SPORT E SCIENZE SOCIALI. IL GRANDE GIOCO DEL MONDO GLOBALE – PARTE 4.

FRA NUOVE PATRIE, GUERRE E RIVOLUZIONI. LE ORIGINI NOVECENTESCHE DELLO SPORT EUROPEO.

di NICOLA PORRO ♦

Un nuovo scenario mondiale

Fra la prima edizione delle Olimpiadi moderne (Atene 1896) e la Grande guerra (1914-18) quella che Roland Robertson ha chiamato la stagione di decollo della globalizzazione si precisa nei suoi caratteri salienti. I due processi cruciali sono la seconda industrializzazione fordista (linea di montaggio, produzione programmata, standardizzazione nell’impiego delle tecnologie, organizzazione scientifica del lavoro secondo i princìpi tayloristi) che mette capo a un nuovo tipo di capitalismo, e il completamento dei processi di nazionalizzazione. La Grande guerra rappresenterà il provvisorio e tragico epilogo di questa metamorfosi epocale. Scompariranno, travolti dalle vicende belliche e dalle rivoluzioni politiche innescate da esse, tre grandi imperi sovranazionali: quello asburgico (austro-ungherese), quello russo zarista e quello turco-ottomano. In Russia prenderà forma nel 1917 il primo governo rivoluzionario ispirato alla filosofia della lotta di classe e al pensiero politico marxista. Gli equilibri internazionali saranno stravolti dalla guerra e ridisegnati con il Trattato di Versailles (1919). Esso darà vita a nuovi Stati (i cosiddetti Stati successori che ereditavano porzioni dei vecchi Imperi dissolti, come la Cecoslovacchia e la Jugoslavia) e alimenterà fra i vinti – e anche fra qualche Paese vincitore, come l’Italia, deluso nelle proprie ambizioni territoriali -, un risentimento di massa che ispirerà movimenti eversivi da cui scaturiranno le derive totalitarie del decennio successivo.

Mentre nel nuovo sistema geopolitico internazionale si afferma il potere americano, consacrato dalla vittoriosa partecipazione alla Grande guerra a fianco delle democrazie europee contro i vecchi Imperi sovranazionali, la combinazione sociale indotta da industrializzazione, urbanizzazione, nazionalizzazione e secolarizzazione produce un inedito profilo della rappresentanza politica. I neonati partiti di massa si organizzano lungo quelle che il politologo norvegese Stein Rokkan (1970) chiama cleavage, le linee di frattura che riflettono la topografia sociale in base alle opposizioni Centro-Periferia, Chiesa-Stato, Città-Campagna, Borghesia-Proletariato. L’opposizione Centro-Periferia descrive il conflitto fra ambienti sociali dotati di potere di influenza culturale e controllo politico e aree distanti e spesso antagonistiche o resistenti alla modernizzazione. Quella complementare che oppone Città e Campagna prefigura un conflitto fra i contesti urbani gemmati dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione ottocentesca, più socialmente emancipati, e quella società contadina legata alle culture e alle pratiche produttive tradizionali che Weber chiamerà “la società dell’eterno ieri”.

Le forze politiche originate dall’opposizione fra Stato e Chiesa esprimono la linea di demarcazione fra potere laico e cultura secolare da un lato e influenza ecclesiastica e sensibilità confessionali dall’altro. I partiti di ispirazione religiosa e il trasferimento sul terreno politico delle differenti identità confessionali europee costituiranno l’esito storico di questo processo. Analogamente, e ancor più distintamente, il conflitto Borghesia-Proletariato, indotto dalla rivoluzione capitalistica e dal sistema della fabbrica, disegna una faglia sociale lungo la quale si collocheranno i partiti operai da una parte e quelli di ispirazione borghese liberista dall’altra.

