IL RIMEDIO – 25 – L’Architetto d’Occidente

di FEDERICO DE FAZI ♦

25 – L’Architetto d’Occidente

Pavel si svegliò con una strana sensazione, come se qualcosa gravasse su di lui. Immaginò che dovesse essere l’effetto della tensione per quello che da lì a pochi giorni sarebbe successo. Poi si accorse che c’era qualcosa di strano nella stanza, come se qualcuno avesse scoperchiato il tetto per far entrare la luce della luna piena. Si mosse e vide un’ombra scura seduta sul suo letto.

L’ombra si allungò e arrivò a coprirgli la bocca con una mano a tratti pelosa e a tratti liscia.

Pavel stava per scattare in avanti con tutte le sue forze, ma la luce lattiginosa che illuminava la stanza gli fece distinguere in quell’ombra il volto di Samaele, che gli faceva cenno di fare silenzio.

La porta della stanza di Samaele cigolò e la luce si affievolì lentamente. Quando il bagliore argenteo si ridusse a qualcosa di appena percettibile, Samaele allontanò le mani coperte dai guanti dal volto del ragazzo e si diresse verso la porta. Pavel vide che il mago teneva in una mano lo scramasax, mentre nell’altra aveva il coltello dalla lama azzurra.

Passò qualche minuto dall’uscita del mago dalla stanza e il ragazzo udì un rumore, come se qualcuno avesse rovesciato un sacco di sabbia per terra. La cosa strana era che il rumore non si arrestava, ma continuava, come se il sacco continuasse a svuotarsi e il pavimento rimanesse perennemente pulito.

Il ragazzo trovò il coraggio di andare a vedere cosa stesse succedendo. Trovò Samaele in piedi nella sua stanza, alle spalle di una figura umana bianca e luminescente, che sembrava vestita come un ricco notabile della Leveransia centrale. Nella mano sinistra, Samaele stringeva il coltello azzurro, mentre la destra teneva lo scramasax piantato nella schiena di quella sorta di statua.

“Mi sorprendi, Architetto d’Occidente” disse Samaele, mentre il rumore che faceva la statua si stava lentamente trasformando in qualcosa di simile a quello che fanno i denti quando digrignano. “Dopo tutto questo tempo credevi ancora che fosse così facile uccidermi nel sonno?”.

Dalla statua, lo stridore si modulò in un suono affine alla parola umana: “E tu credi che basti pugnalarmi alle spalle?”.

Pavel vide la testa della statua ruotare insieme alle mani e ai piedi, invertendo la propria posizione con il suono di mille unghie che grattano una lavagna, fino a mostrare una maschera d’argento.

Non appena la maschera divenne visibile, Samaele piantò il coltello azzurro poco sotto l’attaccatura del mento. Lo stridore divenne così forte che a Pavel venne la pelle d’oca e a malapena riuscì a distinguere la voce di Samaele che diceva: “Ovviamente non sono così stupido”.

Lo sgradevole rumore emesso dalla statua si modulò di nuovo, ma in modo così sgraziato da smuovere le viscere. A Pavel sembrò che la statua stesse ridendo e tossendo contemporaneamente.

“Cosa credi di fare, mago dei nodi?” stridette la statua.

Samaele tacque.

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“Vuoi fermarci? Sai che non puoi farlo. Vuoi uccidermi? Non puoi fare neanche questo”.

“Sai bene che posso fare sia l’una che l’altra cosa. A Colle del fico ne hai avuta una dimostrazione pratica, Salamoia”.

La statua ebbe uno scossone, la maschera ruotò come a cercare il volto di Samaele.

“Tu!” ringhiò.

“Dopo cinque anni e tutto quello che hai fatto sei ancora Architetto d’Occidente. A pensarci bene, dubito che potrai anche solo sperare di divenire qualcosa di più e mi diverte l’idea che le tue disgrazie siano state opera di un pugno di ragazzi neanche ventenni”.

La statua cominciò a crepitare e scricchiolare, come se lottasse per liberarsi dalle lame sapientemente affondate dal mago dei nodi.

“Ora, Architetto d’Occidente, se permetti mi prendo una piccola soddisfazione”.

Samaele iniziò a pronunciare una nenia dal suono gutturale, che a Pavel fece venire i brividi. Brividi accentuati dallo stridore della statua, divenuto tanto forte che non servì a nulla tapparsi le orecchie per impedire che quel rumore insopportabile di ardesia graffiata gli entrasse dentro, rimbombandogli nelle ossa del cranio, nel ventre e trapanandogli i timpani. Chiuse gli occhi e, quando il rumore cessò, si accorse che stava gridando tanto forte che gli faceva male la gola.

