UN INCONTRO PARTICOLARE – 5 – Il tagliacarte: – 6 – Il telegiornale della sera.

di MARIA LETIZIA GALDI ♦

  1. Il tagliacarte

Aveva mangiato troppo. Un piatto di pasta all’amatriciana e perfino un gelato. E un bicchiere di vino. Abituata a pasti frugali si sentiva intorpidita e di rivedere la tesi davvero non le andava.

Già, ma che fare? Si sciacquò il viso, si sedette sulla sedia, guardò l’ora: ancora presto. Poteva dirgli di venire con lei… Avevano raggiunto una maggiore confidenza, e le dispiaceva pensare che si interrompesse la piacevole abitudine dei loro incontri. Si augurò di potere rendere più intimo il loro rapporto, non da un punto di vista sessuale, soltanto come amicizia. Alessandro non le aveva mai rivolto un complimento, era solo premuroso, quasi paterno. Sentirlo parlare le piaceva. Riusciva a eccitarle la fantasia con i racconti, quasi incredibili, del suo passato.

Così, pensando e sonnecchiando, trascorse più di un’ora. Aveva passato il tempo con Ramon, con le sue imprese, aveva immaginato quella donna, amata e perduta: giovane e bella, con i capelli neri … e poi lui, ferito, curato in un posto segreto…

Chissà com’era la Colombia, pensò. Non certo la capitale, ma i paesi, quelli dove si era attestata la guerriglia.  Lui non era più andato in quei posti. Forse per il problema della gamba, forse perché era stato schedato, sì, era andato in prigione… Sai cosa faccio – disse a se stessa – vado su Google così quando arriva gli farò vedere che anche io so qualcosa, basta cercare, e Wikipedia mi dirà tutto.

Si alzò dalla poltroncina che aveva accolto le sue fantasticherie, e riprese la postazione al pc. Accensione, password, gira gira, clicca su Google, digita Colombia. Una rassegna veloce sulla pagina geografica, ecco gli articoli, ne aprì uno in inglese sugli avvenimenti dell’anno precedente. Lo capiva abbastanza bene. Colombia’s internal armed conflict continues to result in widespread abuses by irregular armed groups and government forces. The Colombian government dealt serious blows to the Revolutionary Armed Forces of Colombia (FARC) guerrillas in 2008.

Continuò a girovagare tra le pagine. Trovò una notizia recente… era successo un mese prima. Segnò su un foglio: Operazione Jaque. Ne parleremo, si disse. Capisco le dittature ma io odio le armi. Bene, ora vediamo se dicono qualcosa su di lui. Cosa scrivo…

Decise per: Ramon Farc.

Uscirono molte pagine, le aprì con curiosità. Ci sono anche le foto…

Ma…ma questo non è lui! Questo è un certo Ramon Mantovani, nome vero. Questo Ramon non è lui! Come è possibile… Già, lui non si chiama Ramon, si chiama Alessandro. Questo è un altro, devo cercare Alessandro Farc. Niente. Eppure… fammi leggere… Ma la storia, la storia è la stessa. Incolpato come sostenitore delle Farc, comunista… aiutato dai compagni. Non si parla della ferita…

Continuò a sfogliare i siti web, provò con altre chiavi di ricerca. E così, per caso, trovò anche la storia del taxi, con gli stessi particolari della narrazione di Alessandro. Possibile? Possibile che abbia attribuito a se stesso storie di vite altrui? E in questo modo imbecille, copiando dal web. Ma allora? Chi è quest’uomo? Un bugiardo? Soltanto uno stupido bugiardo?

Il suono del campanello. La porta dello studio. Apro o non apro? Decise di aprire, dovevano chiarirsi.

Alessandro aveva un mazzetto di fiori in mano, per lei: Non è granché, quello che ho trovato, le disse. Ma lei era davvero arrabbiata, molto arrabbiata, e gli rispose a voce alta, le braccia protese in avanti a respingere lui e il suo stupido inganno.

