IL RIMEDIO – 23 – I Sinarchi

di FEDERICO DE FAZI ♦

23 – I Sinarchi

Pavel fu svegliato dal rumore di un forte colpo di metallo sul legno. Aprì gli occhi e vide la grande saracinesca aprirsi per dare spazio all’aria e al sole del mattino. La lama di luce gli ferì gli occhi e dovette aspettare molto perché potesse vedere con chiarezza cosa stesse succedendo intorno a lui.

Iniziò a sentire un vociare di persone, prima sommesso, poi sempre più forte. Uomini vestiti con tuniche da lavoro stavano armeggiando con gli argani e con grandi botti d’aceto.

Girandosi verso destra, dove si trovava la saracinesca, ormai completamente aperta verso il basso come un ponte levatoio largo e corto, vide Samaele e Antinea che parlavano.

Il mago era vestito con il farsetto e il cappello di lana vegetale ben calcato sul capo, mentre lei era vestita con la stessa tenuta con cui aveva dormito. Samaele parlava spedito nel dialetto meridionale, con ampi gesti e un’espressione gioviale, alternati con momenti in cui si frizionava le braccia per il freddo. Antinea sorrideva e annuiva lievemente imbarazzata.

La cosa su cui era poggiato Pavel si mosse, costringendo il ragazzo ad alzarsi e allontanarsi. Dietro di lui il sintaco si stava stiracchiando, emettendo un fischio penetrante. Fu seguito da altri fischi e lunghi cinguettii. In breve tempo la stalla dei sintachi era per la sua interezza luminosa, aperta e sveglia.

“Buongiorno!” disse Samaele a braccia conserte. “Dormito bene?”.

Pavel guardò il mago, poi Antinea che sorrideva, poi si sentì di nuovo immerso nel febbrile risveglio della torre. Il vento freddo che la percorreva lo scosse con un brivido.

Un’ombra oscurò per un attimo il sole. Era Tempestosa che volava in alto, librandosi quasi immobile ad ali spiegate sotto il cielo nuvoloso, finché con un vigoroso sbattere d’ali non si spostò verso Sud e sparì dalla visuale.

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“Se la cava ancora, per avere oltre trent’anni” commentò Samaele.

“Probabilmente sono i suoi ultimi voli” disse Antinea a voce bassa. “Sua Signoria dovrebbe occuparsi dei suoi animali con maggiore cura”.

I due tacquero, poi Antinea guardò Pavel e disse: “Tu e il tuo amico volete aiutarmi a equipaggiare Zefiro?”.

“Certo!” rispose lui.

“Bene. Intanto  spostati di lì e vieni qui… Ecco, qui stai bene, adesso…”.

Antinea emise un fischio modulato, mentre Pavel si schiacciava contro la parete opposta all’apertura. Il sintaco infatti stava attraversando il corridoio per mettersi a metà strada tra il pavimento e la saracinesca abbassata.

Samaele passò tra Pavel e il sintaco e prese un groviglio di cinghie di cuoio e fibbie da cui spuntava una grande sella, mentre Antinea aveva posto sul dorso dell’animale un’ampia coperta.

“Lo sai sellare?” chiese il ragazzo a Samaele.

“L’ho già fatto altre volte” rispose il mago, porgendogli parte delle cinghie in modo che si stendessero. Pavel notò che non erano fatte interamente di cuoio, ma avevano legate all’estremità delle lunghe cordicelle e in parte il cuoio era interrotto da spesse fasce di fibra vegetale, collegate alle cinghie da anelli metallici.

“Confesso che quando mi hai detto dei posti dove sei stata non riuscivo a crederci” disse Samaele ad Antinea, lanciando le cordicelle oltre la schiena dell’animale “ma adesso mi accorgo che devi aver davvero viaggiato molto”.

“Da cosa lo vedete?” chiese Pavel.

Samaele fece scorrere l’indice sulla lunga cinghia.

“Questo tipo di intreccio di ginestra è tipico delle regioni orientali di Surransia, mentre questo è delle regioni occidentali. Il cuoio per le bardature dei sintachi invece è molto usato in Leveransia, dove le torri di Fios sono controllate da baroni con ampie concessioni feudali e quindi molto bestiame a disposizione”.

