POPULISMO E POPULISTI (VII)

di NICOLA R. PORRO 

Storie di bramini e mercanti

Cercando di indagare le ragioni dell’avanzata populista in Italia e in Europa – insieme a quelle, speculari, della crisi di consenso alla sinistra -, ci siamo imbattuti in una recente e suggestiva ricerca di Thomas Piketty. Il suo senso si evince facilmente dal titolo stesso dello studio: “Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality and the Changing Structure of Political Conflict” (La sinistra bramina e la destra dei mercanti: la crescita della diseguaglianza e la struttura in mutamento del conflitto politico), reperibile in www.piketty.pse.ens.fr.

In tutta Europa, secondo l’economista francese, si starebbe delineando una nuova forma di conflitto politico, del tutto diverso da quello che per oltre un secolo aveva avuto per protagoniste le famiglie ideologiche del Novecento: partiti di di classe di ascendenza marxista, forze liberali variamente dislocate lungo l’asse conservatori-progressisti, partiti nazionalisti e confessionali. Attori collettivi che si erano formati a cavallo fra XIX e XX secolo dislocandosi lungo le ideali linee di frattura prodotte dall’industrializzazione e dalla costruzione (o dal potenziamento) degli Stati Nazione. Il politologo norvegese Stein Rokkan (Cittadini, elezioni, partiti, Il Mulino, Bologna 1982) ha magistralmente ricostruito tale processo individuando quattro principali cleavages(le linee di displuvio fra opposti sistemi di interesse e visioni valoriali): proletariato-borghesia, città-campagna, centro-periferia, Stato-Chiesa. Dall’opposizione sociologica fra proletariato e borghesia era discesa la costituzione dei partiti e dei sindacati operai (di ispirazione riformista o rivoluzionaria) e specularmente quella dei partiti interclassisti, prevalentemente ma non necessariamente di orientamento conservatore. La frattura città-campagna aveva radicato nelle aree rurali partiti e movimenti di raccolta, spaventati dall’industrializzazione e diffidenti della modernizzazione, ai quali si opponevano forze rappresentative dei ceti medi urbani, più aperti all’innovazione e al cambiamento. L’antagonismo centro-periferia aveva dislocato su fronti contrapposti le variegate forze mobilitate dalla nazionalizzazione – dalla sinistra garibaldina ai nazionalismi di destra che avrebbero gemmato fra le due guerre i partiti totalitari di massa – e partiti identitari territoriali, particolarmente radicati nei contesti linguistici, etnici o religiosi delle cosiddette Nazioni senza Stato (dalla Catalogna all’Irlanda, dalle Fiandre alla Scozia ecc.). Infine, attorno al conflitto Stato-Chiesa si era sviluppata l’opposizione fra partiti confessionali (o comunque di matrice religiosa) e forze laiche secolarizzate.

Queste dicotomie avevano prodotto combinazioni differenti ed esiti politici e organizzativi non uniformi e cangianti nel tempo. Esemplare è il caso dei partiti di ispirazione cattolica italiani, costituitisi in opposizione allo Stato nazione, trasformatisi nella forma del popolarismo democratico e pervenuti poi alla costruzione di un partito di gestione dello Stato come la Dc. I cui tratti costitutivi (la rappresentanza del mondo rurale, la fedeltà alla Chiesa, un solidarismo sociale distinto dall’ideologia socialista) si erano via via amalgamati nel modello del partito pigliatutto e in un duraturo ed efficace sistema di alleanze con i partiti laici moderati. Il panorama politico europeo descritto dal modello di Rokkan avrebbe presentato le prime crepe nella seconda metà del Novecento con l’affermazione di forze estranee alle opposizioni descritte da Rokkan, come i partiti ambientalisti, i movimenti anti-tasse o i raggruppamenti monotematici che rifiutavano di delegare la propria missione e la rappresentanza dei propri interessi ai partiti generati dalla stagione precedente.
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Piketty, concentrandosi sul caso di tre grandi democrazie occidentali (Usa, Francia e Gran Bretagna), propone di archiviare definitivamente la storia politica del Novecento prendendo atto della rivoluzione silenziosa del comportamento elettorale maturata a partire degli anni Sessanta e facilmente estensibile al caso italiano. Due fenomeni – il crescente peso della borghesia colta nel voto alla sinistra e i successi del populismo anti-élite negli strati popolari -, avrebbero a suo giudizio radici profonde e niente affatto contingenti. Parlano le cifre. Dopo la Seconda guerra mondiale, abbattuti i totalitarismi e ripristinati gli ordinamenti democratici, in tutti i grandi Paesi dell’Occidente il voto dei poveri (non solo quello degli operai) si indirizzava in larga prevalenza alle sinistre. La lotta di classe si traduceva ancora, seppure grossolanamente, nell’opposizione elettorale fra partiti del proletariato e forze borghesi. Già a partire dagli anni Sessanta, però, il panorama si era venuto modificando, prima negli Stati Unit e in Francia, e due decenni dopo in Gran Bretagna e in Italia. Nel comportamento di voto emergono due variabili trascurate sia dal marxismo sia dalla sociologia politica: l’istruzione e il patrimonio. Nel consenso alla sinistra influisce sempre di più il livello di istruzione degli elettori. Il favore alla destra è ancorato all’ammontare del patrimonio ereditato, assai più che alla ricchezza posseduta. L’orientamento conservatore, insomma, prevale come istinto di difesa dei privilegi di nascita ma pare meno correlato a una condizione di benessere conquistata tramite il proprio lavoro.

