ANCORA SU DUNKIRK. STORIA DI CIÒ CHE NON AVVENNE (2/2)

di NICOLA PORRO 

Non ci arrenderemo mai…

Nelle ore drammatiche che fecero seguito all’evacuazione di Dunkerque, il Primo ministro britannico Winston Churchill seppe compiere un capolavoro politico e mobilitare emotivamente l’intero Paese. Non cercò in alcun modo di ridimensionare la sconfitta militare e ammonì a non farsi forti del successo della ritirata: «Le guerre non si vincono con le evacuazioni». Contribuì però a costruire il mito di Dunkerque esaltando con sapiente retorica quelle virtù britanniche del coraggio, dello spirito di sacrificio e dell’unità nazionale che potevano ancora rendere possibile la vittoria finale. L’operazione Dynamo permise così di riscattare moralmente la sconfitta sul campo, che risultò invece fatale alla Francia e al suo esercito.

Questa lettura non esclude ovviamente l’influenza di motivazioni psicologiche ricorrenti in una personalità caratteriale come quella di Hitler. I suoi biografi ritengono, ad esempio, che il suo provinciale e grossolano etnonazionalismo ariano celasse una sorta di attrazione –  forse persino un inconfessato complesso d’inferiorità – nei confronti della potenza coloniale britannica e del gigante americano. Oggetto delle sue paranoie e del suo rancore xenofobo era invece l’Urss, incarnazione dell’odiata Russia slava, con la quale pure aveva stretto nel 1939 uno spregiudicato patto di non aggressione. La mancata offensiva finale di Dunkerque si spiega principalmente, come abbiamo visto, con una combinazione di ragioni operative, di gelosie fra i comandi militari tedeschi e di banale insipienza strategica. L’intenzione da parte hitleriana di associare al progetto del Reich una Gran Bretagna disarmata, ma capace di fornire una sorta di copertura politica e ideologica nell’offensiva contro Stalin, non trova in effetti alcuna documentabile conferma. Nulla esclude tuttavia che un’idea del genere potesse  affacciarsi successivamente nella mente del Führer. È anche in questa chiave, oltre che nell’appello all’orgoglio nazionale, che va analizzata la perorazione antinazista che conclude il vibrante discorso di Churchill dopo l’evacuazione di Dunkerque. Declamare davanti al mondo che “non ci arrenderemo mai” significava in quelle circostanze lanciare un messaggio politico a chiunque, anche sul fronte interno, potesse nutrire la tentazione di aprire, in qualunque forma e in qualunque momento, un negoziato con Hitler.

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Uno scenario controfattuale

C’è però un’altra domanda ancora oggi inquietante: quali sarebbero stati l’esito della guerra e il destino stesso dell’Europa se la titanica operazione di salvataggio descritta dal film di Nolan fosse fallita o fosse stata resa impossibile da un’offensiva tedesca?

Questo genere di domande è respinto al mittente da quegli storici che rifiutano il ricorso al cosiddetto metodo controfattuale, consistente nel disegnare gli scenari che con maggiore probabilità avrebbero fatto seguito a eventi mai avvenuti. Ciò, va chiarito, non ha niente a che fare con la fantastoria, che è un genere letterario per palati non raffinati o per programmi televisivi di seconda serata. Immaginare la vita quotidiana di Atlantide, descrivere l’incontro dei marziani con gli Incas o fantasticare sulle navi romane che avrebbero raggiunto l’America secoli prima di Colombo sono esempi di fantastoria. Indagare gli sviluppi che avrebbe potuto avere la Seconda guerra mondiale se l’offensiva hitleriana dei primi mesi del 1940 avesse raggiunto i propri obiettivi è invece un caso di analisi controfattuale. Questo metodo è stato teorizzato da uno storico conservatore come Niail Ferguson che già nel suo The Pity of War (1998) aveva proposto una lettura alternativa del Novecento europeo immaginando che la Gran Bretagna non avesse partecipato alla Prima guerra mondiale e che la Germania guglielmina, anziché sfasciarsi sotto il peso della sconfitta, avesse vinto il conflitto affermandosi come potenza egemone in Europa. Per fare un esempio italiano, Pasquale Chessa ha curato una storia controfattuale del Risorgimento (Se Garibaldi avesse perso, Marsilio 2011) immaginando il (mai avvenuto) fallimento della spedizione dei Mille nel 1860 e le sue conseguenze sul processo di unificazione del Paese.