Aprì gli occhi e vide una montagna di sale sparsa per terra e sul letto, che ancora brillava di luce bianca. Samaele si era diretto rapidamente verso la parete, a ridosso della quale si trovava la maschera d’argento, caduta sul pavimento. Con un calcio la ridusse in frantumi, ma Pavel non udì niente se non un lieve colpo ovattato.

Prima di rendersi conto di essere divenuto quasi sordo, fu afferrato per un braccio da Samaele, che lo portò fuori dalla foresteria, sul piazzale di terra battuta. Lì il mago si tolse i guanti e, accendendo la lanterna che aveva portato con sé, gli ispezionò gli occhi, col risultato di accecarlo. Poi lo spinse brutalmente verso il fontanile e gli sciacquò ripetutamente la faccia, mandandogli l’acqua nel naso e negli occhi. Fatto ciò, anche lui si lavò energicamente la faccia.

Appena gli occhi si abituarono alla luce, Pavel si accorse che il volto del mago era paonazzo e gonfio. Anche lui sentiva la faccia, gli occhi e la gola bruciare. Tossì più volte e, portandosi le mani alla bocca, si accorse che il labbro superiore era sporco di un misto di muco e sangue, del quale sentiva l’odore metallico. Si affrettò a sciacquarsi di nuovo, sia per pulirsi, che per alleviare l’insopportabile bruciore.

L’udito sembrò ritornare, perché riuscì a capire abbastanza bene quello che gli diceva Samaele.

“Siamo rimasti esposti poco alle esalazioni di quei sali, grazie all’Uno. Un altro po’ e ci saremmo ricoperti di vesciche”.

“Cos’era quella… cosa?” chiese, indeciso se tremare per il freddo che sentiva sulle braccia e il torace o boccheggiare per l’ardere della faccia, degli occhi, della gola e dei polmoni.

“Vorrai dire chi era” lo corresse il mago. “Il nostro ospite era Ransaldo dei Canossi, Architetto d’Occidente della Gran Loggia di Sentra, Sinarca del Gran Meridione di Leveransia, conosciuto anche come il Burattinaio di Valverde o il Burattinaio bianco. Alcuni di noi lo chiamano semplicemente Salamoia, per schernirlo”.

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Pavel guardò Samaele sbigottito: “Il Burattinaio di Valverde? Volete dire che è stato lui a far uccidere l’arciduca Baiardo, sua moglie e suo figlio?”.

Samaele sorrise e, sospingendo Pavel, lo invitò a rientrare.

“Diciamo che ci ha provato. Diciamo che non c’è riuscito del tutto”.

Pavel strabuzzò gli occhi e, considerato che erano irritati e gonfi, il risultato fu piuttosto comico.

“Allora è vera la storia che l’Arciduca e la Contessa sono riusciti a scappare. Ci sono alcuni che dicono che sono stati i Maghi del Sonno di Serune, altri i Giudici di Òssia. Invece sono stati i Maghi dei Nodi, non è così?”.

Samaele sorrise, forzando le labbra gonfie.

“La realtà è sempre molto, ma molto più complicata e sorprendente delle nostre fantasie. Comunque ho promesso che su quanto avvenuto avrei mantenuto il silenzio, e infatti neanche Marzio sa nulla di quello che è successo e ti chiedo di non farne parola con nessuno”.

“Non è che mi avete detto molto”.

Samaele si indurì.

“Ti ho detto anche troppo e un giorno, stanne certo, ti racconterò ogni cosa. Ma ora come ora non posso dire di più. Vorrei, ma non posso farlo. Adesso aspettami qui”.

Il mago si diresse di nuovo verso la foresteria.

“Che cosa fate?” chiese il ragazzo, intirizzito dal freddo.

“Dobbiamo andare a vedere se da Eponia va tutto bene. Prendo le mie cose e le tue, ma tu devi rimanere qui. Non devi esporti di nuovo alle esalazioni del burattino di sale”.

Pavel rimase nella penombra notturna, tremando di freddo per un tempo che gli sembrò interminabile. A un certo punto ebbe paura che Samaele fosse rimasto soffocato dalle esalazioni e stava per entrare nella foresteria per soccorrerlo, ma il mago uscì fuori vestito con la tenuta del suo ordine, un involto di stoffe in una mano e un sacco nell’altra.

Samaele condusse Pavel nella stalla e gli porse l’involto, contenente i suoi vestiti.

“Cambiati in fetta”.

“Perché?” chiese il ragazzo, mentre Samaele si dirigeva verso Solstizio.

