Riforma della Magistratura

di TERESA CALBI ♦
In questi giorni si fa un gran parlare di separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri, in termini tecnici tra Magistratura giudicante e Magistratura requirente, in quanto è partita la raccolta di firme per sostenere il disegno di legge di riforma costituzionale sulla separazione delle carriere in Magistratura, iniziativa promossa dall’Unione Camere Penali con il sostegno del partito radicale. Il dibattito, politico e culturale, che ne è seguito, sembra incentrato più sulla contrapposizione di ruoli tra accusa e difesa, che sulla ratio della riforma rivolta alla realizzazione della garanzia costituzionale dei diritti dei cittadini.
In realtà l’esigenza di ottenere la separazione delle carriere non è espressione di sfiducia nella Magistratura, compreso il ruolo che la stessa svolge, ma è finalizzata a rendere più efficace la funzione giurisdizionale senza ledere il diritto ad un giusto processo che, in Italia, ancora attende una piena attuazione.
La riforma che l’Unione Camere Penali vorrebbe realizzare non è altro che il corollario di quella riforma dell’art. 111 della Costituzione (legge costituzionale 23/11/99 n. 2) che ha stabilito la formazione della prova in dibattimento, nel contraddittorio delle parti, dinanzi ad un Giudice terzo ed imparziale, mostrando chiaramente l’opzione verso un modello accusatorio del processo penale con il definitivo abbandono della tradizione inquisitoria del processo che ancora, purtroppo, sopravvive in numerose norme dell’attuale codice di procedura penale.
Per comprendere appieno le ragioni che giustificano la riforma appare opportuno un brevissimo excursus sulla differenza tra modello accusatorio e modello inquisitorio del processo penale. Nel sistema accusatorio il Giudice ha un ruolo super partes in quanto vi sono regole ben precise che ne garantiscono la neutralità: sono le parti (accusatore ed accusato) ad avviare il processo e ad introdurre nello stesso sia gli elementi di fatto che le relative prove le quali, così allegate, vengono esaminate dal Giudice il cui compito è quello di assicurare che la contesa tra le parti avvenga nel rispetto delle norme di procedura pronunciando una Sentenza in base alle risultanze emerse nel corso del processo, fermo restando che l’onere della prova grava sull’accusatore; corollario di tale modello è la cd. oralità (la prova si forma in dibattimento) e la partecipazione attiva delle parti nell’esame delle prove, in particolare nell’interrogatorio dei testimoni (cd. cross – examination). All’opposto, nel sistema inquisitorio, la figura del Giudice e quella dell’accusatore si fondono in un unico soggetto (inquirente o inquisitore) il quale avvia d’ufficio il processo, introduce le questioni di fatto, acquisisce e valuta le prove, senza tenere conto dell’attività svolta dalle parti secondo un modello di trattazione tendenzialmente scritto e non pubblico.
In realtà spesso si è verificata una commistione tra i due modelli che ha dato origine a sistemi misti come è accaduto in Italia con il vecchio codice di procedura penale (Codice Rocco del 1930) che prevedeva la figura del Giudice Istruttore ed oggi con il nuovo codice di rito il quale, pure avendo assunto caratteristiche prevalentemente accusatorie, non prevedendo una sostanziale parità tra accusa e difesa, può considerarsi ancora un sistema misto.
Anche la storia della nascita ed evoluzione dei due modelli di processo, accusatorio ed inquisitorio e la loro collocazione temporale e geografica, dimostra la differenza sostanziale tra i due sistemi in quanto il modello accusatorio prevale nei regimi democratici laddove il sistema inquisitorio si basa sul principio di autorità ed è espressione di ordinamenti prettamente autoritari ove i diritti dei cittadini lasciano il posto al potere punitivo statale. Basti solo pensare che il sistema accusatorio trovava applicazione nella Democrazia ateniese, a Roma durante la Repubblica, per poi diventare il sistema tipico dei paesi anglosassoni (sistemi di common law) dapprima in Inghilterra (si pensi alla Magna charta libertatum, Habeas corpus, Bill of rights) e poi negli Stati Uniti d’America ove la rappresentazione scenografica del processo statunitense è a tutti nota attraverso i numerosi film e sceneggiati che ne hanno evidenziato l’aspetto più coreografico dell’accanita battaglia, assolutamente paritaria, tra accusa e difesa.
Il processo inquisitorio è stato invece il sistema tipico di ordinamenti fortemente autoritari, partendo dalla Roma durante la Monarchia e l’Impero, per approdare ad epoche che evocano periodi bui della nostra civiltà ove tale modello ha raggiunto il culmine, come è avvenuto nel medioevo con il potere della chiesa che contribuì non poco (con la famigerata sacra inquisizione) a costituire l’ossatura del processo inquisitorio la cui “perla” può considerarsi la bolla ad extirpanda del 1252 con la quale il Papa Innocenzo IV legittimò la tortura giudiziaria.