“Antinea, sei pronta?” chiese Galvano, che aveva fatto atterrare il sintaco al lato opposto della torre e li aveva raggiunti.

“Manca poco” rispose lei, stringendo le cinghie dal suo lato in modo che la bardatura fosse completa.

“Un fronte freddo si avvicina da Nordovest” continuò il Barone apprensivo. “Sicura di riuscire a superarlo in tempo?”.

Lei sorrise, mettendo al muso di Zeffiro delle lunghe briglie senza morso.

“Non preoccupatevi. Quando il fronte avrà raggiunto questa torre, io avrò già raggiunto la foce del Siro, e allora la bassa pressione non sarà più un problema”.

Pavel vide il Barone avvicinarsi alla ragazza con il volto di chi è sinceramente preoccupato. Mise le sue grandi mani sulle spalle di lei e disse con voce che sembrava rotta da un’ombra di pianto: “Sta’ attenta, bambina cara, e torna a trovarci quando vuoi”.

“Senz’altro, Vostra Signoria” rispose lei.

Il barone allora si allontanò con sorriso fiero e altrettanto fieramente sollevò la mano destra: “Possa Fios soffiare sempre in tuo favore, Navigatrice della Tempesta”.

“Lo stesso sia per voi e i vostri cavalieri, Vostra Signoria”.

Antinea passò sul fianco destro di Zefiro, dove si trovavano Samaele e Pavel. Si avvicinò al ragazzo e lo baciò sulla guancia. Lui si sentì avvampare nell’odore di grano e rosa canina, mentre il suo sguardo si perdeva negli occhi verde smeraldo di lei.

“Possa tu essere sempre felice, fratello. Quando sarai al Sud, sappi che ad Altopoggio, nella baronia di Corento,  ci sarà sempre una casa con la porta aperta per te”.

“Grazie” rispose Pavel, rosso come un peperone.

“Quanto a te, Samaele” disse poi. “Ti auguro di tutto cuore che tu possa tornare tra noi senza alcun rimpianto”.

“L’Uno illumini il tuo volo, Sorella” rispose Samaele, sollevando la mano. “Sii cauta”.

“Lo sono sempre” rispose lei, saltando in groppa e calando sugli occhi un paio di occhialoni dalle lenti azzurre. “Addio!”.

Il sintaco avanzò sul ponte levatoio, poi spalancò le ali, attese di raccogliere il vento e si buttò giù.

Pavel corse preoccupato sul bordo della piattaforma di legno ma, appena si rese conto dell’altezza vertiginosa a cui si trovava, arretrò d’istinto. Zefiro comunque spuntò poco dopo, guadagnando altitudine con vigorosi colpi d’ala. In breve l’animale, Antinea e il suo prezioso carico furono solo un puntolino tra le nuvole.

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“Quella ragazza mi riempie il cuore di orgoglio” disse Galvano alle spalle di Pavel. “Un vero Cavaliere di Fios, come ce n’erano nei tempi antichi”.

“Solo che è una ragazza” disse Samaele.

Pavel si girò verso il Barone, vedendo che, invece di reagire alla provocazione, annuiva col suo solito fare solenne.

“È una donna” disse, come per correggerlo. “E se il futuro dei Cavalieri di Fios è nelle donne, così sia”.

Samaele annuì con un’espressione che Pavel non riuscì a capire se essere di scherno o di apprezzamento, ma il Barone non lo vide nemmeno e si diresse verso le scale più vicine.

“Avrò il piacere di averti come ospite anche per pranzo, Cavaliere degli Incubi?” chiese, volgendogli le spalle.

Samaele lo seguì.

“Credo di sì. Se non è di disturbo alla Signoria Vostra, avrei piacere a consultare alcuni testi nella vostra biblioteca”.

“Certamente ma, come sai, la nostra biblioteca è piuttosto modesta”.

“Credo comunque di poter trovare ciò che mi serve”.

Seguito da Samaele, a sua volta seguito da Pavel, il Barone scese giù per i gradoni fino a una sala di collegamento che portava ai suoi appartamenti.