“Ho il timore che Ransaldo non abbia voluto colpire solo me ‘stanotte. La locanda è ben protetta, ma potrebbero aver bisogno del nostro aiuto. Inoltre è un posto molto più sicuro dove dormire”.

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Disegno di Carlo Cianflone

In sella a Solstizio, galopparono fino alla locanda. L’animale di Samaele non faceva alcun rumore e quando arrivarono, nessuno doveva essersi accorto del loro passaggio.

Appena entrati li colse un forte odore di lisciva. Due uomini di Bogatir stavano armeggiando con grandi scopettoni per pulire il pavimento, mentre Eponia, pallidissima, li guardava dall’altra parte della sala, seduta su una panca.

La donna respirava con scambi brevi e concitati, tenendo una mano tremante davanti alla bocca.

“Pavel, vai a vedere come sta” disse Samaele, che invece si diresse verso i due armigeri.

Il ragazzo si avvicinò ad Eponia. A parte il colorito e il respiro, lei sembrava a posto. Riuscì a sentire uno degli armigeri rispondere a Samaele: “Sono entrati in tre. Credo volessero dare fuoco alla locanda, ma gli uomini di oricalco li hanno fatti a fette prima che potessero rendersene conto”.

Pavel chiamò Eponia. Lei diresse lo sguardo verso di lui e si sforzò di sorridere, ma gli venne una smorfia stirata, che non aveva nulla a che vedere con il sorriso rassicurante che aveva di solito.

“Ciao, come stai?” gli chiese, sforzandosi di reagire.

“Io? Io sto bene” rispose Pavel.

Eponia si riprese con uno scossone.

“Mi serve della vodka” disse, alzandosi bruscamente.

Pavel la seguì meccanicamente in cucina. Lo stanzone era ancora impregnato dell’odore di grasso e verdure cotte, ma nel grande camino le braci mandavano solo una sbiadita luminescenza rossastra. Eponia non sembrò accorgersi che la stanza fosse completamente buia, ma si diresse da una parte e Pavel la sentì prendere qualcosa di terracotta. Poi poggiò gli oggetti di coccio su di un tavolo, versò qualcosa dentro uno di questi e bevette con un rumoroso singulto, emettendo un verso aspirato. Solo a questo punto accese una candela di sego poggiata sul tavolo. Pavel la vide seduta accanto al tavolo, con una tazza in una mano e una bottiglia di terracotta poco distante.

“Puoi sederti se vuoi” lo invitò la donna. Il ragazzo accettò e, sedendosi accanto a lei, si accorse che il suo vestito era imbrattato di sangue.

“Siete ferita?” chiese allarmato, pronto a chiamare Samaele.

“No, tranquillo. Questo sangue non è il mio”.

Si versò un altro po’ di vodka nella tazza. Pavel poteva sentirne l’odore forte di alcol.

“Non dovreste esagerare, signora”.

“Non preoccuparti, ragazzo. Questa è poca roba per me”.

Prese dalla tazza un altro rumoroso sorso, seguito da un altrettanto rumoroso sospiro. Il ragazzo si sentì infastidito dalla cosa. Era certo un comportamento disdicevole per una donna, quello di bere come fanno gli armigeri beteni, ed Eponia gli era sempre parsa una donna estremamente morigerata e attenta ai suoi comportamenti. Non ebbe voglia però di dirle qualcosa. Preso quell’ultimo sorso, comunque, Eponia allontanò il contenitore della bevanda.

“Ora sto meglio” disse quasi ruttando. Pavel, in quel momento, stentò a riconoscere in quella donna scostumata e imbrattata di sangue non suo la stessa per la quale, fino a poco tempo prima, sentiva di provare una certa attrazione.

“Che cosa è successo?” chiese il ragazzo, che non aveva ancora ben capito.

“Tre miei avventori sono scesi mentre stavo riordinando le ultime cose” iniziò lei. Le mani le tremavano. “… mi hanno… stavano per…”.

Appoggiò le mani sui capelli ambrati. La manica sporca le macchiò il volto.

“Insomma, Due e Cinque sono intervenuti e li hanno…”.

“Ho capito” tagliò corto Pavel, comprendento che in quel momento la donna non avrebbe potuto tirar fuori di meglio.

La stanza venne illuminata da una luce bianca abbagliante. Per un attimo Pavel pensò che si trattasse di un altro burattino di sale del sinarca, invece era Samaele, che aveva acceso la sua lanterna e la stava poggiando sulla mensola del camino.

“State bene, signorina Eponia?” chiese.

“Più o meno”.

“Mi sono preso la libertà di portare Solstizio nella stalla sul retro. Spero che la cosa non vi dispiaccia”.

“Di sicuro mi è capitato di peggio ultimamente” rispose lei, indicando gli abiti imbrattati.

