A CIVITAVECCHIA, DEGNA DEI SUOI DESTINI: LA SPERANZA DI UN APPELLO.

di CARLO ALBERTO FALZETTI 

Ho sotto gli occhi l’immagine di Civitavecchia nel 1850 disegnata dal Maestro Arnaldo Massarelli. Molti, nella città, custodiscono questa visione. La città è raffigurata dall’alto, come se un aereo stesse per raggiungere il porto dal mare seguendo la direttrice di maestrale.

Concediamoci una  approssimazione di qualche grado ed ecco che possiamo asserire che questa sia stata la rotta seguita dai bombardieri del ’43. Ma possiamo altresì asserire che la struttura della città, che i portatori di morte intercettarono quel giorno di maggio, sia quella che vediamo nella tavola citata?

E’ opinione comune che la risposta non sia affermativa. Tra questa immagine disegnata e quella che le foto americane inquadrarono pochi attimi prima di aprire i portelloni esistono vistose differenze. La città aveva già subito una devastazione nel suo corpo vitale. La rovina non era calata dal cielo alla terra ma dalla terra stessa. Strumento di rovina non era un ferro deflagrante ma un ferro mosso dall’energia dell’uomo. Agenti di rovina non erano nemici esterni ma amici, figli della città, seppur non fededegni.

  Tutto ebbe inizio demolendo le mura della città medievale agli inizi del Settecento. Mura civiche non ancora viziate da quella eteronomia che sarà impronta essenziale delle grandi strutture architettoniche dal Cinquecento in poi. Compariamo, nel lavoro di Massarelli, la tavola riferita al 1650 con quella raffigurante la città 65 anni dopo: la città è inserita in una vasta area racchiusa dai perimetri aguzzi della fortificazione papale, cortine brevi, salienti acuti, angoli del pentagono quasi retti, fascia tripla del fianco,cortina quadrupla,fianchi doppi. Ma la città non è più tale senza le sue mura, è un agglomerato urbano “funzionale” alla fortezza a sua volta funzionale alla attività del porto.

Si può seriamente dubitare che la reliquia muraria di Piazza San Giovanni e dell’Archetto sia espressione di una volontà popolare mirata a  preservare l’unica memoria di una identità civica seriamente minacciata. Si può esser più vicini alla realtà immaginando che,  di nuovo, sia stata la funzionalità ad ispirare  gli attori esterni nella scelta di sopravvivenza  delle mura di parte orientale.

 Il luogo ha così cominciato a smarrire il suo significato. In generale, ogni perimetro che le mura segnano sono una chiusura, ma una chiusura che raduna lo spazio vissuto. Le mura aprono al concetto di interno-esterno. Preservano l’orientamento. Contribuiscono alla identificazione del luogo. Con il tempo, i luoghi circoscritti hanno certo bisogno di espandersi ma questo non significa che l’espansione conduca alla demolizione del perimetro murario, in particolar modo se questo è auto-realizzato. Si pensi a Tarquinia, si pensi a Tuscania, si pensi a Viterbo, si pensi a Montalto.

 A partire dal momento germinale del porto pontificio, ogni mutamento urbanistico, è stato, dunque, di genere funzionale e, con poche eccezioni, di genere socio-culturale.

 In sintesi: la funzionalità è stato l’imperativo politico della città ed  esogeno è il naturale predicato da attribuire a tale funzionalità.

Un luogo è uno spazio dotato di uno specifico carattere civico, uno spazio vissuto. Ma se il carattere distintivo di una città è la funzionalità a servizio delle esigenze di ciò che è altro dalla città, il risultato non può che essere una “perdita di luogo”. Uno scadimento da luogo a sito, uno smarrimento del significato.

Con l’Unità d’Italia il “non aver luogo”della città è stato determinante nell’opera di distruzione delle opere di fortificazione. A favore di quella demolizione si poneva, allora, l’insofferenza verso il passato regime, verso tutto ciò che significava opera come lo Papa uole. L’insofferenza nei confronti del vivere dentro una fortezza, attanagliati da mura e fossati non costruiti per difesa della comunità ma, soprattutto per difesa di uno scalo militare ormai sempre più divenuto scalo commerciale. L’insofferenza era lecita.  Ma si poteva gestire il risentimento diversamente. Si poteva preservare in varie modalità l’energia sedimentata nel corso della storia. Si poteva lasciar tracce, percorsi di memoria. Ma il vecchio sentimento del “non aver luogo”impedì di ristrutturare rispettando.

