SPORT E SCIENZE SOCIALI. IL GRANDE GIOCO DEL MONDO GLOBALE – Parte 3.

LO SPORT OLTRE L’UMANO. L’INQUIETANTE FILOSOFIA DEL RECORD

di NICOLA PORRO ♦

Un fenomeno della modernità

Il fenomeno sportivo offre chiavi di lettura preziose per indagare tanto la modernità industriale quanto la cosiddetta postmodernità. Alla fine degli anni Settanta, lo storico sociale Allen Guttmann, pubblicando il suo From Ritual to Record, cominciò ad analizzare la sportivizzazione delle società contemporanee attraverso categorie sociologiche, ispirate soprattutto alla teoria weberiana. Max Weber, a cavallo fra XIX e XX secolo, aveva associato la modernità alla “scientificizzazione del mondo”. Lo sport del record perfettamente misurato e misurabile rappresentava per Guttmann un caso di scuola della modernizzazione occidentale nel tempo della formazione degli Stati nazione e dell’industrializzazione. L’identificazione nazionale produceva a scala planetaria quell’opposizione noi-loro che infiamma l’immaginario dei moderni giochi di squadra come aveva fatto con gli antichi giochi di villaggio (i folkgame). L’industrializzazione faceva delle discipline individuali una sorta di laboratorio della possibile dominazione tecnologica del tempo e dello spazio.

Lo sport diveniva così un attore primario della modernità, capace di mobilitare passioni collettive e imponenti interessi commerciali. Il game, inteso come l’espressione del bisogno spontaneo di gioco da parte del bambino, si trasformava nella sua versione competitiva (il contest) indossando i panni della scienza applicata. La formazione di un sistema sportivo internazionale, che troverà consacrazione alla fine dell’Ottocento con la costituzione del movimento olimpico, presupponeva però un’avanzata secolarizzazionedella società.

Competizione e secolarizzazione

Le esibizioni di abilità proprie delle comunità primitive, i ludi funerari dell’antichità classica o le competizioni medievali associate alle liturgie devozionali saranno via via relegati a “residui e derivazioni” del passato preindustriale e premoderno. Non che nei giochi per la morte di Patroclo descritti nell’Iliade, nella gare di Olimpia cantate da Pindaro e Bacchilide, nei Giochi istmici, nella corsa dei ceri o nel Palio di Siena, fosse assente la competizione. Anzi, grazie ad artisti e narratori, inconsapevoli antesignani del giornalismo sportivo, conosciamo perfettamente i nomi degli antichi campioni, i successi conseguiti, talvolta il loro stesso aspetto fisico. Sistematicamente assente è piuttosto l’attestazione oggettiva della prestazione, la sua misurazione standardizzata e perciò scientifica. L’elemento cruciale che scandirà la transizione allo sport della modernità industriale.

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Si può obiettare che ciò riflette lo straordinario perfezionamento di tecniche e strumenti di misurazione dello spazio e del tempo sviluppato a partire dalla seconda metà del Novecento e niente affatto concluso. Bisogna però guardarsi dal confondere la causa con l’effetto e domandarsi perché solo con la modernità industriale acquisti tanta importanza la misurazione sempre più dettagliata e inoppugnabile del risultato. È la scientificizzazione del conoscere e dell’agire, anticipata fra XVI e XVII secolo da Galilei e da Bacone e descritta da Kuhn come il grande “cambio di paradigma” del tardo Rinascimento, a promuovere l’elaborazione di strumenti e procedure sempre più raffinati di misurazione e non il contrario. Anche la modernità sportiva riflette del resto l’ordine sociale dello Stato e gli sviluppi della prima globalizzazione. Il tempo misurato dell’industrialismo non è più il tempo del mercante. È diventato il tempo dell’imprenditore, del calcolo capitalistico costi-ricavi, del controllo inesorabile dei ritmi produttivi della fabbrica. La nascente idolatria del record sportivo, insomma, è un portato dell’economia di mercato novecentesca e non solo la conseguenza di un sempre più perfezionato sistema tecnologico di misurazione delle prestazioni.

Dalla specializzazione alla tecnicizzazione

Lo sport del Novecento ha esaltato un altro postulato cardine della modernità industriale, connesso alla scientificizzazione: la specializzazione. Il vertiginoso proliferare delle discipline agonistiche, che prosegue incessantemente anche nel XXI secolo – ne è prova l’espansione a dismisura del programma olimpico che ha imposto lambiccati criteri di rotazione delle specialità a ogni edizione dei Giochi – costituisce una esemplare metafora della divisione sociale (e funzionale) del lavoro. Fenomeno già descritto da Marx a Durkheim, che pur in ottiche diverse l’avevano rappresentato come il processo cardine della razionalizzazionecapitalistica delle società di massa partorite dall’industrialismo.