“I soldati mi hanno detto che non avete voluto avvertire Marzio”.

“Si allarmerebbe per nulla. Ormai è passato”.

“Dove sono adesso gli automi?” chiese Pavel.

“Tre di loro” rispose Samaele “a quanto mi hanno detto, sono andati a seppellire i corpi. Altri due sono andati con Bogatir e un paio di guardie a fare irruzione a casa di Teodoro. Se non sbaglio ce n’è uno che è al piano di sopra a controllare che non ci siano altre sorprese”.

“Non sbagliate” disse secca Eponia.

Samaele si sedette pensieroso.

“È tutto molto strano”.

“Che cosa?” chiese Pavel.

“Ransaldo mi ha attaccato direttamente. E questo è comprensibile, visto che effettivamente aveva buone possibilità di farmi fuori senza problemi. Ma attaccare questa locanda in tre, sapendo benissimo che era qui che si rifugiavano gli automi e sapendo altrettanto bene quanto questi possano essere pericolosi, mi sembra insensato”.

“Forse non tutti sono acuti come voi, Samaele” disse Eponia, che stava riprendendo colorito.

“O forse questo era solo un crudele diversivo, un’esca o una provocazione… Bogatir!”.

Samaele scattò in piedi e corse fuori dalla locanda.

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“Che uomo dinamico!” esclamò Eponia sardonica.

“Saprà la strada per la casa dello Starosta?” chiese Pavel.

Eponia fece spallucce.

“Gliel’avranno detta le guardie. Non è difficile da trovare, comunque, visto che è il tetto più alto dopo la vostra accademia”.

La donna si accasciò sulla sedia, socchiudendo gli occhi. Sospirò: “E io che avevo paura di annoiarmi in questi giorni! Tu invece che mi racconti?”.

“Un sinarca ha cercato di uccidere il maestro Samaele. Lui però l’ha preso alle spalle e lo ha…” l’aveva ucciso? L’aveva in qualche modo esorcizzato? Pavel non l’aveva capito bene.

Si accorse che si era soffermato un po’ troppo quando Eponia emise una risata forzata.

“Uno si immagina che i Surransi siano gente tranquilla e pacata. Chi si aspettava che invece portassero tanto scompiglio!”.

“Già” annuì Pavel, che nell’ultima settimana ne aveva passate tante da poterci scrivere un libro.

“Mia signora” annunciò una guardia entrando. “Abbiamo finito di pulire, ma il capitano Bogatir ci ha intimati di rimanere a guardia della vostra persona”.

Eponia si alzò.

“Andate a prendere due sedie”.

Quando i due armigeri si ripresentarono con le sedie, Eponia aveva preparato un tagliere di salumi e formaggi, accompagnato da una pagnotta. I due soldati si sedettero e iniziarono, senza troppe cerimonie, a mangiare sguaiatamente, contorcendo spasmodicamente le loro facce che a Pavel parvero né più né meno che quelle di assassini patentati.

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“Tu sei il moccioso che a momenti non ci faceva ammazzare tutti a Dolsok, vero?” disse una delle guardie. Pavel si morse le labbra.

“La signorina qui presente ha qualcosa da insegnarti sul sangue freddo” continuò, mettendosi una manciata di mollica di pane in bocca e bevendo per ingoiare tutto in un sol tempo. “Quando quei bastardi hanno cercato di ucciderla, non ha emesso un fiato, ma li ha portati proprio dove si trovavano nascosti gli uomini di oricalco”.

“… E loro li hanno tagliati a metà senza neanche dargli il tempo di raccomandare l’anima all’Uno” continuò l’altro, spargendo briciole di pane e formaggio masticate sulla tavola. “Culsa saprà portarli dove meritano”.

“E adesso guarda dov’è. È in un angolo a tremare? No, ci sta servendo come se nulla fosse. Non come te che te ne sei andato in giro come un coniglietto spaventato, facendoci quasi ammazzare” concluse il primo armigero.

A quel punto Pavel non si trattenne: “A me è sembrato che fosse stato il vostro capitano a buttarvi dritti in una trappola”.

Lo sguardo delle guardie si raggelò.

“Che hai detto?” disse quello che a Pavel sembrò avere il ceffo più inquietante.

Eponia disse qualcosa per placare gli animi, ma Pavel non le prestò ascolto, anzi, alzò la voce tanto che Eponia temette che i suoi sforzi per non svegliare la clientela al piano di sopra fossero stati vani.

“Il maestro Samaele vi aveva avvertito che vi stavate per cacciare dritti in una trappola, ma voi niente. Il vostro capitano ha abboccato come un pesce e voi pecore gli siete…”.

