VIAGGI DI ME – (5) La terra dei senza terra …

 

La terra dei senza terra, l’ambientalista solitario e le madri argentine 

A terra dos sem-terra, o ambientalista solitário e as mães argentinas 

di NICOLA R. PORRO ♦

La mattina dell’inaugurazione si vive al Forum un’atmosfera febbrile. Ci si rincorre smarriti come anime perdute in un girone dantesco o in una torre di Babele immaginata dalla fantasia di Doré. Afonso ci lascia a presidiare la postazione conquistata nella cafeteria e va in cerca delle pecorelle smarrite: è il suo mestiere, in fin dei conti. Nei dintorni cattura un assonnatissimo dirigente dell’Arci, un paio di redattori del Manifesto e un ciellino stralunato. Ci informa che subito dopo la cerimonia di apertura sono previsti i primi incontri con le star del pensiero critico. In cartellone due pezzi da novanta come Alain Touraine e Samir Amin.

Al desk scippiamo una copia del Financial Times. In prima pagina un articolo dedicato all’inaugurazione del nostro Forum, invariabilmente etichettato come una specie di congresso mondiale dei No global. La formula è quantomeno impropria visto che si tratta di un evento ad agenda aperta, per molti versi informale, che non prevede l’assegnazione di cariche elettive o l’approvazione di bilanci. E poi perché nessuno (o quasi nessuno, come si dirà) ha in mente di dare vita a qualche forma organizzativa permanente che risponda a una strategia, a un programma politico, a un’ideologia. Quello che si delinea è piuttosto un vasto e variegato movimento transnazionale.

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Porto Alegre 1 (ci saranno altri appuntamenti negli anni successivi) vuole dare voce a quella parte dell’umanità che teme una globalizzazione subordinata alle logiche della finanza speculativa e dei poteri forti. È quella che Wallerstein aveva chiamato mondializzazione per distinguerla dalla globalizzazione intesa come processo sociale e culturale, oltre che economico. Il Forum serve dunque ad accendere una luce sull’altra faccia della Luna, quella che condensa le sofferenze e la attese dei potenziali esclusi dal nuovo ordine globale. Lo slogan “un altro mondo è possibile” invoca, a ben vedere, una globalizzazione dal volto umano, agli antipodi dalle posizioni dei nazionalisti e di quei nostalgici delle piccole patrie – spesso inclini a visioni reazionarie e xenofobe –  che oggi abbiamo ribattezzato “sovranisti”.

Tutto quanto ci circonda – i murales, gli slogan scanditi dai gruppi che attraversano i viali del campus, le parole d’ordine riprodotte sulla paccottiglia offerta da improvvisate bancarelle – grida la voglia di non arrendersi, di sviluppare una lotta a scala mondiale per i diritti, la pace, l’ambiente. L’ottica non è ideologicamente classificabile in modo rigoroso ma è sicuramente progressista. Il Brasile, questo gigante addormentato che comincia a ribellarsi al torpore del sottosviluppo preparandosi alla pacifica rivoluzione elettorale del 2002, è la terra d’elezione di questa inedita esperienza.

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Un ampio corridoio, affollatissimo, conduce all’auditorium dove si celebra l’apertura dell’evento mentre grandi manifesti annunciano per l’indomani la presenza di Lula. Come d’uso, si sono installati decine di banchetti coperti di pubblicazioni, di petizioni da firmare, di appelli da sottoscrivere e di qualche gadget in vendita per finanziare la trasferta delle delegazioni provenienti dai Paesi meno fortunati. Petizioni telematiche e crowdfunding sono di là da venire. Ancora magliette, poster, ciondoli e paccottiglia d’ordinanza. Al borsino delle facce saldamente in testa l’immarcescibile Che. A seguire Mandela e rivisitazioni solarizzate del repertorio rivoluzionario del Novecento. E poi, fantasiosamente mescolati, Gandhi e l’enigmatico Comandante Marcos, le icone del Maggio francese e Daniel Ortega, Gramsci e Camilo Torres, Madre Teresa e dimenticati eroi delle lotte al colonialismo e all’imperialismo, revival di Ho Chi Minh e Angela Davis, Marcuse e Atahualpa, Sacco e Vanzetti, Monsignor Romero e Malcolm X. Più originali i sobri dossier sulle tragedie ignorate di metà del mondo, sempre efficaci i repertori fotografici (qualcuno vanta firme illustri), immancabili le musiche andine. Di veramente spettacolare le esibizioni di capoeira offerte in un largo piazzale al centro del campus da qualcuna delle innumerevoli scuole locali. Le ritroveremo ovunque in città nei giorni successivi. Ci spiegano che la capoeira tradizionale,  come l’hip hop che ne costituisce una variante recente, si è adattata con successo alla logica dei flashmob. I gruppi arrivano, si esibiscono volteggiando acrobaticamente negli spazi disponibili, raccolgono qualche soldo, offerte in natura e i cori beneaguranti delle proprie tifoserie. Poi si dileguano prima che la pur indulgente polizia locale li costringa a sloggiare.