In ambito sportivo la tecnicizzazione segue le traiettorie della civilizzazione. Per millenni la competizione è stata espressione della forza di uomini e/o di animali, associata a tecniche e strategie di competizione che evocavano capacità intellettuali e attitudini psicomotorie originariamente associate alla caccia e alla guerra. Si pensi alla corsa, ai lanci, ai salti, al nuoto, gesti apparentemente semplici ma in realtà espressione elaboratissima di una potenza cinetica di tipo primario.  A fine Ottocento, con la meccanica e la nascente motoristica, si affacciano specialità proprie della modernità industriale: il ciclismo, le competizioni automobilistiche, motociclistiche e nautiche fondate sul ricorso all’energia termodinamica. La qualità della prestazione si identifica sempre più con la competenza tecnica e le attitudini psicologiche capaci di governare, dirigere e combinare strategicamente la complessa alchimia della prova.

Infine, con la tarda modernità si affaccia lo sport del tempo informatico, dove il risultato competitivo rappresenta  in misura sempre maggiore l’esito di una sofisticata gestione delle informazioni. È lo sport no limits a elevato contenuto tecnologico, che affida a droni, sensori e localizzatori gps sfide sempre più coraggiose, al limite della sostenibilità.

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Limite e no limits

Ad accomunare queste tre differenti declinazioni di sport praticato, sono i principi di quantificazioneche alimentano l’ideologia del record. Facendone una singolare forma di ideologia: il record, come nell’etica positivistica del progresso e in quella acquisitiva della modernità liquida, deve essere perduto per poter poi essere riconquistato e ancora perduto e riconquistato all’infinito:

 (un record)…– scrive Guttmann – è la meravigliosa astrazione che permette che la competizione abbia luogo non solo tra coloro che sono riuniti nel campo sportivo ma anche tra essi e altri atleti distanti nel tempo e nello spazio. In virtù della strana astrazione del record quantificato l’australiano può competere con il finlandese che è morto dieci anni prima che lui nascesse. Il record diventa una presenza psicologica nella mente di tutti coloro che sono coinvolti nell’evento…Il record è un numero nel “libro dei record” e nell’angolo destro in alto dello schermo televisivo, è uno stimolo al raggiungimento di prestazioni di livello inimmaginabile e una barriera psichica che si oppone ai nostri sforzi, è un’occasione di meraviglia, una forma di follia istituzionalizzata, un simbolo della nostra civiltà. (From Ritual to Record, trad. it. Dal rituale al record, p.66)

 Penso che nemmeno a Guttmann sia sfuggito il corollario psichiatrico, ossessivo-compulsivo, che sembra spesso associarsi alla personalità del campione in costante inseguimento di un record da battere. La sfida con se stessi costituisce uno straordinario incentivo motivazionale, ma può anche alimentare sofferenza psichica e disagio comportamentale. Soprattutto quando l’ideologia del record accompagna, sino alla soglia dell’insulto cardiaco, le prestazioni domenicali dei podisti della terza età, adusi a compulsare su rivistine specializzate le opinabili classifiche “di merito” riservate agli atleti dilettanti. Sono da ascrivere all’ideologia del record anche le liturgie masochistiche di molti cultori di pesistica o di body building, entro una rappresentazione autistica del perfezionamento di sé.

 C’è un futuro per il record?

 Più intrigante è interrogarsi sul destino del record quando diverrà proibitivo superare  quei limiti obiettivi inscritti nella fisiologia e nella morfologia della specie. Escluso che una qualsiasi variante evoluta dell’homo sapiens possa un giorno correre i cento metri sotto i quattro secondi, cosa sarà degli sport di competizione individuali quando diverrà materialmente impossibile battere un record, specialmente nelle specialità chiamate dai tecnici “di forza esplosiva”. Già l’atletica leggera dagli anni Sessanta aveva d’altronde conosciuto prolungati stalli nelle prestazione d’eccellenza, quando la misurazione dei tempi nelle prove di velocità era ancora ai decimi di secondo.  Per ritrovare il sapore del record si rese necessario introdurre la misurazione elettronica ai centesimi. Ciò non ha impedito, tuttavia, che un record come quello stabilito nel 1979 sui 200 piani da Mennea a Città del Messico (19.72) restasse imbattuto per diciassette anni. Solo nel 1996 l’americano Michael Johnson riuscì a limare quel primato di appena sei centesimi (19.66).

