SULLE ORME DI SAM PECK – AUSTRALIA (PARTE – 2)

di GIANCARLO LUPO 

Australia, Nella terra dei sogni, Dreamtime (seconda parte)

Appena sveglio esco fuori e vedo Greg che fa colazione nel patio e chiacchiera con una ragazza cinese.
Sento che dice: “Mio padre è morto un anno fa,” e immagino che continui il suo monologo.
In un momento di pausa guarda con la coda dell’occhio verso di me e si accorge che sto varcando la soglia del cancello, mi dice di stare attento fuori. Suo padre gli diceva sempre che il mondo è pericoloso, ma la vita va avanti.
Passeggio verso il centro, costeggiando il fiume Todd, del tutto asciutto. Entro al Visitor center del Todd mall. In un ampio e luminoso locale, un uomo dai capelli bianchi tiene un workshop gratuito di Didgeridoo, l’antico strumento a fiato degli aborigeni, un tubo cavo e con entrambe le estremità aperte, di solito un tronco di eucalipto scavato dalle termiti, senza alcun ulteriore foro o meccanismo per farlo suonare.

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Il suono dovrebbe nascere solo dalla vibrazione delle labbra: il maestro, un australiano con i baffi da vaccaro, spiega che non si deve soffiare, ma produrre una sorta di pernacchia con le labbra molto rilassate, come se si cercasse di imitare il verso di un cavallo. Si devono evitare le fughe d’aria. Di fronte al maestro, una classe di giovani seduta in posizione yoga, a gambe conserte, sbrodola sull’imboccatura del Didgeridoo.

Nelle stanze accanto ci sono altre dimostrazioni di cultura aborigena, per esempio come si impugna e si utilizza un kali (sarebbe il boomerang, in lingua anangu). Il maestro, come al solito un bianco, spiega che il kali va stretto tra pollice e indice e si lancia grazie a uno scatto in avanti del polso.

boomerangs_jabiru

È importante usare il piede destro come perno esterno, sollevando il sinistro in modo che tutto il peso del corpo sia sostenuto dall’altro piede. Il cacciatore deve fare un passo in avanti mentre lancia, un movimento identico a quello dei giocatori di baseball. Il maestro ricorda che bisogna sempre esercitarsi lanciandolo dal centro di uno spazio aperto, per ottenere risultati costanti e, soprattutto, per godere di una certa libertà d’azione, qualora qualcosa non andasse come previsto. Per la stessa ragione è meglio evitare di esercitarsi nelle giornate ventose, perché la traiettoria di lancio viene ovviamente distorta. A quanto capisco il problema non è tanto lanciarlo, quanto prenderlo al ritorno.
Ovviamente non ci sono aborigeni coinvolti, solo bianchi che si appropriano della cultura aborigena e tramutano tutto in tradizioni posticce.

Fuori dal Todd Mall, vento e caldo, osservo alcuni aborigeni ubriachi per strada, altri, vittime del junk food, molto in carne, con i musi ingrugniti, con dietro frotte di figli scalmanati.

Daisy Bates arrivò in Australia dall’Irlanda nel 1884 e per anni visse tra le popolazioni indigene dell’Australia occidentale. In The Passing of the Aborigines, pubblicato nel 1938, scrisse: “Il nativo australiano può resistere a tutti i cataclismi della natura, alla siccità e alle inondazioni, agli orrori della sete e alla fame forzata, ma non può resistere alla civiltà.”

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I nomadi sono stati del tutto sopraffatti dagli stanziali.

All’ufficio informazioni chiedo a un paffuto e roseo australiano se è possibile vedere qualcosa di meno turistico. Il tizio consiglia la Santa Teresa Mission, un villaggio aborigeno, ma servono più di quattro ore di auto per arrivarci e domani devo partire all’alba per un giro all’Uluru.
In sostituzione mi mostra sulla cartina qualche trekking nel bush, poco fuori il paese, il bush sarebbe la prateria o la boscaglia caratterizzata da eucalipti e rovi; ci vuole sempre e comunque l’automobile per andare nell’outback, il deserto infinito e inospitale, dal colpo d’occhio mozzafiato, che si estende a perdita d’occhio nel continente.

In direzione opposta al centro, verso il bush, cammino attraversando due strette pareti rocciose, si alzano nuvole di polvere rossa a causa del vento. Un anangu che si tiene un fazzoletto sulla bocca mi saluta lungo il walkabout (il walkabout significa “un uomo che percorre le vie dei canti”).

Ci sono ponti, fratte, rovi, arbusti e alberi bassi. Per la prima volta vedo spazzatura in Aussie: lattine di birra scolate, pacchi vuoti di Mc Donalds, pacchetti di sigarette, bottiglie di plastica, una infinità di confezioni di plastica di instant food.

Salgo su una parete per avere una visione di insieme. Vedo tanti aborigeni in lontananza che sembrano formiche in fuga, affaccendate e impazzite. Fiancheggio la rotaia su cui passa il Ghan, il treno turistico a vapore stile west che corre attraverso quasi 3000 km in 47 ore, due o tre volte alla settimana (a seconda delle stagioni), sostando per qualche ora nelle poche fermate tra i due capolinea.