“Ora scusami” disse voltandosi “ma io e i miei cavalieri abbiamo diverse faccende da sbrigare prima che l’inverno renda impossibile ogni tratta in questa regione. Puoi trovare la biblioteca da solo, immagino”.

“Senza alcun problema, Vostra Signoria. A più tardi”.

“A più tardi, Samaele”.

Il mago si incamminò nella direzione opposta a quella di Galvano. Pavel lo seguì.

“E ora che si fa?”.

Samaele camminava a passo tanto svelto che Pavel, nonostante avesse una falcata decisamente più lunga, doveva quasi correre per stargli dietro.

“Ora che ho sistemato questa questione, occorre provvedere a quanto avverrà a Sizara nei prossimi giorni”.

“E cioè?”.

Samaele si fermò, girandosi verso il ragazzo e disse: “Una battaglia”. Lo disse con un sorriso strano, che preoccupò Pavel e gli diede l’impressione che il mago bramasse quella battaglia da molto tempo.

Pavel dal canto suo pensò con terrore a quando i briganti l’avevano trovato che si aggirava nel bosco. A come l’avevano strattonato, preso e picchiato. Alla paura nera che gli aveva fatto annebbiare la vista mentre aspettava di perdere un braccio.

Il sorriso eccitato di Samaele gli parve folle.

“Be’” aggiunse il mago “dire battaglia è un po’ esagerato. Diciamo una scaramuccia”.

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“Perché sorridete?” trovò il coraggio di chiedere il ragazzo.

Samaele dovette accorgersi dell’incongruenza della sua espressione e prese un tono più serio.

“Non farci caso. Sorridere è un modo per fare appello alle proprie forze nel momento del bisogno. Comunque, ti andrebbe di imparare un potente incantesimo?”.

La bocca di Samaele non sorrideva più, ma gli occhi erano ancora eccitati e la cosa insospettì Pavel.

“Che tipo di incantesimo?”.

Samaele indicò verso l’alto e disse: “Far piovere a comando”.

Ricordò dove aveva rivisto quell’espressione eccitata e quel modo di fare frenetico. Samaele aveva avuto lo stesso atteggiamento prima di proporgli il viaggio nel mondo del Sogno. Doveva essere un suo modo di fare quando era intento a pianificare una sua strategia.

“Maestro…”.

Il mago era entrato in una grande stanza, alle cui pareti vi erano alcuni scaffali dove erano poggiati con cura decisamente scarsa tomi, codici, volumi, pile di fogli e rotoli di pergamene. Senza voltarsi, dirigendosi verso uno degli scaffali, rispose con un: “Dimmi”.

“Maestro, cos’avete intenzione di fare?”.

Samaele raccolse sottobraccio un paio di pergamene e un codice e si mosse impacciato verso un grande tavolo al centro della sala, dove i finestroni ad arco a tutto sesto di vetro piombato gettavano la luce grigia del giorno.

“Un attimo” rispose il mago, mettendo in un ordine tutto suo i fogli di pergamena arrotolati, poi guardò negli occhi Pavel: “Cosa sai dei Sinarchi?” chiese.

“È un ordine di maghi originario di Sentra. Dicono che sia l’ordine più potente di tutta Leveransia” rispose il ragazzo senza pensarci troppo.

“Sì, certo, questo lo sanno anche i sassi. Non dirmi che non sai nient’altro di loro. Non mi dire che non se ne parla mai nelle vostre camere prima di andare a dormire…” disse il mago sedendosi.

Di leggende riguardanti gli ordini di Leveransia, Pavel ne aveva sentite fin troppe. Se le sussurravano nel buio prima di addormentarsi ed era l’unica cosa su cui spesso gli allievi anziani chiudevano un occhio, o meglio, un orecchio. Anzi, spesso erano proprio gli allievi anziani a portare quelle storie, incuranti del rigido divieto imposto dai maestri a riguardo.

Da dove venissero quelle storie, Pavel non lo sapeva. Forse gli allievi anziani le raccoglievano al mercato o alle volte aveva sospettato che qualcuno dei suoi confratelli ricevesse qualcosa nascosta nella corrispondenza con la sua famiglia.