Come in una battaglia, l’elenco delle vittime è una commemorazione dovuta, così è un atto dovuto la sequela dei diroccamenti ottocenteschi della città . Cade sotto i colpi del piccone Porta Romana antica (1836).  Cade Porta Romana Nuova (1871). Vien giù Porta Campanella e buona parte delle mura orientali (1875). “Cerchia di sassi che ci soffoca”! Il grido di dolore è ripreso da più parti ed infine recepito in un Resoconto decisivo circa le sorti delle opere di fortificazione. Con la malleva essenziale del Genio Militare si procede alla definitiva, irreversibile, agognata distruzione: si dissolve Porta Corneto, si colmano i fossati, si abbattono le cortine, si radono i terrapieni, si demoliscono i bastioni Borghesiano e Barberino (1884).

L’opera di Antonio da Sangallo, i suoi bastioni disegnati sul terreno per fortificare e ingrandire Civitavecchia nel 1515, non esiste più. Solo una ipocrita scritta lapidaria per salvare la coscienza dei demolitori: si è fatto tutto questo “per mutate necessità di difesa”.

Valga, oggi, una diversa lapide meno ipocrita e nella quale siano evocati i nomi, forse quelli più autentici rispetto ai molti che i baluardi hanno ricevuto. Nomi di santi, di numi protettori che, come una ghirlanda avvolgono la città aperta verso il mare:  S. Teofanio, S. Barbara,  S.Rosa,  S.Ferma, S.Antonio, S.Francesco, S. Sebastiano.

Eppure si sapeva. Non si poteva ignorare.  Le opere non erano civicamente auto realizzate ma…… Ma costituivano un primo tentativo del Sangallo di operare in Italia la tecnica del “doppio fianco”. L’opera era un esempio che poteva competere vittoriosamente con tanti altri centri d’Italia. Certo che i demolitori sapevano! Lo aveva gridato Padre Alberto. Ne aveva fatto un opuscolo tratto dalla sua opera somma.

Ma la rendita fondiaria della borghesia antica (quella di rito e obbedienza papalina convertita al Risorgimento) e quella nuova, mercantile e rampante, di ispirazione liberale, faceva aggio su qualunque pretesa culturale. Il “non luogo” di antica memoria si confortava con il nuovo anelito a disporre di una rendita edilizia beneficiata, tra l’altro, oltre che dai suoli acquisiti, dal ricco materiale di risulta della fortificazione.

Con il bombardamento è continuata l’opera di devastazione. Nell’azione del  bombardare la devastazione avviene senza poter vedere in faccia chi compie l’azione. A sua volta, chi devasta ha solo una vaga conoscenza dell’obiettivo; ignora le vittime, ignora, spesso, il valore simbolico ed effettivo dei danni collaterali che arreca rispetto alla strategia generale dell’azione.

Nella ricostruzione, che è invece azione chiaramente consapevole, è prevalso, sopra ogni altro sentimento, il sacrosanto impeto di ridare spazio a chi era stato colpito da una indicibile sofferenza. Ma è venuta a mancare una elaborazione della memoria, una presa in carico della storia della città. Ci si è arresi di fronte all’evidenza, alla “caducità” delle cose, al loro essere tremendamente contingenti: c’è un tempo per nascere e un tempo per morire, c’è un tempo per tutto!

 Eppure, quante città sono state ricostruite opponendosi alla caducità rispettando seppur, in parte, il valore del luogo. Stiamo parlando non di un “affetto domestico” verso il luogo offeso che ogni centro devastato potrebbe far valere. Stiamo parlando della memoria di Apollodoro, Bramante, Sangallo, Michelangelo Bernini, Fontana e di una chiesa ricca di cimeli che scioglieva le campane a festa quando i legni pontifici arrivavano dalle imprese come Lepanto.

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Gli eventi descritti sono a tutti noti, nulla che non sia conosciuto circa il  tramonto dei nostri valori urbanistici. Ma ciò che interessa evidenziare è che in ogni tramonto è nascosta un’alba.

 Ciò che si vuole portare alla luce è una felice asimmetria, una contraddizione tra l’accadere dei fatti storici che abbiamo voluto caratterizzare con il concetto di “non luogo”e la diffusa, continua, laboriosa capacità di narrazione degli eventi storici. Fa impressione, se si raffronta con altri insediamenti, la sequela degli storici cittadini. Frangipane, Manzi, Molletti, Annovazzi, Padre Alberto, Calisse, tra gli antichi. Ed ancora,  Bastianelli, Barbaranelli, Cinciari, Toti,  De Paolis, Correnti, Vitalini Sacconi, Insolera, Ciancarini, Maffei, tra i contemporanei. E le numerose associazioni, la Cemtumcellae, la Società Storica e tante altre amatoriali. E i tanti collezionisti di testi e cimeli cittadini. E i tanti altri aderenti alle due associazioni attivi nello scrivere storia del luogo (mi scuso per non nominarli tutti).

