Sulla spiaggia di Sant’Agostino ho ritrovato la fede

di FRANCESCO CORRENTI ♦

di Francesco Correnti

Molte cose, come è noto, si possono perdere (e ritrovare, in qualche caso) nel corso della vita, a cominciare – o meglio, a finire – dalla vita stessa, perdita che anzi è la conclusione ineluttabile di ogni vicenda esistenziale di qualunque essere vivente. Detto questo, voglio chiarire subito che non ho intenzione di dare a questo mio scritto alcun intento filosofico o religioso, che non voglio esternare – se non superficialmente – questioni personali, che io ritengo proprie della sfera intima e riservata di ciascuno, ma semplicemente raccontare un episodio che è rimasto per me, comunque, un fatto memorabile, nell’insieme dei ricordi di un periodo particolarmente cruciale per Civitavecchia ed anche per me stesso.

Come si sente dire in una serie di trasmissioni televisive di carattere storico che amo seguire, “correva l’anno” o comunque era in corso il 1970. Era il secondo del mio servizio di urbanista comunale ed avevo già avuto modo di constatare quanto fosse impegnativa l’attività che avevo intrapreso.

L’attenzione per l’urbanistica delle amministrazioni comunali di Civitavecchia è stata per lungo tempo una costante distintiva nel panorama dei Comuni del Lazio: basti dire del piano di ricostruzione affidato a Luigi Piccinato e già adottato il 15 giugno del 1945 e poi del piano regolatore, affidato nel 1959 allo stesso celebre urbanista e a due giovani professionisti che dimostreranno ben presto il loro valore. Fu il segretario generale Rino Gracili, un giovane toscano scattante e preparatissimo, con diverse caratteristiche fisiche e regionali poi incarnate da Roberto Benigni, a spingere per l’istituzione al Comune dell’Ufficio Urbanistico, divenuto realtà, dopo l’espletamento del concorso per un posto di Urbanista bandito il 1° agosto del 1968.

Gracili – un grossetano ricordato da Luciano Bianciardi nel Lavoro culturale del ’57 (editore Feltrinelli), in cui è “il Minuti”, uno dei responsabili delle attività culturali del gruppo di intellettuali – ricoprì poi incarichi sempre più prestigiosi, divenendo tra l’altro segretario generale del Comune di Milano, poi della Provincia di Firenze e, infine, segretario nazionale dell’Unione nazionale segretari comunali e provinciali e docente di diritto e legislazione all’Università di Firenze, definito – nel comunicato emesso dall’Unione per la sua scomparsa avvenuta nel settembre 2006 – «figura di grandissimo valore e prestigio che, nella sua lunga attività al servizio di piccoli e grandi comuni e province e nella veste di segretario nazionale, ha segnato la storia della categoria stessa e delle amministrazioni locali, tenendo alta la dignità ed il valore professionale della figura del segretario per istituzioni locali autorevoli ed a tutela dei diritti, a partire dai soggetti più deboli». Dal 2010, per iniziativa dell’Associazione culturale Niccolò Machiavelli di Caserta, è stato istituito il Premio “Rino Gracili” da attribuire all’autore di una tesi di laurea su argomenti inerenti la figura del segretario comunale e provinciale. Ma parliamo di un’altra epoca.

Dopo la sua partenza da Civitavecchia, ho mantenuto con lui affettuosi rapporti, ricorrendo in diverse circostanze impegnative e controverse ai suoi pareri e consigli, mentre a sua volta volle ripetutamente il mio inserimento tra gli esperti di diritto e legislazione urbanistica in alcune prestigiose iniziative editoriali in materia da lui presiedute.

L’organico dell’Ufficio Urbanistico di Civitavecchia era costituito inizialmente da due figure, un architetto e un geometra, e fu sistemato in due stanze al piano terra della sede centrale in Piazzale del Pincio, ma questa dotazione ben presto si rivelò insufficiente per la mole di lavoro che andava aumentando in maniera esponenziale. Fu così deciso di creare una sede distaccata (di pari passo con la creazione dell’assessorato all’Urbanistica, distinto da quello ai Lavori Pubblici), restaurando il casale, la famosa Dacia, all’interno del nuovo parco pubblico “della Resistenza” e creando così il primo nucleo dell’attuale sede dell’Ufficio Urbanistico. Trasferimenti e smembramenti, dispersioni in sedi diverse – con la lunga involontaria “diaspora” di Piazza Piccinato – e nuovi accorpamenti, avvicendamenti di personale e altri fattori di forte disagio hanno fatto perdere alla struttura le sue caratteristiche architettoniche sia all’esterno e sia all’interno, come sembra perduto – a giudicare da lontano – lo spirito e la coesione d’un tempo.