Alla destra e alla sinistra classiche si sostituiscono così due élite rivali: quella del censo e quella dei saperi che Piketty, ispirandosi alle caste indù, ribattezza ironicamente mercanti ebramini. L’insofferenza per la vera o presunta egemonia delle due caste eccita la rabbia sociale e il risentimento di cui si nutrono i nuovi populismi. Sino a ispirare un’interpretazione paranoica delle ideologie del Novecento come visioni del mondo elaborate dal nemico per perpetuare il proprio potere. In questa chiave si comprenderebbe l’inclinazione dei populismi a riabilitare in chiave sovranista gli sconfitti della democratizzazione (le destre nazionaliste e xenofoba) o a rimuovere la stessa opposizione destra/sinistra (M5S).

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Piketty ricostruisce dati alla mano la metamorfosi in atto. La sinistra diventa bramina quando il 10% più istruito della popolazione vota più a sinistra del rimanente 90% degli elettori. Negli Usa e in Francia la transizione avviene alla fine dei Sessanta (guarda caso, la stagione del ’68, che ebbe inizio con la rivolta di Berkeley e il maggio francese). Il fenomeno si ripete in Gran Bretagna quindici anni più tardi ed è puntualmente verificabile nel caso italiano contemporaneo. Il 4 marzo in tutte le grandi città italiane il voto al Pd si concentra nei quartieri di ceto medio benestante e arretra vistosamente in quelli popolari.

La mutazione della sinistra ha dunque inizio ben prima che la globalizzazione e l’espansione migratoria incrinassero il rapporto fra classe lavoratrice e partiti della sinistra. Nemmeno il riallineamento elettorale dei ceti popolari a favore delle destre xenofobe e dei populismi anti-casta rappresenta d’altronde una novità assoluta. Piketty ricorda come nei primi del Novecento i maggiori Paesi di immigrazione, come Usa e Australia, avessero dato vita a sindacati xenofobi e leghe anti-immigrati. La stessa emigrazione italiana in Francia fu oggetto in quegli anni di manifestazioni di razzismo, culminati persino in episodi di sangue, a opera di organizzazioni sedicenti “proletarie”.

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È ancora difficile analizzare con sufficiente precisione gli effetti della globalizzazione sugli elettorati europei, che appartengono a Paesi investiti diversamente e in tempi differenti dal fenomeno. Può stupire, ad esempio, come le insorgenze xenofobe e populiste abbiano mietuto successi soprattutto nei Paesi, come quelli dell’Europa orientale, che meno avevano conosciuto l’impatto migratorio e quello della concorrenza commerciale a raggio planetario. Appare tuttavia chiaro come la tradizionale opposizione destra/sinistra non descriva più adeguatamente sistemi credibili di interessi omogenei, di culture sociali e di lealtà politiche. Possiede sicuramente un maggior potere esplicativo l’opposizione fra chi sostiene l’apertura al mondo ed è pronto ad accettare la sfida della globalizzazione, e chi la respinge rintanandosi nelle mitologie dell’identità e della sovranità nazionale. Le ricerche empiriche mostrano anche qui inequivocabilmente come questa opposizione sia la più influenzata dal livello di istruzione degli elettori. Negli Usa, alle presidenziali del 1948 votarono a favore dei democratici appena il 20% degli elettori che possedevano un titolo di studio superiore a quello dell’obbligo. Nella sfida Trump-Clinton del 2016 hanno sostenuto la candidata democratica il 51% degli elettori in possesso di una laurea breve, il 70% dei laureati ordinari e il 75% di quelli con dottorato o diploma di terzo livello. Nella Francia di de Gaulle la sinistra raccoglieva il consenso del 38% dei laureati e del 57% di chi possedeva solo la licenza elementare o nessun titolo di studio. Nella sfida recente fra Macron e la Le Pen, il 60% dei laureati ha sostenuto Macron e il 55% dei meno istruiti la candidata xenofoba.