Non fece in tempo a finire il suo eloquio, che il brutto ceffo scattò in avanti, afferrandolo per il mento e sbattendolo contro il muro.

“Tu hai la lingua lunga, piccolo pugno di sterco!” sibilò il masnadiero, emettendo un alito pestilenziale. Pavel si accorse che sulla sua guancia stava poggiato il freddo metallo di un coltello. “Ma non ti preoccupare, ho un rimedio alla tua insolenza: vediamo se hai ancora il coraggio di offendere il capitano Bogatir, dopo che ti avrò mozzato quella bella linguetta che ti ritrovi”.

“Ora basta. Lascialo andare” intervenne Eponia dura.

 Il soldato strinse il mento di Pavel ancora più forte con la mano impiastricciata di cacio e grasso, mentre con il filo del coltello gli accarezzava la guancia come per raderlo.

“Lascialo andare, ho detto” ripeté Eponia. Il masnadiero allentò la presa.

“Ringrazia la signora” disse, allontanandosi.

Pavel si accasciò a terra in preda a un misto di rabbia e terrore. Avrebbe voluto lanciare contro l’uomo che l’aveva minacciato le peggiori offese, ma invece riusciva solo ad ansimare faticosamente.

“Gradirei rimanere sola adesso, signori” disse Eponia, rivolta ai soldati.

“Mi dispiace, ma il Capitano ci ha espressamente ordinato di…”.

“Il vostro Capitano farà fatica a distinguervi da questi salumi se non ve ne andate subito” disse infine, indicando l’entrata della cucina. Dalla porta aperta, infatti, si stava sporgendo la figura di un automa. I due uomini si guardarono in faccia e uscirono, stando bene attenti a non sfiorare l’automa neanche con le loro vesti.

Una volta usciti i soldati, l’automa entrò seguito da un altro.

“Perché i tuoi alleati avevano intenzioni ostili nei confronti dell’alleato Pavel?” chiese uno dei due automi, che aveva gli occhi color ambra.

“I nostri difensori alle volte fanno fatica a distinguere i loro alleati dai loro nemici” rispose Eponia.

“Continuo a non capire” disse l’automa.

“Forse Eponia vuole dirci che, in determinate circostanze, il sistema di riconoscimento delle loro unità kaeth ha dei malfunzionalenti” replicò l’altro automa, con gli occhi bianchi come la madreperla.

“Continuo a non comprendere. Se quelle erano unità kaeth, cosa le distingueva dalle altre unità? E perché non sono state smantellate o non hanno subito revisioni immediate?”.

“Perché la funzione degli umani non è data dai loro attributi fisici o di programmazione”.

A parlare era Samaele. Pavel si sporse e lo vide avvicinarsi.

“Maestro! Cosa è successo?” chiese concitato.

“E cosa definisce le vostre funzioni?” chiese l’automa, ignorando Pavel.

“Un insieme di fattori molto complessi” rispose Samaele, anche lui ignorando il ragazzo. Il suo volto era fortemente abbattuto. “Prevalentemente però sono le nostre scelte a definire la nostra funzione. Avete della cervisia, Eponia?”.

“Cervisia?” chiese lei.

“Perdonatemi. Termine meridionale. Della birra, per favore. Giusto un paio di dita”.

“Certamente. Sedetevi e vi servirò”.

Rapidamente Eponia andò a prendere un boccale, mentre Samaele si sedeva con calma accanto a Pavel.

“Che cosa è successo?” chiese di nuovo Pavel.

“E come può la funzione di un’unità essere definita dalla sua scelta? Formulo meglio: io ho visto come voi Umani, nonostante siate quasi indistinguibili gli uni dagli altri, abbiate delle caratteristiche che vi rendono più affini a una funzione o a un’altra. Com’è possibile che queste funzioni siano definite da una serie di scelte personali?”.

“A quale funzione sarei affine, alleato?” chiese allora Samaele, mandando giù un sorso di birra e storcendo le labbra. Pavel, non gradendo di essere ignorato in quella maniera, iniziò a grattare nervosamente il tavolo.

“È il fulcro della mia questione. Non riesco facilmente a definire le funzioni degli Umani. In una prima analisi, direi che sei affine alla funzione di un’unità ran, poiché hai la tendenza ad interfacciarti con individui ed esseri diversi da te senza problemi, tuttavia siamo a conoscenza di quanto hai fatto nel luogo designato come Dolsok e nella terra da dove provieni. Siamo a conoscenza delle tue azioni in difesa di chi non può farlo autonomamente contro ostili di gran lunga superiori alle tue apparenti capacità offensive, cosa che ti rende molto simile ad un’unità kaeth…”.