  • Perché, perché ti sei inventato tutto? Solo chiacchiere, le tue, niente di quello che mi hai raccontato è vero. Hai copiato, neanche inventato, hai copiato, hai copiato la vita di un altro. Sei un bugiardo, un bugiardo!
  • Ma … cosa… che…
  • Perché lo hai fatto? Perché?

Il risentimento verso di lui era alimentato dalla constatazione dell’ingenuità che l’aveva portata a credere alle parole di un estraneo. L’amarezza le chiuse la gola.

Seguì un silenzio innaturale. Alessandro guardava lontano, il volto contratto, le dita che si arrotolavano senza posa sui riccioli della barba.

Anche lei. Anche lei come le altre…

Nella sua mente si fece buio, un buio che lo portò lontano.

Aveva paura.

Non riusciva a capire come aveva fatto ad arrampicarsi fin lassù. Tremava, abbracciato al ramo, la pelle delle braccia e delle gambe che bruciava per le abrasioni, sentiva lo strisciare di formiche e insetti sul corpo. L’odore dolciastro dei fichi gli dava la nausea.

“Sei troppo piccolo, non lo sai fare! Non sai più scendere, sei scemo!”

Sentiva la voce salire verso di lui, una lieve cantilena cui altre voci rispondevano in coro: “Scemo, scemo!”

Non riusciva a muoversi né a piangere, né a fare qualsiasi cosa se non rimanere lì, avvinghiato, con gli occhi chiusi. La sua mente però dava volto a quella voce. Vedeva quella stupida biondina che continuava a schernirlo.

La voce si alzò ancora verso di lui:

“Non lo sai fare, sei un bugiardo. Adesso chiamiamo tua madre e poi i pompieri per tirarti giù come si fa coi gatti”

Gli amici le fecero il coro: “Bugiardo, bugiardo! Non lo sai fare. Bugiardo! Bugiardo!”

La vergogna gli diede la forza, ritrovò la voce per urlare verso il basso: “Scemi voi, sto mangiando i fichi. Adesso vi faccio vedere cosa so fare”

Iniziò piano, retrocedendo verso il tronco dell’albero.

Dal basso continuavano le voci: “Non sai farlo, non sei capace…”

La afferrò per il polso. Un tagliacarte luccicava lì, sul tavolo… proprio lì, a portata della sua mano. La ragazza non riuscì a urlare, dalla sua bocca soltanto un gemito, e negli occhi il riflesso di quel viso mutato dall’odio, gli occhi stretti, le labbra serrate.

Devo farcela.

Devo scendere da questo maledetto albero. Devo far vedere che non ho paura, io. Qualche passo all’indietro, ancora un poco… Le mie mani si aprono, ora sto volando giù, sbatto sui rami… quei capelli biondi, quegli occhi azzurri spalancati. Vedrai, vedrai… sto arrivando.

Lei mi guarda, lei ride, lei… proprio lei.

Devo alzarmi. La gamba… non riesco a muoverla…  il dolore…

Alessandro si svegliò con lo stesso stupore di chi scopre di essersi involontariamente addormentato in un luogo estraneo.

Non si ricordava dove fosse, ma si sentiva placato.

Si accorse con fastidio che c’era molta sporcizia intorno a lui. Macchie rosso scuro si allargavano per terra.

Guardò la ragazza.

Un desiderio irresistibile di pulizia lo assalì. Doveva pulirla, toglierle quell’odore.

Trovò il bagno e nel bagno un secchio, il detersivo e una spugna. Riempì il secchio di acqua e lo portò nell’altra stanza. Strofinò il pavimento, sciacquò tutto con cura, andò due volte a cambiare l’acqua.

Si accostò alla ragazza, le sollevò la testa e le disse: Poverina, anche tu non sei bella. Adesso ci penso io.

Le passò la spugna umida sul viso, con dolcezza, scostandole i capelli. La trascinò vicino al divano, appoggiandovela contro. La spogliò faticosamente, attento a non farle del male, continuando a passarle la spugna sulla pelle nuda per pulire quel fiume rosso che continuava a sporcarla. Prese i vestiti e li buttò nel box della doccia.