Fortunatamente nel corso del settecento il movimento filosofico e culturale che va sotto il nome di illuminismo, che vide straordinari pensatori ed intellettuali, elesse a proprio obiettivo, tra gli altri, scardinare la tradizione giuridica del vecchio regime e, soprattutto, abbattere la struttura brutale del processo inquisitorio nella sua variante ecclesiastica condotta dal Tribunale dell’Inquisizione. Basta citare personaggi come Voltaire ed il nostro grande Cesare Beccaria il cui testo “Dei delitti e delle pene” ha rappresentato una pietra miliare nell’evoluzione che porterà alla potente rivendicazione dei diritti umani nell’ambito di un sistema processuale equo e moderno. Se la contrapposizione tra modello accusatorio e modello inquisitorio è contrapposizione tra civiltà, democrazia, rispetto dei diritti da un canto; autoritarietà e violazione dei diritti fondamentali dall’altra, non può esprimersi che una valutazione estremamente positiva dell’auspicata riforma. Non può realizzarsi parità tra accusa e difesa se i Pubblici Ministeri ed i Giudici vengono reclutati con lo stesso concorso, possono spostarsi da una funzione all’altra, svolgono le loro funzioni negli stessi palazzi, hanno frequenti rapporti di lavoro e spesso anche sociali, appartengono alla stessa associazione sindacale, eleggono i loro rappresentanti al CSM,
Quale garanzia può avere il cittadino nel processo se chi accusa e chi decide fanno parte dello stesso ordine e spesso coltivano rapporti di amicizia e professionali, in un sistema ove chi non ha come Avvocato difensore un nome altisonante e deve avvalersi del difensore d’ufficio si vede calpestare i propri diritti inviolabili di difesa. Tale sistema raggiunge l’apice in materia di misure cautelari restrittive (custodia cautelare in carcere in primis) ove le richieste vengono formulate dal Pubblico Ministero e vagliate da un Giudice (cd. Giudice per le indagini preliminari) il quale, spesso, è già stato consultato dall’organo dell’accusa, con conseguente pratica vanificazione dei principi di equidistanza e terzietà.
I Pubblici Ministeri sono altresì titolari di un potere estremamente rilevante, quanto insidioso, in quanto possono avvalersi, con ampia facoltà di delega, della Polizia Giudiziaria (nucleo di Carabinieri, Polizia, Finanza ecc.) in un rapporto di stretta dipendenza funzionale , mentre gli imputati ed i loro difensori possono solo sobbarcarsi costose indagini difensive con i limiti posti dall’ordinamento (divieto di intercettazioni, tutela della privacy ecc.) i cui esiti spesso sono oggetto di valutazioni parziali e superficiali, a fronte del particolare rilievo concesso alle prove raccolte dall’accusa. A tale proposito ritengo opportuno fare una piccola digressione: nel vigente codice di Procedura penale vi è una norma, l’art. 358 del c.p.p. che recita “Il Pubblico Ministero…..svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. In oltre 20 anni di professione legale i casi in cui ho visto un Pubblico Ministero raccogliere prove a favore dell’indagato o imputato si contano sulla punta delle dita.
Negli Stati Uniti, ad esempio, le funzioni di accusa nel processo non sono svolte dalla Magistratura, ma da Avvocati che sono tuttavia soggetti alle norme della professione, inoltre le indagini dirette ad individuare l’autore del reato e raccogliere prove per la sua condanna sono svolte autonomamente dalla Polizia non sottoposta, come in Italia, alla direzione del pubblico ministero, con il compito di trasmettere gli elementi raccolti all’organo dell’accusa affinché decida se esercitare o meno l’azione penale.
Se a raccogliere le prove (che non saranno mai a favore dell’indagato) è il Pubblico Ministero che fa parte dello stesso ordine del Giudice, le risultanze istruttorie provenienti dall’accusa avranno maggiore rilevanza in una dialettica processuale ove il Magistrato, al quale è attribuita la delicata prerogativa decisionale, non potrà mai essere equo ed imparziale. La separazione delle carriere non vuole “imbavagliare” i Pubblici Ministeri per sottoporli al potere esecutivo ma renderli più efficienti e, soprattutto, realizzare io precetto di imparzialità e terzietà del Giudice, deputato ad emettere provvedimenti restrittivi della libertà personale ovvero Sentenze che possono scalfirne per sempre i diritti fondamentali.
Per comprendere la necessità ed opportunità di tale riforma appare opportuno citare il pensiero di Giovanni Falcone “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta un parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del pm con questioni istituzionali totalmente distinte”(Giovanni Falcone, La Repubblica, 3 ottobre 1991).
TERESA CALBI