IL RIMEDIO – 19. – La sera

di FEDERICO DE FAZI 

19 – La sera

Marzio aiutò Pavel ad alzarsi e poi lo condusse verso la radura, mentre Bogatir dava ordine ai suoi uomini di aiutare il compagno ferito, prendere le teste dei briganti e tornare al villaggio.

“E questi disgraziati li lasciamo così?” chiese Jacomo, il soldato che portava il ferito in spalla, indicando i poveri abitanti del villaggio.

“Adesso pensiamo a leccarci le ferite” disse Bogatir, andando verso le case “poi pensiamo ai morti”.

Si sedettero dentro quella che doveva essere la casa del capo villaggio, riconoscibile per le mura più alte, fatte con pietre a secco, disposte per un perimetro più ampio delle altre case. Marzio fece togliere i vestiti a Bogatir e a Valmero, l’altro ferito, e li bendò con perizia, dando loro compresse di erbe medicinali. Pavel fu messo seduto vicino a Solstizio, perché non sentisse troppo freddo.

“Potremmo tornare al villaggio e chiamare qualcuno per i corpi. Sarebbe saggio farlo prima di notte” disse un soldato di cui Samaele non aveva colto il nome.

“Il mio cavallo ha bisogno di riposo” disse il mago dei nodi. “Se volete potete andare, ma io resto qui”.

“Restiamo tutti”  disse Bogatir, che si accorse di non potersi più alzare senza essere preso da violente vertigini. “Roderigo e Adso, fate legna. Gli altri pensino alle sepolture”.

“Posso officiare un rito funebre in forma breve” disse Samaele.

Bogatir annuì.

“Io mi devo riposare. Uomini, seguite le istruzioni del maestro Samaele per la preparazione del rito”.

“Grazie per la fiducia, Capitano. Cercherò anche qualcosa da mangiare” disse il mago, allontanandosi.

“Fa’ portare subito della legna, se puoi” disse Marzio, stringendo il bendaggio del soldato ferito al torace, per poi dedicarsi a Pavel.

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Il mago azzurro bagnò un panno e lo usò per pulire il volto del ragazzo dal sangue che si era raggrumato. Scoprì quindi che aveva un labbro rotto e un taglio sul sopracciglio non molto profondo, ma posto proprio in un punto dove era difficile che si chiudesse da solo. Notò poi un prevedibile ematoma presso lo zigomo sinistro e uno all’addome.

“Ti hanno sistemato ben bene” disse, spargendo una polvere suturante sul taglio. Il ragazzo lamentò il bruciore.

“Il maestro Samaele è arrabbiato con me?” chiese, con l’occhio socchiuso.

“Avrebbe le sue buone ragioni, figliolo” disse Bogatir, con il braccio fasciato e legato vicino al petto. “Non ti aveva detto di rimanere nascosto?”.

Pavel annuì, stringendosi le ginocchia con le braccia. Iniziava a sentire la fame e il freddo.

“È perché ha dovuto trasportare anche il mago a salvare il moccioso, che il cavallo è così stanco, vero?” chiese Valmero, l’altro soldato.

“Di sicuro non gli ha fatto bene” fu la risposta di Marzio.

Pavel si chiuse a riccio. Valmero, che sembrava essersi in qualche modo ripreso, disse: “Certo che ci ha proprio salvato la pelle a tutti quel mago, con quello stramaledetto muro di ghiaccio, accidenti! Non mi stupisce che gli abbiate lasciato risparmiare la vita di quelle due bestie”. Fece per ridere, ma gli venne la tosse e poi una fitta tra una costola e l’altra.

“Non agitarti, ho detto!” ordinò Marzio.

Passò qualche tempo e si presentarono due soldati con una fascina di legna ciascuno.

“Il mago dice che intanto potete accendere un fuoco con queste” disse uno dei due, poggiando la legna lungo la parete.

L’altro soldato fece la stessa cosa, porgendo poi a Marzio il mantello di Samaele.

“Era in una delle case. Dice anche che potete usare questa per il fuoco” aggiunse, porgendogli due palmi di una corda bianca. “Non ho capito a che serve, ma ha detto che voi la conoscete bene”.

“È una corda ignea” disse Marzio, prendendo gli oggetti dal soldato. “Vi ringrazio. Avete trovato anche qualcosa da mangiare?”.

“Ora stiamo facendo la pira per i corpi. Però il mago dice che più in là ci sono delle bestie uccise dai briganti. Quando avremmo finito, proveremo a macellarle”.