Una ricca fioritura di narrazioni controfattuali è presente in autori di dubbia fama, quasi sempre nostalgici dei peggiori regimi dell’Europa del Novecento. Ben diversa è l’ottica di un ricercatore come Marcello Flores, che in un articolo comparso il 13 agosto 2017 sul Corriere della sera (Churchill obbligato alla Brexit. L’Unione Europea sotto Hitler) ha provato ad applicare la prospettiva controfattuale proprio alla vicenda di Dunkerque.

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E se Hitler avesse attaccato?

Per Flores un attacco tedesco condotto simultaneamente da terra e dal cielo alla sacca di resistenza di Dunkerque, avrebbe avuto come unico esito possibile la resa delle forze britanniche. L’intero corpo di spedizione (la BeF) e altre decine di migliaia di soldati francesi sarebbero stati fatti prigionieri divenendo ostaggi nelle mani di Hitler. Churchill avrebbe potuto soltanto trattare una pace separata con la Germania o dimettersi. A quel punto anche re Giorgio VI, che quattro anni prima era salito al trono a seguito dell’abdicazione del fratello maggiore Edoardo VIII, avrebbe potuto lasciare la corona. Evento che avrebbe avuto enormi conseguenze politiche. Edoardo aveva motivato la sua rinuncia al trono come una scelta del cuore – la decisione di sposare un’americana divorziata, Wallis Simpson, contravvenendo alle austere regole della casa regnante – contro la ragion di Stato. La sovrana love story fece scalpore, appassionò e divise l’opinione pubblica. Soprattutto, però, aiutò a nascondere le autentiche e gravissime ragioni politiche che avevano ispirato l’abdicazione di Edoardo. Questi era infatti un ammiratore del regime nazista, in contrasto con i sentimenti democratici del fratello minore e con quelli prevalenti a livello di massa nella Gran Bretagna degli anni Trenta-Quaranta. Il suo abbandono non fu perciò (o non fu soltanto) un caso di regale fair play, bensì l’esito di uno scontro politico e di potere combattuto per quattro anni senza esclusione di colpi.

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Una disfatta militare britannica, seguita da una resa a discrezione di centinaia di migliaia di combattenti, avrebbe potuto preludere al ritorno al trono dello stesso Edoardo e a una pace separata con la Germania le cui condizioni sarebbero state dettate da Hitler. La rottura del Regno Unito con le democrazie continentali sotto attacco sarebbe stata inevitabile e totale. È del tutto improprio, come si è detto, attribuire questo disegno a una pianificata strategia di Hitler, ma è difficile contestare le deduzioni di Flores nel caso l’operazione Dynamo fosse fallita.

Soprattutto, il ritiro della Gran Bretagna dall’alleanza antinazista avrebbe potuto pregiudicare l’entrata in guerra degli Usa, che rappresenterà il fattore decisivo per le sorti del conflitto. L’attacco proditorio a Pearl Harbor, che provocherà la dichiarazione di guerra al Giappone da parte americana, avverrà infatti oltre un anno dopo, nel dicembre 1941. Alcuni storici si spingono a sostenere che a frenare la macchina da guerra hitleriana a Dunkerque ci fosse il timore di una resistenza disperata dell’armata britannica e delle residue forze francesi. Un bagno di sangue di inusitate proporzioni poteva sollevare un’ondata emotiva che avrebbe costretto gli Usa a vincere gli indugi e a dichiarare la guerra. Non è d’altronde un  mistero che Hitler abbia esercitato fortissime pressioni sugli alleati giapponesi perché desistessero da quell’attacco aereo alla flotta Usa del Pacifico che l’anno successivo avrebbe causato l’intervento americano.

Se però la Germania nazista avesse chiuso definitivamente la partita con i britannici a Dunkerque e fosse riuscita a dissuadere i giapponesi dalla sfida agli Usa, con l’Europa ancora sotto il tallone nazista, le stesse elezioni presidenziali Usa del 1944 avrebbero potuto conoscere un corso radicalmente diverso. Al posto del democratico Franklin Roosevelt la presidenza sarebbe potuta andare a un eroe nazionale assai popolare presso l’opinione pubblica come il trasvolatore atlantico Charles Lindbergh. Questi, notoriamente simpatizzante di Hitler, era stato uno dei fondatori dell’America First Committee, l’organizzazione che si batteva per contrastare l’entrata in guerra degli Usa a fianco delle potenze democratiche.

