A quelli che eravamo

di ELOISA TROISI 

_Perché tu spingi troppo, senza un minuto di sosta. Non abbiamo neanche il tempo di goderci un po’ la vita. La vita è troppo seria per prenderla seriamente.

_Ma se spingo così è perché voglio che le cose vadano meglio e voglio rendere noi migliori – voglio rendere te migliore. Ne viene fuori un inferno, ma io devo continuare a farlo finché tu non sarai quella cosa perfetta che puoi e vuoi diventare. Non troverai mai un’altra che vada così bene per te, che creda in te quanto ci credo io e che ti ami quanto me.

_Lo so questo.

_E perché mi lasci?

_Sarebbe una sconfitta per tutti e due.  

_E se fosse una vittoria per tutti e due?

 [Dal film “Come eravamo”, 1973]

 

Al primo amore.

Eravamo giovani, avventati, arroganti, stupidi. E avevamo ragione, non rimpiango niente.”

[A. Hoffman]

Non so che cosa hai trovato <dopo di noi>, se hai ottenuto le soddisfazioni che credevi di meritare – se poi in fondo le hai meritate davvero, senza indulgere nei compromessi degli “arrivati”, che ci ammonivano per la nostra intransigenza. Non so se conservi i tuoi vizi, i tuoi impeti e le tue battaglie. Non so cosa conosci, né cosa riconosci. Ho smesso di chiedermelo tempo fa, ché sono ormai al di là di ogni nostalgia. La nostalgia è un vezzo da deboli, un nettare proibito in questo Olimpo di forti e spietati guerrieri che macina numeri, informazioni e consumi.

Non so cosa ti abbiano detto, ma non mi manchi affatto. Chiunque vada in giro denunciando, in mia vece, la tua mancanza, è un millantatore. Un diffamatore che meriterebbe le fiamme dell’inferno, se fosse uno di quei tuoi confessori con velleità soteriche, o la pubblica gogna, se fosse uno di quegli atei con cui dicono ti diverti tanto nelle tue notti di bagordi. Sei più stata a Medjugorje, coi piedi a sanguinare chilometri per espiare le colpe di tutto il mondo? Quel grande senso di colpa che ti porti dentro, come una rivalsa collettiva, l’hai poi lasciato sfogare o l’hai represso? O forse sei alla fine andata nei casinò di tutto il mondo, per fugare il dolore universale in un attimo di leggerezza? Come sei invecchiata? E con chi? Chi si prende cura dei tuoi anni, chi è che non diserta l’alcova?

La verità è che mi manchi e non trovo l’antidoto.

Forse potresti consigliarmene uno tu, qualcosa che mi faccia dormire; coi narcotici hai ormai una certa dimestichezza, tu. Non sei più la ragazza cui si stagliava una piccola ruga sulla fronte mentre leggeva Chandler in spiaggia. Ora tu le menzogne umane le capisci bene, hai smesso di annaspare nell’intricata rete di convenzioni sociali che dicevi un giorno o l’altro t’avrebbe soffocato. Respiri ancora? Sei viva, hai capito come razionare l’aria. Ognuno ha un suo modo di imparare a farlo. Io non l’ho fatto. Io sono rimasto indietro, nella fila di quelli che aspettano che gli altri si voltino. Per eludere i lunghi tempi tecnici dell’attesa, ho un’intera partita di tabacco e nessuna fretta.

Un’immagine ravviva ogni giorno la mia speranza, e mi dice che un giorno tornerai.

È la foto che mi avevi chiesto di dare alle fiamme, in cui ti giri verso di me, che sto scattando, e protesti. Hai i capelli in disordine, le gote rosse e gli occhi grandi. Hai vent’anni e ancora non lo sai, ché per essere felici è necessario non saperlo. Si intravede il piglio energico del tuo piccolo polso che si agita sempre invano, si sente chiaramente il tuo profumo di battaglia, si leggono distintamente i tuoi irrealizzabili progetti futuri, la tua convinzione che riuscirai, domani, a stanare la panacea per il dolore universale.