Avevo già svolto alcuni incarichi professionali a Civitavecchia, come il rilievo ed il progetto di restauro del molo romano e del fortino del Lazzaretto per il Ministero della Pubblica Istruzione, dal quale all’epoca dipendevano i beni culturali. Un progetto, che è stato poi ulteriormente approfondito nell’ambito della collaborazione con l’Autorità Portuale, ma che tuttora attende di essere realizzato nonostante il vasto successo delle iniziative per riconoscere al monumento il carattere di Luogo del Cuore del FAI, l’indubbia valenza storico-archeologica delle strutture e l’assurda situazione di abbandono e degrado nel contesto di un porto che ha ritrovato la sua antica monumentalità. Precedentemente, non avevo che pochissime conoscenze in città: un farmacista comunale che si era già distinto per i suoi studi in campo archeologico, il presidente di quella che era allora l’unica associazione culturale cittadina ed uno degli architetti progettisti del piano regolatore, che era stato tra i miei docenti in facoltà e che, peraltro, non viveva lì da anni, pur avendovi realizzato alcuni degli edifici moderni più belli.

Tra le nuove amicizie fatte a Civitavecchia, oltre ai colleghi degli uffici ed a molti componenti dell’amministrazione, a cominciare dal simpaticissimo sindaco-capostazione, un giovane professore dell’Istituto d’Arte e la sua consorte, la cui famiglia era simile alla mia (loro con due figli piccoli – maschietto e femminuccia – noi ancora con uno) e comuni affinità culturali, non ultimo l’interesse per il passato storico della città, cancellato dalle distruzioni belliche e dagli interventi dei primi anni del dopoguerra, che per noi erano ormai lontani, benché rimanessero grandi isolati vuoti, come l’area di Santa Maria, con un angolo fortunosamente conservato – vera e propria reliquia – della Cappella di Santa Fermina, altre a Via Stendhal, e quella molto ampia del Grand Hotel delle Terme sul Viale, ultimi residui da riempire e saturare delle cubature della interminabile ricostruzione. Fu proprio per un loro invito che, una domenica dell’agosto di quel 1970, con mia moglie e il piccolo Antonio ci recammo sulla spiaggia a nord di Civitavecchia per passare alcune ore di riposo e di svago. Romani e residenti a Roma, stavamo trascorrendo alcuni giorni a Cerveteri, per cui non era per me di alcun peso tornare nel luogo del lavoro quotidiano anche in una giornata festiva. Mi faceva anzi piacere rivedere quei tratto di costa, soprattutto la zona in territorio tarquiniese che non conoscevo abbastanza.

Avevo già iniziato, da alcuni mesi, lo studio della fascia costiera da Torre Valdaliga a Torre Sant’Agostino, per la regolamentazione delle concessioni demaniali marittime, di concerto con la Capitaneria di Porto e l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo. La Torre Valdaliga, allora, era soltanto una torre di guardia costiera, fatta costruire nel 1612 da Paolo V Borghese insieme a quella del Marangone (ho dimostrato in un mio saggio la pianificata equidistanza delle due torri dal faro realizzato contemporaneamente dallo stesso pontefice sull’antemurale), senza nessun sospetto del disastro ambientale che pochi anni dopo avrebbero prodotto le strutture della seconda centrale termoelettrica, nonostante la presenza di una villa marittima romana con peschiere, della stessa torre e di svariati vincoli[1].

Non erano state ancora pubblicate due opere che mi avrebbero molto giovato nelle mie elaborazioni urbanistiche, cioè la Guida alla natura del Lazio e dell’Abruzzo, curata da Fulco Pratesi e Franco Tassi (Mondadori, Milano 1972) – dove si parlava delle «salse di Torre di Orlando», i cosiddetti Montirozzi, vulcanetti di fango caratterizzati da fioriture di iris (su cui proposi un vincolo di monumento naturale) – e Il livello antico del Mar Tirreno: testimonianze dei resti archeologici di Giulio Schmiedt (Olschki, Firenze 1972), che forniva inediti rilevi e interessantissime foto aeree dei resti archeologici sommersi del litorale civitavecchiese, da Torre Valdaliga a Punta San Paolo, dalla Mattonara a Punta della Vipera di Santa Marinella. Fu allora che mi convinsi della necessità di basare la pianificazione attuativa del piano regolatore su approfondimenti specialistici di carattere scientifico, per comprendere tutte le implicazioni e le peculiarità della storia dei luoghi e dei loro precedenti assetti. Per la fascia costiera che stavo studiando, le “scoperte” erano numerose e affascinanti, tali da colpire profondamente per la ricchezza del patrimonio di preesistenze che avrebbero potuto rappresentare risorse straordinarie. Ma la realtà dei fatti doveva portare, invece, cocenti delusioni e forte sconforto.

