Il Paesaggio e la responsabilità degli architetti
di ROSAMARIA SORGE ♦
Per chi non lo sapesse il concetto di “Paesaggio” come quello di patrimonio storico ed artistico è tutelato all’ art 9 della nostra Costituzione, questo in concreto significa che i cittadini identificano in questa tutela una parte non secondaria di democrazia, uguaglianza e libertà.
Ma la nostra Costituzione non fu la prima a dare peso forma e significato al paesaggio,un precedente illustre e che da buona siciliana mi onora è l’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia del 21 agosto 1745 firmato dal vicerè Corsini che impose fra l’altro anche la conservazione delle antichità di Taormina e dei boschi di Carpinetto.
Anche la Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) contiene una prescrizione di tutela per il paesaggio come per i monumenti dell’arte e della storia,e comunque oggi il “ paesaggio ” è un bene tutelato e riconosciuto tra i beni essenziali un po’ da tutti gli Stati occidentali.
Questo sulla carta, perché poi la realtà è molto diversa , infatti c’è una concentrazione di attenzione solo sul presente e scarsa attenzione a considerare il “ paesaggio ” come un bene da lasciare alle generazioni future.
Questo avviene con molte altre cose, è un segno distintivo del nostro tempo, viviamo infatti in una società basata essenzialmente sul consumo e che diviene consumo di tutto e quindi anche di territorio.
Si stima che nel 2050 la maggior parte della popolazione sarà concentrata negli agglomerati urbani con un progressivo spopolamento delle campagne, con la conseguenza che una maggiore densità urbana determinerà un minor rispetto per il paesaggio inteso come sintesi di paesaggio urbano, paesaggio extraurbano, beni architettonici e archeologici.
In tutto questo si colloca la figura dell’architetto che con il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, modificando e condizionando le dinamiche della società e che nello svolgimento del suo lavoro deve fare una serie di scelte che non possono essere solo “ estetiche “, ma devono essere anche “ etiche ”
La dimensione etica nasce dalla grande responsabilità che l’architetto porta con se dal momento che le trasformazioni del territorio, in senso migliorativo o peggiorativo, hanno una grande ripercussione sullo spazio che ci circonda inteso nella sua globalità come quel luogo che fornisce a tutti noi le coordinate di comportamento, di memoria, e costituisce l’identità del singolo individuo come di tutta la collettività.
Ma la responsabilità fa presto a diventare anche politica, nella sua accezione originale cioè come insieme di principi e precetti che interessano i cittadini che vivono nella polis.
Quindi l’architetto opera in una dimensione che è contemporaneamente estetico ed etico-politica e da questo connubio nasce il modo più corretto di porsi come tecnico della progettazione ambientale; ma questa progettazione non può essere portata avanti solo con le conoscenze tecniche ma deve essere coniugata come diceva Gramsci da un “ umanesimo tecnologico” al servizio della società che recuperi la dimensione sociale e comunitaria di qualunque intervento.
Solo in questo modo sarà possibile fare una scelta di campo che privilegi le caratteristiche specifiche di ogni città e il rispetto della propria memoria culturale senza cadere in forme di antimodernismo che spingono ad un classicismo fuori del proprio tempo proponendo o riproponendo modelli della tradizione, come ad esempio la proposta qui a Civitavecchia di un Nettuno a Piazza degli Eventi al posto del famoso bacio di Seward Jonshon.
Spesso però alcuni architetti fanno una scelta di campo che non produce nessun vantaggio per la comunità, che non migliora il senso di appartenenza che è elemento ancestrale in ognuno di noi, e lo fanno producendo pessimi interventi sia in campo urbanistico che architettonico, interventi che vanno a innescare delle vere patologie sia sociali che individuali e che molto spesso determinano la non riconoscibilità dei luoghi tanto deformano il paesaggio sia urbano che extraurbano, penso alle tante periferie ma anche a tutti quegli interventi atti solo a favorire rendite parassitarie a vantaggio di pochi e a danno di molti.
Le città come anche il paesaggio formano come dice Salvatore Settis “ un orizzonte di diritti “ a cui deve dare risposta l’architetto in maniera responsabile poiché il suo lavoro incide sul tessuto urbano determinando la qualità della vita di tutti i giorni e influendo anche sui rapporti sociali della comunità, quindi l’architetto non deve essere l’esecutore acritico della volontà della committenza ma deve trovare anche il coraggio di sfidare le convenzioni per recuperare una dimensione sociale dell’architettura, e quindi ritrovare quell’impegno etico che possa contribuire a superare il dualismo tra città e paesaggio in una armonica ricomposizione delle istanze comuni.
ROSAMARIA SORGE
Propongo una tavola rotonda molto semplice e pratica, ristretta o più ampia, con esempi concreti positivi e negativi. Non dimenticando tutti gli altri soggetti, non architetti, che incidono e hanno inciso e potranno incidere sul paesaggio e sul territorio.
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Convengo sul fatto che l’architetto ha responsabilità etiche/politiche, ma per assolverle ha bisogno di confrontarsi con una classe politica capace di pensare alla città nel presente con un ottica progettata al progetto del futuro. Senza una classe politica adeguata l’architettto è orfano di prospettive e poco può fare oltre la mera soddisfazione della committenza. Allora la penso come Francesco Correnti, chi è capace di pensare il futuro lo faccia e lo proponga a chi non ne è capace.
PS: spero di non dover vedere statue di Nettuno o di Traiano nel prossimo futuro.. 🙂
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Abbiamo rispolverato l’Associazione degli Architetti “Punti di Svista ” e abbiamo in cantiere per metá novembre un convegno dal titolo “Civitavecchia 2030” di cui parlammo nel convegno “Civitavecchia cittá senza ali” quindi prima che qualcuno ci rubasse l’idea.Quella sarà la sede opportuna per parlarne.
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Bene, credo che ce ne sia davvero bisogno.
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