“Forse ho capito” intervenne l’altro automa. “Gli Umani non hanno matrice, pertanto non possono designare la loro funzione in base a uno schema definito”.

“Tuttavia hanno delle funzioni. Ci sono dei guerrieri, come degli artefici, come dei messaggeri, come degli strateghi. Com’è possibile che possano definirsi senza matrice? Che senso ha? Con che criterio lo fanno?”.

“È una domanda a cui non so dare una risposta” disse Samaele. “Vi sono numerosi pensatori della nostra specie che si scervellano per trovarla, ma fino ad ora non l’hanno fatto. A me piace pensare che la nostra matrice sia l’Umanità stessa, ma che siano pochi a comprenderlo pienamente, poiché essa non impartisce gli stessi vincoli che vi sono tra gli Automi, essendo l’Umanià vasta e varia oltre ogni capacità di comprensione del singolo individuo. Tutti coloro che non riescono a capirlo, agiscono seguendo i dettami di una o più matrici fittizie, più piccole e comprensibili, come può esserlo una famiglia, una città, una fede religiosa o una nazione. Queste matrici a volte possono essere coerenti con la matrice originaria, ma molto più spesso non lo sono”.

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Per cambiare argomento, Samaele rovesciò con delicatezza sul tavolo il sacco che aveva portato con sé. Ne uscì un cristallo irregolare grande come la testa di un uomo, seguito da altri più piccoli.

“Non so se siete stati informati del fatto che un sinarca ha cercato di attentare alla mia vita utilizzando una marionetta di sale. Sono riuscito ad avere la meglio su di lui e a recidere il legame che lo connetteva alla marionetta. Nel farlo, credo di avergli arrecato un danno tale da impedirgli di creare un collegamento simile in futuro. Probabilmente così facendo ho contravvenuto al codice che regola i comportamenti degli appartenenti alla matrice fittizia dei Maghi dei nodi, ma non credo che ne farò personalmente un dramma”.

“Sono i frammenti di un cristallo matrice” riconobbe l’automa con gli occhi di madreperla.

“Li ho estratti dalla marionetta di sale fatta dal sinarca, che a sua volta presumo sia stata creata usando il corpo dello starosta Teodoro e di un paio di suoi servitori”.

“Come potete affermarlo con tanta sicurezza?” chiese Eponia.

“Perché la casa dello starosta era deserta e con la porta aperta. Qualcuno potrebbe pensare che abbia organizzato una fuga precipitosa, ma tutto era predisposto come se si stesse consumando una cena con ospiti illustri, a parte il fatto che le pietanze erano in parte cristallizzate, così come parte del corpo di alcuni commensali”.

“Pensi che l’individuo chiamato Licio sia morto anch’egli?” chiese l’automa con gli occhi di ambra.

“No. Lui è ancora vivo. È stato lui a mandare i suoi uomini a tentare di distruggere la locanda”.

“E questo come lo sapete?” chiese questa volta Pavel.

Samaele sospirò. Pavel si aspettò una risposta, ma il mago dei nodi si rivolse ad Eponia, chiedendole se fosse possibile alloggiare lì per la notte.

“Naturalmente. C’è giusto la camera occupata da quei due banditi. Gli uomini di Bogatir l’hanno anche perquisita e non vi hanno trovato nulla. Non ho dovuto rifare neanche il letto”.

“Vi ringrazio. Siate così gentile da accompagnarci”.

Eponia prese una candela e si incamminò con Samaele e Pavel.

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“Posso sapere almeno cos’avete, maestro?” chiese il ragazzo, una volta nella stanza.

“Tra Maghi dei nodi i maestri sono chiamati solo per il loro nome di battesimo” sospirò il mago.

“Allora, Samaele, posso sapere cos’avete?” chiese spazientito Pavel, che trovava il mago insolitamente provato e stanco. No, non era stanchezza. Era tristezza.

Il Samaele tossì.

“Perdonami, ma non te lo dirò”.

“Lo avete visto, non è vero?” insistette. Il mago annuì.

“E che cosa avete fatto?” lo incalzò il ragazzo.

“Gli ho parlato”.

“E lui?”.

“E lui niente” tagliò corto. “Domani avremo molti preparativi da fare. Perciò cerca di dormire”.

“E come si può dormire sapendo quello che è successo oggi?”.

“Non lo so. Tu spegni la luce. Poi si vedrà”.

Samaele soffocò la fiamma della lampada a olio che ardeva nella stanza e si coricò, chiudendo gli occhi.