Non aveva mai sopportato la sporcizia.

Trovò due asciugamani che verificò con scrupolo; gli sembrarono abbastanza puliti.

Tornò nello studio.

Il corpo della ragazza si era ripiegato di lato.

Scosse la testa:

  • No, così non va bene.

Riuscì a metterla sopra il divano, tolse un cuscino per tenerle il capo sollevato, le aggiustò i capelli con le mani e si allontanò per guardare l’effetto.

  • Prenderà freddo, nuda.

La coprì con i due asciugamani, erano umidi ma era meglio di niente.

Sentì di nuovo quella piccola voce chiedergli: Ti sei fatto male?

Sussultò.

Di nuovo quel dolore.

La gamba destra si era bloccata, non riusciva a muoverla; fitte lancinanti si propagavano dal ginocchio su, su, fino al cervello.

Qualcosa scoppiò nella sua testa, un boato che gli tolse il respiro e lo fece piombare nel nulla.

Passò forse un minuto e ritrovò la luce.

Guardò la ragazza e sorrise. Non si era mossa, non si era accorta di niente.

Chiuse l’aria condizionata, avrebbe potuto raffreddarsi a dormire così, seminuda.

Un’ultima occhiata in giro: era tutto pulito adesso, e in ordine. C’era quel mazzetto di fiori sul tavolo. La ragazza non li aveva nemmeno messi nell’acqua, pensò. Li lasciò lì, prese il tagliacarte d’acciaio che brillava senza neanche una piccola macchia.

Aprì piano la porta e piano la richiuse alle sue spalle. Pochi metri, il portone, la strada, il Tevere. Il tagliacarte affondò veloce nei gorghi melmosi.

Il sole accecante creava onde semoventi sull’asfalto, doveva tornare a casa, si sentiva stanchissimo.

Si incamminò zoppicando vistosamente.

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MLG Telegiornale

  1. Il telegiornale della sera

Finalmente a casa.

Un mal di testa lancinante. Aprì con difficoltà la porta. Sua madre non c’era. Si tolse di dosso gli abiti e si infilò sotto la doccia. Adesso si sentiva meglio. Si strofinò una crema alla canfora sulla gamba dolente e si sdraiò nudo sul letto.

Il soffitto era desolato come il suo corpo, già reso appiccicoso dal gran caldo.

Non riusciva a distogliere lo sguardo da una macchia nera che si stava allargando sul muro, era certo che presto sarebbe scesa a ingoiarlo.

Non doveva reagire, se avesse chiuso solo per un attimo gli occhi, lei sarebbe di nuovo emersa dal buio a insultarlo. Lei, lei così dolce, lei così bionda, lei che poteva essere amata e invece…

Si guardò le mani, gli facevano male le dita, non riusciva a distenderle.

  • Mamma, sto male, urlò nel silenzio.

Gli rispose il brano di un’allegra canzone che entrò veloce dalla finestra aperta e si allontanò rapidamente come era entrata.

Si guardò di nuovo le mani: sul palmo della mano destra c’era un graffio, un leggero segno rosa. Non gli faceva male, una cosa da niente, forse una spina, forse uno di quei fiori che aveva comprato. Dove erano, dove, quei fiori? Ah… li aveva lasciati da Caterina. Lei non se li meritava però. Anche lei. Lei come tutte le altre. Sapevano solo fargli del male. Entravano nei suoi incubi, come quel tagliacarte. L’aveva visto in quel sogno. Un sogno orribile. Mai più sarebbe andato a Piazza Mazzini, mai più! Mai più l’avrebbe cercata…

Agitò le braccia scomposto, scalciò contro quel volto di donna che si protendeva a guardarlo, gli occhi celesti spalancati in una fissità oscena.

Ritrovò un attimo di lucidità:

Che cosa era successo? Caterina, quella stupida ragazza, gli aveva dato del bugiardo. Aveva fatto bene, aveva fatto bene a farla tacere. Strillava: bugiardo, bugiardo. E adesso? Niente. Avrebbe dovuto dimenticare, ancora. Ancora.