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Ci muoviamo in un labirinto di suoni, colori, emozioni che consegnano un’immagine rovesciata rispetto alle liturgie di conferma dell’ordine mondiale che vanno periodicamente in scena a a Davos o a Wall Street. Meno nitido il rapporto con il globalismo digitale che già si andava affermando. Due anni prima a Seattle il circuito di comunicazione attivato da Internet si era materializzato a sorpresa con migliaia di presenze al Forum antagonista. Per la prima volta aveva preso forma una mobilitazione inedita e interamente autogestita, estranea a qualunque apparato e struttura organizzativa tradizionali. A fare da protagoniste erano però state le avanguardie radicali dei Paesi ricchi e anche purtroppo frange violente che avrebbero anticipato i black bloc. A Porto Alegre la presenza del Sud del mondo è largamente prevalente, malgrado le folte delegazioni italiana e francese. Le forme di azione sono assolutamente pacifiche, radicali nelle parole d’ordine ma prive di qualunque aggressività. Quella che Afonso chiama la collera dei giusti non ha del resto niente a che spartire con le filosofie nichiliste dell’Occidente e nemmeno con la critica intellettualistica denominata con sarcasmo “terzomondismo della cattedra”. Porto Alegre vuole raccontare un altro mondo possibile, non lanciare una sfida risentita e donchisciottesca a quel processo epocale e inevitabilmente controverso e contraddittorio che definiamo globalizzazione. No: la formula no global è davvero imprecisa e fuorviante.

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Il programma viene modificato a ritmo continuo. Seguire gli aggiornamenti è stressante. Mi sento come un criceto che zampetta sulla ruota della sua gabbia. Si è però pian piano contagiati da una festosa euforia che contrasta con la drammaticità delle questioni in agenda. Ma forse la contraddizione sta nell’Occidente che abita i nostri cervelli, incutendoci il timore di smarrirci lungo i sentieri immaginari del regno di Utopia. Il sano, pragmatico, opprimente realismo del nostro sistema culturale agisce come una specie di super-io collettivo. Ha bisogno di ordinare, gerarchizzare, censurare. I veri protagonisti di questo evento, invece, non sembrano nutrire pensieri del genere. La cerimonia d’apertura è sbrigativa, quasi informale. L’adrenalina compressa si scaricherà solo il giorno dopo all’arrivo di Lula, il leader della sinistra candidato alle presidenziali. Una figura carismatica che agli albori del nuovo secolo sembrava incarnare le speranze e i sogni di una parte significativa del popolo di questo sconfinato Paese. La fiumana in uscita ci sospinge verso i viali interni, pavesati da striscioni e bandiere e popolati da presenze suggestive. In quello centrale sfilano silenziosi a centinaia donne e uomini scalzi, che indossano gli abiti da lavoro delle campagne. Sono i Sem Terra (“Senza terra”), i contadini nomadi delle vaste  pianure del Nord. Ai lati, sotto le grandi palme, si sono accampate intere famiglie. Tengono a bada bambini piccolissimi, si preoccupano di riparare all’ombra i più anziani, ragazze e ragazzi muniti di cestino provvedono diligentemente a raccogliere i rifiuti.

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Afonso ci istruisce. Il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (più semplicemente i Sem Terra) è nato nel 1984 a seguito delle prime lotte per la riforma agraria. L’organizzazione aveva gestito un imponente programma di occupazione delle terre incolte nel sud del Brasile. In meno di venti anni i Sem terra si sarebbero radicati in 24 Stati del Paese, mobilitando un milione e mezzo di persone. 350.000 famiglie si sarebbero progressivamente insediate su terreni abbandonati mettendoli a coltura e circa 150.000 avrebbero costruito accampamenti in aree di latifondo assenteista.

Una storia di successi e di arretramenti, costellata di episodi di rivolta e di spietata repressione. L’obiettivo strategico del movimento era all’epoca una coraggiosa riforma agraria. Lula la inserirà al primo punto del suo programma, ma l’obiettivo verrà realizzato solo parzialmente dal suo governo. Ai nostri occhi di europei, provenienti da Paesi di dimensioni geografiche modeste ma intensamente popolati e urbanizzati, possono sfuggire significato e dimensioni del fenomeno. E con essi la rilevanza sociale e politica di un movimento per la terra ancora nel XXI secolo. In Brasile (stime al 2016 dell’Incra, l’Istituto nazionale per la riforma agraria) ancora oggi l’1,6% dei proprietari con immobili al di sopra dei mille ettari possiede il 46,8% dell’area totale esistente nel Paese. Il 51,4% delle grandi proprietà è improduttivo e 133 milioni di ettari (quattro volte e mezzo la superficie dell’Italia) potrebbero essere assegnati a questi contadini condannati al nomadismo. Nel corso degli anni i Sem Terra hanno d’altronde già reso fertili e coltivato grandi appezzamenti di terra mettendoli a valore in assenza di qualsiasi tutela legale. È accaduto così che venissero scacciati con la forza dalle milizie armate dei latifondisti assenteisti, che hanno beffardamente beneficiato della fatica di questa povera gente. La marcia infinita dei Senza terra brasiliani si è però sviluppata in tutto il subcontinente. Oggi la via campesina attraversa gran parte dei Paesi sudamericani. Le lotte hanno in qualche caso coinvolto le popolazioni native, soprattutto nei

Paesi andini e nel Brasile settentrionale. Egidio Brunetto, leader del movimento, è stato fra i principali promotori del Forum.