Ma la pena per quel tipo di attività era molto severa e il ragazzo rispose alla domanda di Samaele con un: “Non si parla dopo il silenzio”.

Samaele non disse nulla per una decina di secondi, sfogliando con lo sguardo assorto i fogli che aveva raccolto. Poi, come se avesse realizzato in ritardo quanto il ragazzo gli aveva detto, sollevò la testa e, sorridendo sardonico, disse:”E io sono nato ieri…” per poi tornare tra le carte, prendendo appunti su una tavoletta di cera atta allo scopo che si trovava sul tavolo.

“Avanti” lo incalzò senza sollevare la testa. “Dimmi che cosa sai dei Sinarchi senza problemi”.

Pavel si avvicinò al tavolo e si sedette. Sbirciò i fogli su cui Samaele stava studiando, ma non riuscì a capire cosa c’entrassero tutte quelle formule alchemiche complesse con il trattato di meteorologia che il mago teneva aperto davanti a sé.

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“Sono più che altro leggende. Storielle senza fondamento”.

“Noi Maghi dei nodi amiamo le storielle. Coraggio, ti prometto che non dirò in giro quello che mi hai detto”.

Se Samaele avesse alzato lo sguardo, avrebbe potuto vedere il volto di Pavel rosso per l’imbarazzo.

“Be’, non saprei da cosa cominciare”.

“Dalla prima che ti viene in mente” fece Samaele. E Pavel ebbe l’impressione che il mago gli stesse vedendo dentro e che, scrutando nei suoi pensieri, avesse capito che la prima storia che gli era venuta in mente era quella che raccontava di come la morte dei figli di Ruggero il Canuto e la scomparsa del suo ultimo erede fossero opera dei Sinarchi.

Ma non avrebbe mai osato dire una cosa del genere.

Ripiegò quindi su: “Dicono che possano manipolare ogni tipo di metallo o cristallo, che possano comandare marionette di cristallo a distanza di miglia e che conoscano veleni in grado di…”.

“Marionette di cristallo” lo interruppe Samaele. “Le hai mai viste all’opera?”.

Il ragazzo scosse la testa.

“E come potrei? Sono solo leggende”.

Samaele alzò lo sguardo e sorrise.

“Non tutte le leggende sono false. Prendi per esempio quella che li vuole artefici della morte degli eredi dell’Imperatore. Resteresti stupito di quanto la verità sia di gran lunga più sbalorditiva”.

Pavel sgranò gli occhi. “Davvero conoscete quella storia? Cosa è successo veramente?”. Ma Samaele rimase con un lieve sorriso e disse: “Non ha importanza ora. Ora ha importanza il fatto che probabilmente useranno le marionette di cui hai parlato tu per creare confusione. Si tratta di strutture molto semplici da replicare, se si hanno i materiali e gli strumenti giusti: il nucleo di queste marionette è un frammento di cristallo di coscienza, come quelli che contengono la mente degli Automi. Questi cristalli sono informati per agglomerare intorno a loro altri cristalli, spesso sali. Infatti vengono chiamati anche soldati di sale. Ora, questi soldati hanno un’intelligenza praticamente inesistente e sono piuttosto facili da raggirare o rendere inoffensivi se si riesce ad intrappolarli in luoghi chiusi, ma se messi in campo aperto possono fare molti danni, vuoi perché si rigenerano, vuoi perché possono assorbire i sali di cui hanno bisogno per formarsi dagli esseri viventi intorno a loro. Hai qualche idea su come possiamo rendere inoffensivi questi “soldati”?”.

“Intendete far piovere, vero?” rispose il ragazzo senza indugio. “Volete rendere impossibile il formarsi dei cristalli, usando l’acqua come solvente”.

“L’idea è quella” rispose Samaele soddisfatto. “A Valtagliata alcuni cavalieri di Fios erano in grado di far piovere rilasciando quelli che loro chiamano “semi di pioggia” tra le nuvole. Ovviamente loro lo facevano a cavallo dei sintachi, ma noi dovremmo escogitare un sistema diverso”.

“E sarebbe?”.

“Puoi aiutarmi a trovarlo?”.

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