Il destino dell’Europa continentale sarebbe stato segnato senza ombra di dubbio. Il successo della Guerra lampo, la Blitzkrieg hitleriana, avrebbe consegnato Belgio e Paesi Bassi (e le loro colonie extraeuropee) alla Germania, che avrebbe accolto i due Paesi nel Reich come territori annessi. La Francia sarebbe capitolata e un governo collaborazionista avrebbe subito senza colpo ferire l’annessione alla Germania nazista dell’Alsazia-Lorena. Si sarebbe probabilmente concretizzato il progetto che prevedeva la deportazione degli ebrei in Palestina o il loro confinamento nella Libia sotto controllo fascista. Hitler, a quel punto, non avrebbe esitato a rivolgere l’offensiva contro l’Unione Sovietica. La quale per tutta la prima fase della guerra, in forza del patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939, gli aveva fornito gratuitamente le materie prime di cui avevano necessità l’industria bellica tedesca e l’intera economia del Paese.

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Una storia del mondo globale

Gli scenari descritti non sono un puro prodotto di fantasia. Per decenni nel secondo dopoguerra pubblicazioni e poi siti web revanscisti o neonazisti hanno battuto sul tasto dell’occasione perduta dall’Europa per l’istituzione di un Ordine nuovo a guida germanica e ispirato all’Impero carolingio. Questa terrificante anticipazione di una globalizzazione totalitaria costituisce ancora il sogno delirante di una galassia di gruppi, sette e movimenti di irriducibili. Una campagna martellante è stata condotta per decenni da quell’Institute of Historical Research noto per le tesi negazioniste a proposito dell’Olocausto e per la diffusione di falsi documenti circa presunti «crimini di guerra» perpetrati dai britannici sino al 1945, che sarebbero stati occultati per favorire la demonizzazione del nazismo. Con pazienza degna di miglior causa i ricercatori hanno da tempo seppellito nel ridicolo queste teorie.

Uno storico revisionista come Ernst Nolte, che porta la responsabilità di aver avallato e rilanciato tesi abominevoli sull’Olocausto, ha avuto tuttavia il merito di istituire una linea di continuità tra le due grandi guerre del Novecento. Una visione che è stata fatta propria, ovviamente in un’ottica politico-culturale rovesciata, da molti storici di sicura fede democratica e dallo stesso teorico del secolo breve, il marxista Eric Hobsbawm. Essi hanno individuato nella lunga guerra civile europea, durata dal 1914 al 1945, l’antefatto di alcuni eventi epocali che si svilupperanno nella seconda metà del XX secolo. La fine dell’ordine coloniale e la nascita di nuovi imperialismi avrebbe innescato prima la competizione fra Germania e Usa e poi quella fra Usa e Urss (Guerra fredda), avendo come posta in palio il dominio di un sistema mondo privato del vecchio baricentro rappresentato dall’egemonia britannica. In questa ottica, l’attuale (dis)ordine globale può essere considerato l’ultima sequenza di un processo avviato dalla Pace di Versailles che nel lontano 1919 aveva ridisegnato l’ordine politico planetario componendo un risiko riservato alle sole potenze vincitrici della Grande guerra.

In questa prospettiva a più ampio raggio spazio-temporale torniamo a Dunkirk/Dunkerque. La vicenda riveste un un significato paradigmatico e la sua narrazione può sollecitare ancora oggi riflessioni attuali e intellettualmente intriganti. Il film di Nolan può legittimamente essere classificato come un prodotto commerciale. La sua qualità artistica è però accettabile e il prodotto finito non merita di essere liquidato come un ennesimo esempio di estetizzazione della guerra per finalità di cassetta. Ci ha ricordato una vicenda che rischiava di cadere nell’oblio e lo ha fatto ricorrendo agli strumenti e ai linguaggi della contemporanea cultura di massa. Definirla “da non perdere” è forse troppo, ma è una pellicola che si può vedere senza rimpianti.

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NICOLA PORRO