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Nascita di un movimento

I sistemi sportivi nazionali in formazione rifletteranno puntualmente queste dinamiche e si attesteranno anch’essi lungo le linee di frattura disegnate dal modello di Rokkan. Anche in Italia i primi movimenti sportivi si ispireranno all’associazionismo politico popolare, ma l’aristocrazia e le élite militari svolgeranno un ruolo altrettanto importante nello fase di stato nascente. La nazionalizzazione incompiuta aveva dato origine al fenomeno dell’irredentismo. Un martire dell’indipendenza, come il trentino Cesare Battisti, sarà fra gli ispiratori del Club alpino italiano: piantare il tricolore sulle vette dolomitiche sotto governo austriaco costitutiva insieme una sfida ideale e un’impresa sportiva. Il Giro d’Italia, nato nel 1909 a imitazione del Tour de France, servirà a “trasformare un territorio in una Patria”, come proclamò il direttore della Gazzetta dello sport nella prima giornata dell’evento. Anche la sorgente passione per i motori concorrerà a esaltare e mettere in contatto i mille campanili d’Italia. I nuovi giochi di squadra, come il calcio importato dagli inglesi e dagli svizzeri, daranno vita a nuove e poderose identità simboliche legate alle tradizioni municipali e insieme espressione di nuove forme di urbanizzazione. Fra il 1869, quando vede la luce la Federazione Ginnastica, e il 1899, quando è costituita la Federazione Nuoto, si completa con la nascita delle federazioni del calcio, dell’atletica leggera, del ciclismo, del canottaggio e del tennis, il primo insediamento organizzativo del sistema sportivo nazionale. È un processo più o meno coevo a quello degli altri maggiori Paesi e che prelude alla istituzione ufficiale, prima della Grande guerra, del Comitato olimpico italiano. Gli atleti italiani, come gli altri non ancora inquadrati in delegazioni nazionali – compariranno ufficialmente soltanto con le Olimpiadi di Anversa del 1920 – saranno sin dai Giochi di Parigi del 1900 fra i protagonisti del movimento europeo in gestazione. Permane però un marcato divario territoriale che richiama il modello di Rokkan. Lo sport italiano si insedia con largo anticipo nelle città maggiori, nella provincia più prospera del Centro-nord, fra i ceti borghesi e nelle aree dove esiste una tradizione di associazionismo sociale. Ambiguo e talvolta contraddittorio sarà invece, per molti anni ancora, l’atteggiamento dei grandi movimenti religiosi, politici e culturali di massa. La Chiesa cattolica promuove una pedagogia dello sport ricreativo e non competitivo che confligge con la nascente passione per i giochi di squadra competitiva. Ma il pensiero modernista, che troverà un interprete nella figura carismatica di Padre Semeria, si batterà a sostegno della diffusione del calcio negli oratori come pratica di socializzazione e di educazione alle regole. La stessa area socialista si dividerà fra gli acerrimi avversari dello sport come strumento di divisione della classe operaia e di manifestazione di falsa coscienza e appassionati – fra i quali spicca un inaspettato tifoso del Torino nella persona di Antonio Gramsci – che rivendicheranno la genuina vena popolare del tifo. Al congresso del 1916 la gioventù socialista proporrà un ordine del giorno in cui si impegna il partito a contrastare la diffusione fra i più giovani di due piaghe sociali come l’alcolismo e lo sport…Eppure la tradizione del combattentismo sportivo garibaldino, l’influenza del salutismo nordico e delle ginnastiche tedesche alimenteranno l’esperienza dell’escursionismo operaio. Nascerà a Milano l’Apef (Associazione proletaria di educazione fisica): sarà la prima sede sociale democratica devastata dallo squadrismo fascista. Negli stessi anni la Chiesa, che dopo il vulnus di Porta Pia non riconosceva la costituzione dello Stato italiano, aveva promosso la formazione della Federazione Associazioni Sportive Cristiane d’Italia, la Fasci. Anche in Italia la progressiva strutturazione del sistema sportivo ricalca così la complessa dialettica in cui convivono nazionalismo e processi di globalizzazione ante litteram. È la stagione in cui si afferma in Boemia, Slovenia e in alcune aree slave il movimento Sokol (il “falco”), che propugna l’ideale panslavista di unificazione delle nazioni est-europee contro l’egemonismo delle potenze dominanti. Nella stessa Germania lo sport di competizione tarderà ad affermarsi per la concorrenza del modello ginnico non competitivo – fortemente influenzato dalla filosofia politica di Fichte – dei Turnen di Jahn.