A proposito dei resti archeologici, la lettura del De re rustica di Columella mi aveva evidenziato la rarità di fondali rocciosi tali da offrire tutte le condizioni necessarie per scavare direttamente le peschiere («vel exciditur in petra cuius rarissima est occasio»), come nel caso di Torre Valdaliga. Questo, poi, rilevava lo stesso Schmiedt, era uno degli esempi, con quelle di Ponza e di Ventotene, «più completi e grandiosi» del mondo antico. Sventuratamente, l’eccezionale documento archeologico ed il contesto costiero in cui era inserito (pur riconosciuto di notevole interesse pubblico in quanto costituente «un paesaggio di notevole bellezza naturale» e, pertanto, vincolato con decreto ministeriale 26 marzo 1975) è stato in seguito praticamente «inghiottito» dagli impianti termoelettrici dell’E.N.E.L. Singolare ricorso storico, ma scarsamente confortante è stato dato dalle vasche per l’itticoltura realizzate dallo stesso E.N.E.L. a breve distanza da quelle millenarie, nel quadro del cosiddetto «Progetto Carpa» per il riutilizzo delle acque di raffreddamento delle centrali (acque che, per la loro temperatura, hanno determinato – altra coincidenza storica – il proliferare delle alghe in tale zona che proprio dalle alghe ha preso il nome).

L’appuntamento con i nuovi amici civitavecchiesi era per le 10 del mattino, direttamente a Sant’Agostino, all’ingresso dello stabilimento che – benché fuori dei confini comunali – era gestito dal Comune di Civitavecchia. Non devo qui dilungarmi sull’antica notissima leggenda che pone, appunto su quella spiaggia nelle vicinanze di Centumcellae, verso la foce del Mignone, il celebre episodio dell’incontro tra il santo, intento a meditare sul mistero della Trinità, ed il fanciullo che, con una conchiglia, cerca di trasferire in una buca nella sabbia tutta l’acqua del mare. La presenza di Agostino in questa zona, secondo le infondate tradizioni (riportate esaurientemente da Vincenzo Annovazzi nelle sua Storia), andrebbe riferita al periodo del suo soggiorno romano (387-388), prima del ritorno in Africa, e sarebbe collegata alla visita, da lui fatta, ad un gruppo di monaci eremiti. Ma in questa sede la cosa non interessa più di tanto.

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Voglio riferire, invece, che la gita domenicale, dopo l’incontro con gli amici, si stava svolgendo nel modo migliore. La loro simpatia e la scoperta d’una comune origine isolana avevano contribuito a rendere particolarmente cordiale la conversazione, che si era poi orientata su alcune idee concernenti possibili realizzazioni pittoriche di arredo urbano (sull’esempio dei murales che cominciavamo a conoscere ed apprezzare) per rendere meno squallidi alcuni angoli della città intorno al cementificio. Dopo, ci siamo accinti ad una bella passeggiata verso la Frasca, dove – forti delle recenti letture della Storia di Civitavecchia di Carlo Calisse, nostro mito indiscusso – ci siamo attardati a commentare i resti affioranti di quella che, con tutta evidenza, appariva la riva dove era giunto il beato Senzio, approdando «in parvulo portu qui appellatur Columna», dove era eretta una colonna «ad directionem nautarum». Fu da quelle parti, che gli amici vollero renderci partecipi di altri aspetti tipici locali, raccogliendo ed offrendoci da assaggiare una prelibatezza, ovvero degli animaletti marini che chiamavano rampatelle e che noi conoscevamo dagli studi liceali come patelle, di cui lì per lì, da romano monticiano poco avvezzo ai cibi marinari, non apprezzai quanto avrei dovuto le proprietà organolettiche.

Siamo quindi tornati alla bella spiaggia agostiniana per una nuotata. Devo confessare, qui, che all’epoca avevo una sorta di fissazione, quella che, nuotando, l’anello che portavo da ormai tre anni all’anulare della mano sinistra mi potesse scivolare via. Evidentemente, oltre alle preoccupazioni affettive di sposo abbastanza recente, all’epoca erano lontani i tempi in cui, al contrario, sarebbe divenuto difficile togliere la fede nuziale dal dito, tanto da rinunciare a portarla. Perciò, prima di tuffarmi in mare, con l’acqua già alle ginocchia, mi sono voltato, ho sfilato il cerchietto aureo ed ho chiesto al bambino degli amici, Gianluca, che mi stava seguendo, di riportarlo a riva e darlo a Paola, rimasta seduta sulla spiaggia. Nel far questo, naturalmente, ho detto: «Gianlù, mi raccomando, attento! Tienilo forte tra le dita, eh?! Non te lo fa’ cadé!!!»