Vorrei deponessi ogni pretesa di maturità e la smettessi di liquidare le mie obiezioni con gli argomenti del mondo, che hanno finito per appartenerti eppure ti sono estranei. Vorrei recuperassi la Bellezza della tua gioventù, la caparbietà di crederci sempre, la presunzione di sapere tutto, senza poi sapere niente. Vorrei tornassi a spingere, a volere di più, a migliorare te stessa combattendo la lotta per un mondo migliore, più giusto. Ora confondi “giustizia” ed “equità”: ti illudi siano sinonimi, hai reso la giustizia un valore ragionato, relativo, somma di tutte le equità che ti hanno suggerito. Dimentichi quando la giustizia era l’iniqua equazione di chi si spende a fare il sovversivo, a distribuire volantini che nessuno avrebbe mai letto, ad inventare un mondo nuovo e teorico, dove l’essere umano era una creatura onirica ed ideale. Uno spirito orientativo.

Vorrei ricordassi che il cambiamento collettivo inizia dalle invenzioni dei tuoi vent’anni; ti hanno fatto credere che il darwinismo sia una legge ineluttabile, cui niente e nessuno può sottrarsi, che le cose belle sono destinate a morire presto, che la lealtà e la fedeltà non hanno alcun posto in questa società. Ti hanno convinto a ripensarci come soccombenti. Ma tu sai che non è vero; il tuo cuore sa che il darwinismo ideale è una favola che si raccontano i più deboli per legittimare i propri convenienti errori premeditati, e che l’ambiente che ti circonda, che chiede il tuo spasmodico adattamento, è solo una tua proiezione. Hai più messo gli occhiali? Non avresti dovuto; ora sei vulnerabile agli inganni della realtà, agli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Vorrei avessi continuato a salutare gli estranei e a sorridere ignara a chi ti chiamava in lontananza. Vorrei non fossi andata così lontano.

Leggi ancora Sofocle? Lotti ancora con Antigone o hai alla fine perdonato Creonte? Sì, la complessità della psicologia, le grate dei ruoli, l’impossibilità della scelta, il senso di responsabilità, il contesto storico. Se hai capito tutto questo, sei alla fine maturata. Ma non sei più Antigone, non vesti più di bianco per sposare le tue cause assurde, per affrontare i poteri con una sana dose di anarchia intellettuale. Sei corsa via dall’altare per sposare un altro, uno che ti ha scelto e che ti ha aiutato a diventare quella che non sei, uno che non ti fa male e che, forse, mi somiglia. Uno che non sono io. Uno di loro.

Cosa dipingi ora? Di cosa scrivi? Racconti questa parata di volti ipocriti in una collezione di quadri da salotto borghese? O tiri su le spalle e ti adatti a disegnare paesaggi bucolici, per fuggire da te stessa? O forse non dipingi più. Che verità ti racconti?

Ecco, ti sei voltata.

Alzi la testa spavalda, hai i fianchi più rotondi, addolciti dai “sì” degli anni. Imparo dal tuo labiale rapido ed indispettito che la serenità non è una colpa, che la felicità è roba da ambiziosi intransigenti. Imparo dal tuo labiale tutti i chilometri che hai percorso, le cifre di una che non mi vuole più.

Sospiri e ti raccogli i capelli sul capo. Hai il mento più spigoloso, appuntito dai “no” degli anni. Ha assunto una linea tremula, è stanco; le sue movenze intermittenti mi sussurrano che non sei mai stata una di loro, che non mi hai mai dimenticato. Che continui a dipingere, che ogni giorno disegni e cancelli il tuo volto antico; non hai più la forza di sporcare il tuo ritratto, sei ormai al di là di ogni pretesa da dandy londinese.

Orfeo s’è voltato, Euridice ha capito: c’è un tempo per ogni cosa, anche per capire la dialettica, Hegel ed il suo terzo momento.

Euridice ha capito: ha il sorriso di una che ti ama, le bionde trasparenze di chi se ne va e ti dice, senza alcun rimpianto, cheprobabilmente non sei più chi sei stata, ed è giusto che così sia.

ELOISA TROISI

Nota non necessaria:  inizialmente, queste righe volevano essere un invito a recuperare l’entusiasmo della prima gioventù, a rivendicarne il valore sociale e la forza creativa, con qualche fisiologica indulgenza alle nostalgie universali.
Poi, però, Euridice ha capito.