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Non si addormentò tanto facilmente. Il pensiero continuava ad andargli a quel vicolo in cui si era infilato, quasi d’istinto, mentre Bogatir e i suoi si dirigevano verso la locanda di Eponia.

Era come se sapesse già che lì nascosto nell’ombra avrebbe trovato quello che aveva per un certo periodo di tempo chiamato fratello.

A dirla tutta, non l’aveva riconosciuto subito. Quel volto adulto e provato era così diverso da quello fresco e giovane del Licio che conosceva. Ma era davvero troppo somigliante al ritratto che gli automi gli avevano mostrato perché il mago non capisse chi fosse.

“Sapevo che il sinarca non ti avrebbe avuto tanto facilmente” disse il brigante, sorridendo nella penombra.

“Non credo che potrà aiutarti più nel futuro prossimo” disse invece Samaele.

“Non ha più importanza ormai. È tutto pronto. Tutto stabilito. Gli eventi che sono stati messi in moto non possono più essere fermati”.

“Sei ancora in tempo per fermarli, Licio. Basta che tu venga via con me”.

Il brigante aveva sorriso. Nel suo sorriso c’era una luce feroce.

“E per andare dove?”.

“A casa”.

Il bigante allora aveva detto, sbuffando: “Casa? Quale casa? Quella dove quel porco di mio padre mi aveva rinchiuso e i tuoi fratelli Maghi dei nodi mi hanno dimenticato? A proposito, tu dov’eri quando tutto questo accadeva?”.

“Ero sui Monti Centrali. Neanch’io perdono ai mei fratelli la decisione di non coinvolgermi in quanto ti è accaduto. Credimi, avrei rinunciato al Codice per liberarti”.

“Tranquillo. Ci ho pensato io. Ho rinunciato al vostro stupido codice e mi sono liberato da solo”.

Anche Samaele sorrise, ma nel suo sorriso c’era solo compassione.

“Sei solo finito al guinzaglio di un altro padrone, che ti userà finché gli farà comodo e poi si libererà di te”.

“E che differenza c’era nello stare sotto il guinzaglio dei Maghi dei nodi?”.

“Non puoi dire una cosa del genere. Non sei stato mai stato al guinzaglio da noi”.

Il sorriso era scomparso dal volto di Licio. Ora c’era solo ferocia.

“Povero ingenuo! L’unico motivo per cui io ero tra di voi era quello di farvi ingraziare il mio padre idiota. Per questo non avevate alcuna intenzione di mandarmi via”.

Samaele si piegò da un lato, come nella speranza di trovare nascosto, dietro quella sagoma crudele, il Licio che anni prima aveva conosciuto.

“Sei stato felice con noi. Ti abbiamo voluto bene. La mia famiglia ti ha voluto bene. Irenandro è andato fino a Vibona per cercarti e io sono arrivato fin qui. Credimi, non mi importa di Sizara e del suo destino quanto mi importa di te. È per te che sono venuto”.

“Stai parlando al passato, Lontra. Non credo che quello che ho fatto possa essere perdonato da gente come voi”.

“E tu cosa ne sai? Forse è vero che per la maggior parte degli uomini tu sei solo un essere degenere. Ma per me sei ancora un fratello e, credimi, niente, niente potrà mai cambiare quello che provo per te, né la mia determinazione a far sì che tu venga perdonato. A casa inoltre ci sono ancora persone che ti aspettano e che, ti sembrerà strano, vogliono riabbracciarti”.

Licio a quel punto si era guardato intorno, come per essere circospetto, ma Samaele sapeva benissimo che stava evitando il suo sguardo.

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“E va bene, ammettiamo che io scelga di venire con te, di tornare in Surransia come il figliol prodigo di quella storia che raccontano i preti, che cosa sarei lì? Un mostro da tenere nascosto? Non sarei allora anche lì una bestia in gabbia?”.

“Non necessariamente. Potresti andare sui Monti Centrali. Saresti un grande mago e daresti un grande servizio…”.

“Servizio!” lo aveva interrotto Licio, ridendo sommessamente. “Servizio a chi? Io non devo niente a nessuno e tantomeno voglio aiutare qualcuno. Cosa hanno fatto quei caprai pezzenti per me perché io debba aiutarli? L’unica persona a cui devo qualcosa sono io”.

“Così rimarrai solo”.

“I lupi che scelgono la compagnia delle pecore si chiamano cani. Io non voglio essere un cane. Io voglio essere un lupo”.

“Tu non sei né un lupo né un cane, Licio. Tu sei mio fratello…”.

“Io non sono tuo fratello”.

“Come credi. Ma sappi che questa strada ti porterà a una rapida e dolorosa morte”.