Sentì la chiave girare nella toppa: sua madre. Non doveva farsi vedere così. Si coprì con il lenzuolo e chiuse gli occhi. Sotto le palpebre si accesero saette di fuoco.

  • Mamma, sono qui, mi sento male. La gamba, come al solito…

La voce uscì sottile, si snodò in un lungo gemito che terminò in un singhiozzo.

  • Stai calmo, sono qui io.

La donna entrò nella stanza, guardò suo figlio: era steso nel letto in posizione fetale, il viso sconvolto dal dolore. La gamba, quella maledetta gamba che continuava a fargli così male.  Maledisse per l’ennesima volta quel giorno di tanti anni prima. Se non lo avesse lasciato uscire con gli amici… Se non fosse stato per quell’incidente, Alessandro sarebbe stato un ragazzo normale, poi un uomo normale, invece…  Non aveva mai superato la vergogna di essere claudicante, anche se era un difetto minimo e, quando stava bene, poco visibile.

Intuiva il giudizio veloce degli altri: è matto, è uno squilibrato. Non dipende dalla gamba, dicevano. Quell’incidente era successo quando aveva dieci anni, dicevano, una persona normale avrebbe reagito. Lui invece era sempre chiuso in se stesso, non salutava nessuno, o lo faceva a mezza voce… così dicevano, ma non era vero, o meglio, era vero solo in parte. Suo figlio aveva alti e bassi. Forse bipolare, diceva qualcuno.  In fondo era andato a scuola, aveva preso il diploma da geometra e poi… cosa c’è di male a studiare a leggere…

Così pensava, la madre di Alessandro, e un po’ si colpevolizzava. Il padre morto quando aveva due anni, lei incapace di rifarsi una vita, troppo apprensiva, troppo. Avrebbe avuto bisogno di certezze, e lei non aveva saputo dargliele. Era timido, troppo. Ogni tanto trovava qualche ragazza, ne parlava, le raccontava la loro storia, ma a casa non ne aveva portata nessuna. Timido, troppo timido.  Così quelle storie non potevano durare, e dopo lui stava male, molto male. Anche questa volta, quella ragazza di cui mi ha parlato… eccolo di nuovo con la solita crisi da abbandono. Quando stava meglio vivevano tranquilli: lui non aveva mai pensato di andarsene da casa per non lasciarla sola. E lei sapeva che anche quella volta gli sarebbe passata.

Prese due boccette, una di analgesici e una di tranquillanti, e un bicchiere in cui versò dell’acqua fresca. Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima, sapeva ormai come comportarsi in questi casi. Si augurò che si trattasse di una crisi passeggera.

Un’ora dopo, erano quasi le otto, si affacciò silenziosamente nella stanza di Alessandro. Stava dormendo e le sembrò sereno. Lo avrebbe lasciato dormire, anche fino alla mattina seguente, Alessandro aveva ancora dei giorni di ferie. Gli avrebbe proposto di andare insieme al cinema. Per distrarlo.

Andò in cucina e, mentre preparava la cena, accese la televisione.

“Delitto a Roma: il cadavere di una giovane donna è stato rinvenuto poche ore fa in uno studio nel quartiere Prati. La giovane era sdraiata sul divano, nuda, ma coperta con due asciugamani. Causa della morte una profonda ferita al collo causata da una lama affilata. Non si esclude una violenza sessuale. Gli inquirenti che stanno conducendo le indagini si sono messi in contatto con il proprietario, il professore…”

Si sedette sulla sedia con il telecomando in mano e cambiò canale.

Soltanto brutte notizie si sentono al giorno d’oggi, pensò. La sua era una vita difficile, è vero, ma non doveva lamentarsi. Suo figlio non era drogato, né delinquente, era un bravo ragazzo con qualche stranezza. Anche se aveva qualche problema, era gestibile con qualche goccia e qualche pillola. Erano altre, ben più terribili, le tragedie.  Lei di certo stava meglio della madre di quella povera ragazza.

MARIA LETIZIA GALDI