Il Sindacato. Cambiarlo per difenderlo.

di PIERO ALESSI 

Mi provo a gettare sul tavolo della discussione alcune parziali e forse generiche riflessioni sul ruolo del Sindacato.

Ho trascorso tutta la mia vita dentro una struttura sindacale e quindi questo potrebbe viziare alcuni miei ragionamenti. Fatta questa onesta premessa pongo retoricamente la domanda: “serve un Sindacato nella società contemporanea?”

Non voglio tirarla per le lunghe, salto le premesse e giungo alla conclusione. Penso che il Sindacato con la “S” maiuscola sia necessario e per alcuni versi insostituibile ai fini di una tutela individuale e collettiva dei settori più deboli del mondo del lavoro; in particolare, ma non solo, lavoratori dipendenti, precari e disoccupati. A mio giudizio anche in un mercato del lavoro del prossimo futuro, dove metta profonde radici l’innovazione, l’intelligenza artificiale e la robotica, non si può fare a meno di uno strumento direttamente gestito da quegli stessi uomini e donne che, mettendo a disposizione la propria fatica e la propria intelligenza, vogliono affermare diritti e emanciparsi da un mero sfruttamento. Va detto che oggi siamo dentro una modalità di lavoro che in gran parte può essere legittimamente definita “post-fordista”, ma non siamo ancora del tutto nel futuro. Si potrebbe sostenere che attraversiamo una fase di passaggio.

I modi di produzione e di consumo sono cambiati e soggetti a trasformazioni estremamente rapide. A questo proposito è urgente definire meccanismi di redistribuzione del reddito e della ricchezza a fronte della prepotente introduzione di nuove tecnologie, nel processo di produzione di beni e servizi, che incidono drammaticamente sui livelli occupazionali. Con altrettanta forza rivendicare modalità di lavoro che abbandonino logiche da prima rivoluzione industriale e guardino con interesse allo smart working come nuovo approccio all’organizzazione aziendale.

Così, non può essere indifferente al Sindacato una globalizzazione dell’economia e della finanza che si è imposta negli anni rifiutando, a livello internazionale, ogni forma di regolamentazione. Avremmo dunque necessità di un Sindacato forte che sappia, con scioltezza, interpretare i cambiamenti ed aggiornare le proprie rivendicazioni, ma anche le modalità di funzionamento interno, in relazione ai tempi che mutano.

Il problema che si pone è dunque non di rinunciare, come alcuni irresponsabilmente teorizzano, ad una forma di rappresentanza sindacale ma semmai di rafforzarla per tramite di un suo inevitabile rinnovamento a partire da due questioni che mi paiono essenziali: unità e democrazia.

A proposito dell’unità non riesco a comprendere, fuori da logiche miopi e di pura conservazione, un Sindacato che non sappia uscire da gabbie nazionali e spesso neanche dal proprio piccolo giardino di casa. Questo si imporrebbe invece su scala mondiale per rivendicare regole alla globalizzazione ma anche, per rimanere nel nostro più modesto scacchiere, si avrebbe necessità di un vero, grande, compatto  e forte sindacato europeo che sappia proporre nuovi modelli normativi e salariali che affermino condizioni di trattamento minimo, al di sotto delle quali si possano aprire, ad esempio, procedure di “infrazione”. Esattamente come viene fatto a causa di scostamenti dai parametri economici e finanziari pattuiti.

Una Europa dei popoli, così come l’intero pianeta, deve saper mettere l’uomo e i suoi bisogni al centro delle proprie politiche. Un Sindacato con la giusta autorevolezza e adeguata missione può sollecitare gli Stati a muoversi in questa direzione, oltre ad essere, indiscutibilmente,  un fattore di pace e di giustizia sociale.

Si ha necessità dunque, in primo luogo, di un Sindacato che sappia trovare le ragioni dell’unità.

E’, infatti, adeguato alla contemporaneità un Sindacato che queste ragioni non sembra trovarle e si divide in mille rivoli?

In Italia, per stare a noi, si è interrotto un processo che ha ricevuto un grande impulso negli anni ’70 e che guardava all’unità come un bene indifferibile, almeno per le organizzazioni sindacali più rappresentative.