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I contributi dell’Europa

Al modello dei Turnen tedeschi si oppone con successo il paradigma britannico, basato sulla diffusione dei più divertenti giochi di squadri regolamentati e delle attività individuali fortemente tecnicizzate e ispirato alla pedagogia di Thomas Arnold. A fianco della Gran Bretagna vittoriana sarà la Francia a cavallo fra Secondo Impero e Repubblica il centro d’irradiazione di un nuovo modello di pratica e di competizione. Senza trascurare tuttavia altri contributi fondamentali a disegnare un profilo completo e variegato del movimento sportivo europeo. Vi concorrono la ginnastica svedese, animata dal cosiddetto metodo Ling, e quella danese che si svilupperà dopo poco in contatto dialettico con il modello prevalente nel Paese vicino. Nei Paesi Bassi si assisterà a un insediamento relativamente diffuso nei contesti religiosi, sociali e politici di riferimento. L’associazionismo cattolico, quello protestante e quello operaio forniranno l’ossatura delle organizzazioni volontarie per la promozione delle attività. Il fisiologo italiano Angelo Mosso offrirà un prezioso contributo di osservazione scientifico e di animazione culturale al movimento in gestazione, cui concorrerà anche Paolo Mantegazza, autore di un diffusissimo Dizionario d’igiene e ideatore della cosiddetta ginnastica polmonare. Sarà riscoperta la filosofia motoria di Francisco Amorós, l’antesignano franco-spagnolo del salutismo che nel 1830 aveva pubblicato un Manuale d’educazione fisica, ginnastica e morale, dedicato alla promozione dell’efficienza e al benessere, contro ogni forma di funambolismo atletico.Mentre prendono forma culturale e organizzativa i sistemi sportivi europei si viene anche producendo una funzione di coesione sociale che, pur riflettendo nella prospettiva dell’olimpismo la sensibilità pacifista e cosmopolitica di Coubertin, vira chiaramente nella direzione dei sentimenti di appartenenza e identificazione alimentati dalla nazionalizzazione. Si può sostenere con la sociologia di Robert Putnam che si affermi ovunque in Europa un modello bonding, in cui il tifo sportivo alimenta l’identificazione nazionale – la costruzione di “comunità immaginate” come la Patria sportiva – e favorisce in qualche modo la coesione comunitaria. Ciò vale sia per la costruzione di un immaginario campionistico sia per la produzione di significato, che ritroveremo soprattutto nel tifo calcistico di club. Il decollo della globalizzazione, che abbiamo situato grosso modo fra il 1870 e il 1920, presenta insomma caratteri che appaiono ai nostri occhi profondamente contraddittori. Si afferma un ordine mondiale in cui gli Stati nazione vanno ridefinendo i rapporti di forza dopo il collasso dei Grandi Imperi sconfitti. Qualche storico ha parlato di una guerra civile europea, destinata a protrarsi sino al 1945 e che ha per principale posta in gioco l’eredità dell’Impero coloniale britannico. Ad essa parteciperanno le maggiori potenze militari europee ma anche, per effetto dell’inclusione piena nell’ordine mondiale di società non europee, nuovi protagonisti come gli Usa e poi la potenza rivoluzionaria sovietica e il Giappone imperiale. La manifestazione sempre più aggressiva delle appartenenze nazionali, che aveva accompagnato e seguito la Grande guerra, si sviluppa contestualmente all’etica del “genere umano” e alla trasformazione impetuosa, per estensione e velocità, del sistema della comunicazione in tutte le sue forme. L’ideologia della competizione non riguarda solo lo sport, che peraltro sta affiancando alle Olimpiadi i nuovi campionati mondiali di specialità. L’idea di grandi eventi periodici che esaltino il merito e il talento è presente nella gestazione del Premio Nobel, mentre l’adozione generalizzata del calendario gregoriano consente per la prima volta di disporre di un “tempo mondiale”. La cultura della misurazione, funzionale alla filosofia costi-ricavi del capitalismo contemporaneo, genera la filosofia del record, quella modernissima forma di immortalità affidata alla prestazione comparabile nel tempo e nello spazio che appartiene per intero alla cultura industrialistica. Segnando così il principale spartiacque rispetto all’agonismo antico.

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NICOLA PORRO