Ecco, dunque, il paradosso: nella realtà una devastazione della memoria, nella narrazione una edificazione della memoria. Espropriazione- appropriazione. Espropriazione della bellezza, appropriazione del linguaggio narrativo. Al libro di pietra frantumato si sostituisce il libro di carta che impedisce l’oblio.

E’ conclusione fin troppo facile asserire che il racconto della memoria appaia, in termini di inconscio collettivo, quale inconsapevole forma di riscatto dal senso di colpa del piccone demolitore e della pala che non ricostruisce. La felice asimmetria trova così giustificazione ma serve una più precisa evidenza del meccanismo l’ha creata.

La forza psicologica del lutto ci fornisce uno strumento efficace per tentare una descrizione del meccanismo.

 Una lunga appassionata elaborazione del lutto per un corpo urbanistico lasciato agonizzare, ha posto in essere un rito di ricomposizione di un equilibrio sociale alterato. La “perdita di luogo”ha comportato, nel tempo, una identificazione da parte  degli spiriti più sensibili con la memoria andata perduta. Generalmente, il lavoro del lutto ha quale fine quello di permettere il distacco definitivo dalla persona scomparsa (nel nostro caso un oggetto, la struttura urbanistica). Al contrario, per la nostra città l’elaborazione del lutto ha dimostrato e dimostra, per fortuna, una energia di investimento emotivo verso il non più esistente, tuttora forte. Dunque, il lavoro del lutto permane impedendo il ritiro dell’energia investita sull’oggetto andato perso.

Naturalmente, questa tonalità emotiva tutta improntata sul concetto di risarcimento è sottratta alla coscienza del singolo individuo valendo in termini di “spirito collettivo”.

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Perché esternare queste riflessioni? Quale il fine conclusivo?

Se il lavoro svolto dal lutto arricchisce la città di un prezioso investimento sul senso di appartenenza comunitario, allora è necessario radunare raccogliendo le esperienze culturali. Il radunare raccogliendo i vari significati elaborati sotto forma di scritti, di raccolte di oggetti antiquari, di visioni, di cimeli in un luogo a ciò deputato, rivestirebbe il significato di esibire con orgoglio il nostro genius loci.  Una sorta di riscatto nei confronti del “ non luogo”. Una compensazione della perdita di luogo. Significherebbe scendere finalmente a patti con lo spirito guardiano del luogo, troppe volte offeso, svilito, ignorato.

Non si può pensare che tutta la ricchezza che ogni storico ha custodito e che è servita per il suo lavoro vada persa. Si può obiettare che sia la famiglia lo spazio elettivo perché si conservi la memoria nel tempo. Ma il tempo ha spesso dimostrato che il custodire non permane. Il commercio antiquario è ricco perché dimostra che la precedente obiezione è sempre più  fallace con il rapido scorrere del tempo e delle generazioni.

Concentrare il patrimonio significa “aver luogo”, non luogo fisico ma un aver luogo culturale dove i nomi di chi ha contribuito a far memoria possano essere esibiti come vanto per le future generazioni. Perché le generazioni a venire possano essere  contaminate. Perché si esalti l’opera che ha permesso  che alla distruzione della memoria, sedimentata nella materialità, si sostituisse una memoria narrata, disegnata, collezionata. Perché il lavoro del lutto non termini spontaneamente disinvestendo l’energia per indirizzarla altrove.

A chi rivolgere l’appello?

Certo a chi ha fatto della città la sua passione storica. Certo a chi è sensibile a questi valori. Certo a chi ha la possibilità di finanziare una tale impresa.

A chi se non alla Fondazione?

A chi se non ad Odoardo Toti, a Carlo De Paolis, a Francesco Correnti, a Gianni Insolera, a Enrico Ciancarini perché raccolgano l’appello e facendolo proprio e  lo trasformino in un progetto da rivolgere alla Fondazione.

A chi se non a quegli architetti che hanno a cuore la città e lo hanno dimostrato con i loro lavori critici.

A chi se non a Fabrizio Barbaranelli e Nicola Porro da sempre interessati all’ascolto della città.

A chi se non a tutti gli animi che esibiscono una capacità di abitare il luogo al di là dell’essere semplici residenti in uno spazio mero contenitore di popolazione.

CARLO ALBERTO FALZETTI