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Come se le mie parole avessero voluto significare esattamente l’opposto di quanto intendevo dire, dopo un rassicurante cenno affermativo del capo, il piccolo Gianluca – che aveva preso tra pollice e indice della mano destra l’anello – quasi avesse nel capo il ricordo risonante dei versi di Luigi Sailer e di quelli di Trilussa sulla famosissima Vispa Teresa, appena giratosi verso riva, con la manina alta davanti al visetto, fissando bene la mia fede, rimase per un attimo così, poi dischiuse le dita e quella sfuggì. Cadendo inesorabilmente in acqua e scomparendo alla vista. Inutili le ricerche immediate da parte di tutti noi. Sconforto e rassegnazione: dispiacere per la perdita di un oggetto tanto caro, tanto significativo nella vita di coppia, con la data del matrimonio e la dedica incisa all’interno, ma anche constatazione di un evento irrimediabile.

Una o due ore dopo, prima di accingerci a raccogliere le nostre cose per tornare alle rispettive case, abbiamo deciso, dato il caldo e il sole “preso”, di rifare un ultimo bagno, i nostri amici con i loro bambini, Paola ed io. Ci siamo spinti un po’ al largo, nuotando abbastanza a lungo e decidendo poi di tornare a riva dandoci una voce e procedendo quasi in parallelo, con un mare tranquillo e perfettamente limpido, quale oggi si immagina un sito da Bandiera Blu.

E fu Paola, procedendo a nuoto con la testa sott’acqua, un poco più avanti di me, ormai molto vicina alla riva, a veder luccicare qualcosa sul fondo sabbioso. Incredibile. Era poggiato sulla sabbia come se fosse stato posato delicatamente in quel momento. Era il mio anello! La forza dell’amore, il suo fortissimo senso di proprietà? Comunque sia, fu così che, sulla spiaggia di Sant’Agostino, sulla spiaggia della famosa visione dell’angelo, io ho ritrovato la fede.

Ho voluto raccontarvelo, e vi assicuro che è tutto vero, perché mi sembra ancora oggi una di quelle cose impossibili, che ogni tanto accadono.

[1] Lo studio aveva preso avvio dal fatto che era sorta, lungo tutto quel litorale, attraverso sporadiche concessioni demaniali, una molteplicità di manufatti, divenuti troppo numerosi, per sedicenti «ricoveri di attrezzi da pesca», che per dimensioni, forme, materiali e uso rappresentavano vere e proprie strutture di soggiorno familiare, con un forte impatto estetico negativo ed una impropria occupazione di suolo pubblico demaniale. Capitaneria ed AAST chiesero la collaborazione del Comune, con la ferma intenzione di procedere immediatamente alla rimozione forzosa di quelle casupole abusive, ma i risultati finali, nonostante le ordinanze, i piani ed i vincoli, dopo quasi mezzo secolo, non mi appaiono brillanti. La prepotenza di pochi, in certi posti, è spesso vincente sul diritto di tutti e sulla legalità. Comunque, il mio lavoro – comprendente il rilievo di tutte le preesistenze emergenti e di tutte le alberature esistenti – portò all’adozione di una variante al piano regolatore, da zona agricola a zona T.C, soggetta a vincolo di carattere paesistico per la tutela dell’ambiente naturale e destinata esclusivamente ad attrezzature d’uso pubblico di supporto al turismo balneare (deliberazione consiliare n° 403 del 5 ottobre 1972). Era previsto che l’Amministrazione Comunale, d’intesa con la Soprintendenza ai Monumenti del Lazio e con la Soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale, sentite la Capitaneria di Porto e l’A.A.S.T. di Civitavecchia, avrebbe adottato un progetto urbanistico dell’intera zona con le seguenti indicazioni:

  1. aree da destinare a verde pubblico (pinete e zone di rimboschimento);
  2. aree da destinare ad attrezzature di tipo turistico-balneare a carattere pubblico e di uso pubblico, con assoluta esclusione di edifici a più piani entro i 300 metri dal mare;
  3. aree a vincolo archeologico da valorizzare con opportuni interventi.

Tutte le suddette aree dovevano essere espropriate ai sensi dell’art. 27 della legge 22 ottobre 1971, n° 865. L’iter si prolungò nel tempo: le osservazioni degli uffici regionali furono formulate con molto ritardo e le controdeduzioni comunale vennero approvate con deliberazione n° 543 del 13 dicembre 1978, cui non seguì la deliberazione finale della Regione. D’altra parte, con DM 18 gennaio 1977, fu introdotta sulla zona la dichiarazione di notevole interesse pubblico, che praticamente confermava le stesse finalità del provvedimento comunale. Nel frattempo, dal 1974, avevo redatto un Piano particolareggiato per l’inquadramento dell’intera fascia costiera settentrionale, di cui fu approvato un primo stralcio con valore di norma transitoria, in attesa di atti definitivi, con deliberazione n° 326 del 20 marzo 1985.

FRANCESCO CORRENTI