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Autrice Vivian Maier

 La distanza fra sinistra bramina e ceti popolari conquistati dai populismi non è per Piketty frutto soltanto di sensibilità e di visioni del mondo prodotte da livelli diversi di istruzione e quindi da una differente fruizione delle risorse culturali. Dai suoi studi risulta infatti che in tutti i Paesi osservati le disuguaglianze sociali sono significativamente cresciute nelle prime decadi del Duemila. Eppure una questione così rilevante per la democrazia sembra non interessare più l’opinione pubblica. Nel 2002 il 63% dei francesi condivideva l’opinione per cui lo Stato ha il diritto-dovere di togliere qualcosa ai ricchi per darlo ai più poveri. Quindici anni dopo tale percentuale si era ridotta al 51%, malgrado tutti gli indicatori economici indicassero come il mercato globale avesse avvantaggiato solo una piccola minoranza. La fiducia nelle capacità distributive dei governi di sinistra è precipitata nei più poveri, oltre metà dei quali ha sostenuto il populismo xenofobo di Marine Le Pen in Francia e le alternative populiste in altri Paesi dell’Unione, Italia compresa.

Comune ai vari populismi europei è anche la tendenza ad associare alla critica e al risentimento verso le élite politiche quella che si indirizza indistintamente agli «esperti». È il caso del linciaggio scatenato sui social britannici nei confronti della Banca d’Inghilterra, colpevole di aver richiamato gli elettori alle possibili conseguenze economico-finanziarie del Brexit. Per un esempio italiano, basti ricordare la campagna di discredito promossa dai no-vax contro le autorità mediche che propugnavano le ragioni delle vaccinazioni obbligatorie.

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Autrice Vivian Maier

Si profila meglio così l’identità antagonistica dei nuovi populismi. Il loro radicamento è nel “sottoproletariato cognitivo” più che nell’opposizione radicale, come invece nel caso dei partiti minoritari di estrema sinistra proliferati dal ciclo di protesta degli anni Settanta. E si spiegano anche gli ondivaghi orientamenti di una sinistra di governo che aspiri a farsi forza interclassista o Partito della Nazione. Anche la vexata questio del rapporto fra merito e uguaglianza si ripropone aprendo nuovi fronti di conflitto. Forse non per caso o per pura opera di forzature propagandistiche proprio l’istruzione è diventata un terreno minato per il Pd. Una riforma come la «Buona scuola», ricca di buone intenzioni e facilmente migliorabile in una logica di maggiore condivisione, si è trasformata in una Waterloo elettorale per i partiti di governo. Gli operatori della scuola, fasce di elettorato colte, a basso reddito e vicine alla sinistra, l’hanno interpretata come una tipica riforma «bramina», che affermava legittimi principi meritocratici ma in assenza di qualunque condivisione. E che accresceva il potere dei presidi, percepiti come un avamposto dei bramini all’interno di un ceto medio declassato. Avere affidato la gestione operativa della riforma a una ministra di provenienza sindacale è apparsa come la classica toppa peggiore del buco.

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Questa panoramica si è concentrata sul mutamento sociale della sinistra occidentale e sulla lettura – suggestiva anche se discutibile – che ne propone Piketty. Problemi e contraddizioni affliggono anche la destra nelle sue varie espressioni nazionali. Essa subisce tuttavia meno della sinistra – nata per cambiare il mondo, non semplicemente per governarlo – gli effetti di una critica che investe valori e identità culturali. Anche il pragmatismo delle destre (si pensi soltanto alla capacità di Berlusconi di tenere insieme per due decenni tutto e il contrario di tutto fra quanto si muoveva alla destra dei partiti progressisti) si scontra però con concreti interessi della sua base sociale. Come tenere insieme la difesa dei piccoli commercianti e gli incentivi alla grande distribuzione? Come distribuire più generosamente risorse pubbliche senza aggredire l’evasione fiscale da parte dei più abbienti? Come strizzare l’occhio ai localismi e alle corporazioni continuando a lucrare i benefici dell’Unione europea? Al centro di queste riflessioni è tuttavia la questione della sinistra nel tempo della crisi e del disincanto e delle sue trasformazioni. Dani Rodrik, un’economista americano di origine turca, sostiene da anni – rivisitando a suo modo la teoria gramsciana dell’egemonia – che le sinistre non possono che ripercorrere, con i dovuti aggiornamenti, le ricette egualitarie che per un secolo avevano unificato e mobilitato il movimento operaio facendone il fulcro di alleanze a più largo raggio.

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 Lo stesso Piketty immagina una sintesi originale fra ritorno all’egualitarismo della vecchia sinistra e un internazionalismo di nuovo conio, modellato sul profilo del mondo globale. Quell’autentica fucina di idee che si riconosce in Social Europe (www.socialeurope.eu) propone quotidianamente analisi suggestive e brillanti ipotesi di lavoro per una sinistra da rifondare a scala continentale. Al momento però, in attesa di una sintesi di non semplice elaborazione, il panorama è sempre più sconfortante. Il brutale ridimensionamento delle vecchie sinistre di governo non è compensato dalle forze critiche. Basti pensare alle batoste elettorali subite recentemente in Germania dalla Linke e in Italia da Liberi e Uguali. Né, di converso, dall’indecifrabile approdo del tentativo di Macron di andare (ancora una volta!) oltre la destra e la sinistra. Mentre populismi di ogni colore si spartiscono le spoglie delle vecchie appartenenze ideologiche.

NICOLA R. PORRO