Le grandi organizzazioni sindacali non hanno trovato minimi comuni denominatori. Eppure, la tutela degli ultimi dovrebbe essere di per sé sufficiente come cemento e appare a tutti di puro buon senso l’affermazione che un grande Sindacato unito difende meglio gli interessi dei più deboli. Le ragioni di ostacolo, alla costituzione di un grande Sindacato dei lavoratori, nel nostro Paese, si dice siano di natura politica. Questo appare incomprensibile. Ovvio che le idee non possono che essere diverse; diversi gli approcci, diverse le ricette e diversa la storia di ciascuno. Ma, ragioni di tipo ideologico per giustificare anacronistiche divisioni sembrerebbero davvero fuori luogo. Stiamo ragionando d’altronde di organizzazioni sindacali e non di Partiti Politici. E quindi?

Posto come vero che l’obiettivo fondamentale sia quello di tutelare i lavoratori cosa impedisce di dar vita a confronti anche aspri all’interno di una unica grande organizzazione, dividersi e votare su base rappresentativa e, sulle grandi questioni, in ultima analisi, dar voce ai lavoratori attraverso consultazioni democratiche di tipo referendario? Siamo davvero, in tutta onestà, convinti che le ragioni ostative a processi di fusione siano da ricercarsi ai piani nobili delle diversità di ordine ideale e programmatico? Non sarebbe legittimo il sorgere del sospetto che talvolta prevalgano calcoli che invece meriterebbero, per la loro meschinità, di essere ospitati nei sottoscala?

Non sarà più verosimile che è complicata la gestione delle risorse; unire patrimoni considerevoli, armonizzare organici non sempre ridotti all’osso, rimodulare e uniformare trattamenti economici e normativi dei funzionari di differente peso e natura, la selezione dei quadri dirigenti e così via cantando?

Penso che sarebbe utile mettere in chiaro quali sono le ragioni autentiche che si oppongono a processi unitari al fine di un loro superamento. Questa è la sola strada d’altronde per difendere una istituzione necessaria non solo ad ogni singolo lavoratore ma anche al sistema democratico, complessivamente inteso. E’ la democrazia che ha necessità, per esprimersi, di corpi intermedi. E’ questa visione d’altronde che mi divide profondamente da coloro che hanno la presunzione di rivolgersi direttamente al “popolo” per tramite della “rete”, come nuovo totem della modernità, o sviluppando accorte campagne di marketing attorno a leader carismatici, che vendono la politica come si potrebbe fare con un detersivo.

Difendere il Sindacato come soggetto che non ha smarrito la sua utilità sociale significa spingere per un suo radicale rinnovamento

Sulla dimensione e sulla esigenza di unità si è detto, sia pure con superficialità.

Vale la pena di spendere qualche altra parola sulle regole di funzionamento interno. In particolare mi riferisco alla regole di democrazia e alla selezione dei quadri. In primo luogo, trattandosi di una organizzazione su base volontaria e finanziata esclusivamente con i contributi dei propri iscritti sono essi e solo essi i depositari delle scelte, salvo si voglia rinunciare a questa caratteristica, con ciò rinunciando anche alla propria autonomia.

Ma cosa sarebbe un Sindacato privato della sua autonomia?

Di questi esempi possiamo trovarne solo nei Paesi dove governano regimi totalitari.

Non è e non vuole essere il nostro caso.

Se è così si devono superare logiche burocratiche e di apparato, ritualità e cerimonie, di tipo ottocentesco, e rivolgersi ai propri iscritti in forma diretta per la scelta dei dirigenti con autentiche elezioni di carattere settoriale ma anche territoriale, regionale e nazionale; mentre, per tecnici con particolari competenze, si dovrebbero realizzare selezioni aperte, pubbliche e trasparenti. Coloro che concorrono agli incarichi di direzione, diciamo politica, dovrebbero farlo collegandosi a mozioni programmatiche così ponendo gli iscritti di fronte ad opzioni tra loro in competizione.

Va da sé che anche le piattaforme contrattuali di settore, o di territorio che siano, dovrebbero essere sempre certificate dal voto consapevole degli iscritti.

La verità è che troppo spesso la qualità di democrazia che si richiede, giustamente, per tutti, non sempre guida i comportamenti interni delle organizzazioni operaie storicamente più rappresentative.

Per finire queste brevi e disordinate considerazioni difendiamo il Sindacato dagli attacchi della nuova destra e dai vari populismi, con o senza le stelle, ma per poterlo difendere con successo dobbiamo operare per un suo profondo cambiamento.

Fermo restando i principi generali enunciati altro andrebbe detto a proposito del Sindacato nel nostro territorio.

Mi riservo di farlo in una prossima occasione per evitare il tedio a chi ha avuto la gentilezza e la pazienza di leggere il pezzo per intero.

PIERO ALESSI