Marzio iniziò a mettere la legna in modo che vi fossero piccole frasche poggiate su un tronco più grande e poi rami più grandi sulle frasche.

“Non credo che avrò voglia di carne dopo quello che ho visto” commentò, prendendo in mano la corda ignea.

“Neanch’io” mormoro Pavel, battendo i denti.

I due soldati non se ne andarono, ma rimasero sull’uscio, attendendo che Marzio accendesse il fuoco. Probabilmente si aspettavano che il mago lanciasse una palla di fuoco o qualcosa del genere, ma invece Marzio poggiò la corda sotto le frasche e, con un acciarino, vi fece cadere alcune scintille sopra. La corda sfrigolò in un bagliore bianco, che presto divenne rossiccio e poi scomparve, lasciando spazio alle fiamme del fuoco. I soldati, delusi, si allontanarono.

Marzio prese il mantello e lo usò per avvolgere Pavel.

“Il maestro Samaele è arrabbiato con me” mormorò di nuovo il ragazzo.

Dopo qualche tempo le guardie tornarono, dicendo che era tutto pronto per la cerimonia. Poggiandosi alla sua spada infoderata, Bogatir si incamminò verso la pira, mentre Marzio sosteneva il soldato ferito più gravemente.

Posti ai lati della grande pira, i due maghi officiarono la cerimonia. Samaele invocò i profeti e affidò alle fiamme i defunti secondo le formule del rito farigio che aveva imparato poco tempo prima, collaborando con alcuni preti di Òssia. Con un rapido movimento delle mani, sia Samaele che Marzio, scagliarono contro la pira una serie di bagliori biancastri, che si fecero strada tra la legna, incendiandola. L’odore di carne bruciata colpì le narici di Pavel, che, se non avesse avuto lo stomaco vuoto, avrebbe vomitato.

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Samaele continuò a recitare una litania di intercessione, mentre Marzio e gli altri rispondevano con la formula detta del libera eius, finché i bagliori bianchi non raggiunsero il centro della pira, rilasciando una fiamma rovente, che si librò rapidamente in alto, consumando legna e corpi.

Il corteo funebre improvvisato si allontanò, lasciando che la legna restante, quella più esterna, finisse di bruciare.

Le azioni successive furono di stendere il telone, che Samaele aveva portato con sé, in modo che si potesse fornire un tetto almeno a metà della casa che avevano scelto come ricovero, mentre due soldati macellavano alcune capre uccise dai briganti.

Pavel rimase infagottato nel suo mantello, ad osservare la fiamma che a malapena lo riscaldava. Quando però misero la bestia sul fuoco, il ragazzo, all’odore del grasso che bruciava della carcassa, ebbe di nuovo un conato di vomito e preferì uscire fuori nella sera umida, mentre i soldati, euforici per lo scampato pericolo e per il lauto pasto imminente, cantavano i canti osceni tipici del loro mestiere.

“Ehi, prenderai un malanno a stare qui fuori”.

Pavel si girò. Samaele gli si era seduto vicino. Non l’aveva sentito arrivare.

Il mago mise il braccio intorno alle spalle del ragazzo.

“Marzio mi ha detto che pensi che io sia arrabbiato con te. Non sono arrabbiato. È stata una giornata dura per tutti e va bene così”.

Pavel abbassò il capo.

“Il vostro cavallo poteva morire oggi, per colpa mia?”.

“Potevamo morire tutti oggi. Non è successo, per fortuna”.

Pavel si appoggiò a Samaele.

“Ma avete ancora fiducia in me?”.

“È un discorso complicato. Tu hai fiducia in me?”.

“Sì”.

“Però non sei rimasto in città o nascosto, quando ti ho detto di farlo”.

“È che…” iniziò a dire, senza finire.

“Che cosa? Voglio solo capire, non ti sto rimproverando”.

Pavel tacque.

“Avevi paura di rimanere solo?” chiese Samaele.

Il ragazzo annuì.

“Questo mi basta” concluse il mago.

A breve si avvicinò Adso, uno dei soldati che avevano aiutato Samaele alla preparazione della pira. Con particolare premura invitò i due a tornare accanto al fuoco. Il mago chiese di lasciargli un po’ di carne e Adso, avendo intuito che il ragazzo si era allontanato per via dell’odore della carne bruciata, gli offrì alcune gallette che aveva portato con sé, spiegando che anche a lui, una volta, gli era capitato qualcosa di simile.

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FEDERICO DE FAZI