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Dal corteo dei Sem Terra si stacca un piccolo gruppo che sta sfilando sotto le insegne del Mato Grosso. Hanno riconosciuto Afonso, il loro vecchio parroco amico dei nomadi contadini, e corrono ad abbracciarlo. Raccontano di aver percorso, in gran parte a piedi, migliaia di chilometri per essere qui. Non posseggono praticamente nulla, ma sono sorridenti, dignitosi e ben organizzati. Afonso per vincere la commozione si trincera nella teoria. Chiede a noi italiani come Gramsci avrebbe definito questi proletari senza fabbrica che sembrano però incarnare il modello culturale del lavoratore “evoluto e cosciente…”. Citazione d’antan che non ti aspetti sulla bocca di un prete, ma ormai ci siamo abituati. Porto Alegre è il luogo dove tutto diventa possibile.

Davanti a una grande fontana si è sistemato in perfetta solitudine un giovanotto esile, dai tratti orientali. Distribuisce un dossier su una tragedia ambientale dimenticata. Pochi mesi prima, nel luglio 2000, aveva colpito il suo Paese, le Filippine. Lo smottamento di una discarica abusiva aveva sepolto sotto tonnellate di spazzatura un intero villaggio abusivo alla periferia di Manila. Trentuno furono i morti accertati e incalcolabili i danni causati da un incendio sprigionatosi in conseguenza della catastrofe. Si scoprirà più avanti come il fumo avesse disperso nell’aria una terrificante quantità di residui velenosi di plastica, amianto e materiali altamente pericolosi. La discarica di Payatas avrebbe continuato a ospitare in condizioni sub-umane migliaia di famiglie, che ancora oggi trovano nella discarica della morte l’unica possibilità di sopravvivenza. Si campa recuperando e riciclando tutto l’immaginabile. Fra noi c’è un dirigente dell’ambientalismo italiano, che si offre di prendere contatto per sostenere la campagna ecologista. Riceve la più disarmante delle risposte: secondo il solitario dimostrante non esistono organizzazioni di tutela ambientale nel suo Paese. Lui è uno studente universitario di biologia. È venuto qui grazie a una colletta fra professori e compagni di studi. Insieme hanno preparato il fascicolo ciclostilato che ci consegna. Perché il mondo sappia come si vive in uno dei tanti coni d’ombra della globalizzazione.

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Riprendiamo il cammino fendendo la folla. Ci attende un altro incontro di grande impatto emotivo. Vicino a ogni aiuola, davanti a ogni ingresso, si sono insediati picchetti di signore composte, il capo coperto da un velo o da un fazzoletto bianco. Tutte hanno una foto fra le mani. Sono le Madri di Plaza de Mayo, venute dall’Argentina a raccontare l’orrore dei desaparecidos, vittime della dittatura militare fra il 1976 e il 1983. Chiedono giustizia per i figli, i mariti, i nipoti scomparsi nel nulla. Si danno i turni: giorno e notte, per l’intera durata del Forum, presidieranno gli spazi comuni, lasciando un presidio permanente anche in centro città, davanti alla sede del municipio. In faccia all’edificio centrale, al quale siamo diretti, hanno montato un grande pannello. È composto da quasi 30.000 foto formato tessera: ritraggono le vittime “scomparse” del fascismo argentino. È una stima purtroppo attendibile, anche se i militari hanno ammesso “solo” 9.000 vittime. Una commissione parlamentare ha potuto accertarne sinora, a quarant’anni di distanza dai fatti, 11.000.

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Ancora oggi queste donne, a dispetto di vicissitudini che le hanno divise, continuano la loro battaglia per la verità e la giustizia. Per sette anni l’Argentina fu insanguinata da un manipolo di criminali in divisa, autori di una guerra sporca contro il proprio Paese. In sprezzo di ogni legalità, sequestrarono migliaia di oppositori (o di supposti dissidenti) che furono reclusi in centri di detenzione. La maggior parte subirono torture e sparirono nel silenzio. Solo anni dopo si conobbero le atrocità perpetrate, a cominciare dai voli della morte con cui nel cuore della notte le vittime venivano precipitate ancora vive nelle acque del Rio de la Plata. Fa rabbrividire l’elenco dei desaparecidos e turba leggere tanti cognomi italiani fra i caduti e tanti fra i loro boia. La guerra sucia fu anche una guerra in cui italiani massacrarono italiani. È una storia sulla quale meriterà ritornare.

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