“Qui ti sbagli. Forse rischiavo qualcosa con l’Architetto d’Occidente ancora tra i piedi, ma adesso sono io che comando e presto sarò così potente che niente potrà fermarmi”.

Samaele aveva capito che non c’era più nulla che le parole potessero risolvere. Conosceva troppo bene Licio per capire che sarebbe andato dritto per quella strada che presto l’avrebbe portato all’annientamento. A nulla era servito, in un estremo tentativo, cercare di spiegargli che gli ordigni e gli incantesimi che stava per usare lo avrebbero ucciso.

“Sei patetico!” aveva detto allora Licio. “La tua è solo paura del cambiamento. Sei talmente ossessionato dalla tua necessità di lasciare tutto com’è, che quando hai saputo di quello che mi era successo non hai mosso un dito per…”.

“Questo non è vero…”.

“Stai zitto e ascoltami. Continui a considerare gli uomini che mi hanno lasciato in una torre a marcire come maestri e fratelli. Avresti potuto mandarli tutti all’Oscuro e vivere senza i loro vincoli e la loro indolenza, invece sei rimasto tra loro e sei diventato come loro. Tranquillo, io ho trovato un rimedio a questa paura ed ora sono senza padroni o maestri, più potente e libero di quanto tu potrai diventare”.

Samaele si era morso le labbra. Da un lato sentiva che Licio aveva ragione. Aveva sempre considerato l’appartenere ai Maghi dei nodi come un dato di fatto, anche se spesso gli era capitato di sentirsi dire che avrebbe maggiormente espresso il suo potenziale se li avesse abbandonati. Lui però non aveva mai concepito un sentiero diverso da quello che stava percorrendo e questo, sempre a detta di alcuni, era per colpa della sua mente ristretta e, perché no, della paura di ciò che non conosceva.

“Sono stati i vincoli dei Dieci Nodi a fare di me quello che sono. È grazie a loro che ora sono qui e che faccio quello che faccio. Avrei potuto vivere diversamente, è vero, ma ho scelto questa strada ed è su questa strada che sono divenuto forte” aveva detto, quasi con disprezzo. “Tu, invece, hai scelto una strada di sangue e dolore. La tua non è forza, ma solo violenza, e la violenza è come una freccia. Si arresta quando raggiunge il bersaglio e, una volta che l’ha fatto, si trasforma in un semplice punteruolo di metallo e legno. Quando tutto questo sarà finito, ti avviso, questo diventerai: un pezzo inerte”.

Avrebbe potuto farlo finire subito. Poteva estrarre e armare un pezzo di corda ignea con tale rapidità che Licio si sarebbe ritrovato incenerito prima ancora di accorgersene, oppure avrebbe potuto usare l’energia statica raccolta nei sottili fili di oricalco tessuti nel suo farsetto, in modo da bruciargli il cervello o fermargli il cuore. Avrebbe poi potuto sguinzagliare contro Licio il rapidino che si celava nella sua ombra. Il piccolo ma feroce demone delle foreste meridionali gli avrebbe voracemente triturato le ossa senza offrirgli via di scampo.

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Non lo avevano trattenuto i Dieci Nodi. Alla fine era del tutto comprensibile l’estrema scelta di spegnere quella vita prima che potesse spegnerne altre centinaia. Lo aveva trattenuto il fatto che, sotto la maschera feroce di Licio, stava riaffiorando il volto ferito e offeso di quel ragazzo il cui unico bisogno era quello di incontrare qualcuno che gli stesse vicino e gli dimostrasse che non era solo ad affrontare i momenti più difficili.

Samaele aveva allora preso dal suo fodero il coltello che, tempo prima di conoscere Licio, aveva immerso nel latice di un fungo dei sepolcri. La lama azzurra era ormai scomparsa e al suo posto c’era solo un moncone di ruggine.

“Ricordi? Avevo promesso di regalartelo al mio ritorno dai Monti Centrali. Purtroppo si è corroso mentre scacciavo il sinarca che voleva uccidermi. La violenza lo ha trasformato in un inutile pezzo di metallo rugginoso. Voglio regalartelo lo stesso. Per farti riflettere”.

Forse a quel punto Samaele aveva scorto negli occhi di Licio un barlume di paura, ma non ebbe modo di vedere meglio, perché il giovane era sparito nell’ombra e si era allontanato a passo silenzioso, ma non abbastanza per il fine orecchio del mago dei nodi.

Quella notte Samaele volle piangere. Lo volle fare prima che fosse tutto finito in modo che, quando fosse giunto il momento, non  l’avrebbe fatto.

Non ci riuscì tuttavia. Forse era troppo tempo che non piangeva e non ricordava più come fare.

FEDERICO DE FAZI