore di alcune questioni cruciali nel nostro percorso. Cercherò di svilupparla nel prossimo appuntamento.

NICOLA R. PORRO