Il nome Ghan deriva dai cammellieri afghani, fatti arrivare nell’800 per la capacità di muoversi con i loro animali nel deserto che aiutarono i costruttori. La costruzione delle rotaie iniziò nel 1877, quando viene progettato per la prima volta di unire con la strada ferrata il sud e il nord del continente. Ci sono alcune stazioni abbandonate nel bush e tante storie che riguardano il treno: a volte i primi passeggeri completavano il percorso su vagoni trainati da cammelli; a volte a causa delle piogge devastanti, i passeggeri rimanevano bloccati e le provviste venivano paracadutate dal cielo; i primi tempi si accumulavano fino a dieci giorni di ritardo.

 

Mi immetto di nuovo sulla Stuart Highway, la strada che collega Darwin ad Alice Springs (saranno più di 600 km). Ci sono tante spinifex, una pianta simile ai cactus non mangiabile, come quasi tutte le piante australiane.

Sul ciglio della strada, distinguo bambini che giocano in mezzo ai rifiuti con un cane.
Scendo da una collina di terra rossa e vedo una fila di donne e bambini ritornare dalla raccolta del cibo. I più piccoli dondolano tranquilli tra le pieghe dei vestiti delle madri.
Fino agli anni ’60 nella maggior parte degli stati australiani, i genitori aborigeni non avevano la custodia legale dei propri figli. Questo discorso valeva soprattutto per i bambini mezzo-sangue, nati dall’incrocio tra inglesi e nativi. Per volontà del governo, i bambini di sangue misto venivano sottratti con la forza alle famiglie aborigene per essere deportati a migliaia di km di distanza dalle loro case di origine, in appositi centri di rieducazione, senza scuse o spiegazioni. I bambini ricevevano due spiegazioni quando chiedevano dove fossero finiti i loro genitori: o che i genitori erano morti, oppure che i genitori li avevano abbandonati. Non è un caso che il tasso di alcolizzati e tossicodipendenti tra gli aborigeni della cosiddetta “generazione rubata” sia così elevato.

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Il libro Barriera per conigli, di Doris Pilkington, da cui è tratto il film del 2002, La generazione rubata di Phillip Noyce affronta questo argomento. Racconta la fuga a piedi nudi di tre ragazzine da uno di questi centri di detenzione. Le ragazzine avrebbero percorso oltre 1.500 miglia in nove settimane, attraverso sterminate pianure e deserti. Unico riferimento la lunghissima rete di protezione che anni prima i colonizzatori bianchi avevano costruito per difendere i pascoli e i terreni coltivati dai conigli selvatici.

Sulla via del ritorno mi fermo al Coles per comprare una bistecca di canguro, a quindici dollari e qualche birra Tootheir. In ostello metto una padella sul fuoco e lascio che si riscaldi. La carne di canguro ha un sapore selvatico, ci metto senape e salsa chili. Greg passa dalla cucina e osserva che la carne non è ben cucinata. Il canguro deve essere al sangue, invece così è una suoletta di scarpe.

Greg dice che deve ancora preparare i fuochi d’artificio per la festa di stasera, il Territory day. Ci sono solo due momenti in cui è consentito usare fuochi di artificio in Australia: il Territory day solo nei North Territories e il nuovo anno cinese in tutta Aussie.
Cosa celebra il Territory day? Greg mi porge un articolo che parla per la maggiore degli incidenti provocati dai fuochi d’artificio, tangenzialmente accenna al fatto che la celebrazione nasce per festeggiare l’auto governo dei territori garantito il primo luglio del 1978.

Greg mi mostra un boomerang, un regalo per la sua donna in Malesia. Deve stare attento perché “le donne in Malesia non ti amano realmente, cercano solo la visa.”
Gli chiedo se vuole avere figli in futuro. Mi risponde che è nel programma di fertilità.
Poi va a togliere la roba stesa ad asciugare. Suo padre gli diceva sempre che gli aborigeni rubano tutto. Continua a parlare finché, per non so quale motivo, a un certo punto comincia a spiegare in dettaglio la seconda guerra mondiale, lo ascolto un po’ per gentilezza, infine vado fuori.

Nel pomeriggio voglio passeggiare fino a Anzac hill. Anzac sta per Australian New Zealand army corps, un manipolo di soldati morti durante la seconda guerra mondiale.
Qualche aborigeno, bestemmiante e perso dall’alcol, lungo la via vuole attaccar bottone, ma non do corda agli ubriachi.

Intanto si fa sera e in lontananza vedo luci e sento rumori di botti. Non si vedranno le stelle stasera.

Appena torno in ostello vedo Greg, sulla sua sedia a rotelle, dirigersi verso il centro del patio con una scatola di fiammiferi. Greg accende un fiammifero, appicca il fuoco alla miccia e poi afferra le ruote della sua sedia per correre velocemente. Lo vedo allontanarsi dal fuoco pronto a scintillare in aria, facendo scivolare sempre più rapido le mani sulle ruote della sedia. Dopo l’esplosione del primo fuoco, che si accende in aria incendiandola, torna a preparare anche gli altri ridendo come un bambino. Ogni tanto ha problemi ad accendere, a causa del vento, si lamenta, getta improperi, e, tra una accensione e l’altra, parla di suo padre. “Si sarebbe divertito suo padre”.
1 luglio 2013

GIANCARLO LUPO