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A prevenire la morte annunciata del record si è già sperimentata in alcune specialità un’ulteriore parcellizzazione del risultato, sino ai millesimi di secondo. Questa possibilità di misurazione spazio-temporale, scomposta nella dimensione dell’infinitamente breve e dell’infinitamente piccolo, offre spunti di riflessione propriamente filosofici. Scomodando Kant possiamo parlare di una sfida ipermoderna a quelle intuizioni pure che per il vecchio filosofo presiederebbero alla nostra capacità di collocare l’apprendimento fenomenico – cioè la conoscenza empirica del mondo materiale – entro le forme a priori dello spazio e del tempo. Tradotto in volgare: parcellizzando il tempo e lo spazio possiamo procrastinare quasi all’infinito la vita del record. Ma se lo sport dell’industrialismo ha preteso di legittimarsi come religione secolarizzata dell’uomo, quale valore umano si può assegnare a differenze di prestazione sottratte alle capacità percettive della mente umana? Come potranno i nostri posteri rubricare emotivamente un record battuto per un miliardesimo di secondo? La meravigliosa astrazione descritta da Guttmann non diverrà un’astrazione in assenza di meraviglia? La questione, si è detto, è di natura filosofica e rinvia a una distinzione cruciale che riguarda la cultura, la rappresentazione sociale e il significato che ogni civiltà umana assegna alla corporeità.

Da un lato sta la visione del mondo disegnata dai greci e specificamente dall’etica aristotelica del giusto mezzo. L’accettazione etico-normativa del principio di limite coincideva con un’idea di prestazione a misura d’uomo, che faceva dell’attività fisica un caposaldo della paideia classica. Quella che Orazio evocherà come μετριότης (metriotes) è la celebrazione dell’armonia, non del superamento del limite. Ad essa corrisponde una rappresentazione ciclica della storia, che non è succube di quell’imperativo del progresso lineare – le “magnifiche sorti e progressive” – che avrebbero suscitato l’amara riflessione poetica di Leopardi.

Dall’altro, sta la nozione di civilizzazione come evoluzione progressiva e lineare della condizione umana elaborata dalla modernità industriale e dalla scienza occidentale. Se ne farà interprete la sociologia positivistica dell’Ottocento, alla cui visione si attaglia  puntualmente l’ideologia decoubertiniana del Citius, Altius, Fortius.

Una meravigliosa follia e i suoi rischi

Lo sport della modernità non rappresenta però solo un prodotto esemplare dell’industrialismo e del produttivismo. Costituisce un attore collettivo che riflette la rottura epistemologica del Novecento ed esalta tratti propri del narcisismo sociale e dell’individualismo di massa. La filosofia stessa del record, estranea allo sport all’antichità sportiva, permette di competere con atleti che hanno gareggiato in passato o di sfidare quelli ancora non nati. Il record regala anche l’opportunità di gareggiare con se stessi, in una dinamica di perfezionismo che evoca pulsioni orientate a bisogni psichici profondi. Insieme, questo apparato culturale convive sintomaticamente con il fenomeno ormai estesissimo del no limits, dove le ragioni della misurazione sono subordinate ad altre categorie, dominate dalla competizione con se stessi – scalare una vetta più alta, scendere a profondità marine mai raggiunte –  che rispondono a bisogni di emozione ed espressività interpretabili come risposte alla routinizzazione della vita quotidiana.

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 Guttmann è risalito a un remoto precedente dello sport giapponese, quando l’impossibilità di superare un primato decretò la fine di un’antica e nobile cultura competitiva. Forse, paventa Guttmann, un destino analogo attende lo sport del XXI secolo, a dispetto delle contromisure offerte dalle tecnologie della misurazione e dalle innovazioni regolamentari che hanno già azzerato antichi primati, soprattutto nel caso di specialità molto tecniche e un po’ desuete, come il lancio del giavellotto. C’è chi si è spinto a ipotizzare un doppio regime di prestazione, riabilitando l’uso del doping per esibizioni puramente spettacolari fondate sull’enfasi della performance. Senza parlare dei dottor Stranamore impegnati a immaginare manipolazioni genetiche o pratiche inquietanti pur di limare di qualche centesimo di secondo record divenuti inviolabili.

Si tratta di fantasie pericolose, di dubbia attuazione scientifica ma che la tragedia del doping suggerisce di non liquidare a cuor leggero. Senza una vigilanza etica e un governo anche tecnologico del sistema dello sport spettacolo la nostra “follia istituzionalizzata” potrebbe trovare alimento nella quantofrenia del risultato che Guttmann individua come uno degli esiti possibili della secolarizzazione del gesto atletico. Ci congediamo da queste riflessioni con le sue parole:

 …può darsi che la dinamica della prestazione sportiva inizi proprio con la secolarizzazione della società. Quando le distinzioni qualitative sbiadiscono e perdono la loro forza ci volgiamo a quelle quantitative. Quando non possiamo più distinguere il sacro dal profano o addirittura il bene dal male ci accontentiamo dei minuziosi calcoli che ci consentono di discriminare (nel baseball) fra una media di battuta di 308 e una di 307. Una volta che gli dei sono svaniti dal Monte Olimpo o dal Paradiso di Dante non possiamo più correre al fine di placarli o di salvare la nostra anima, ma possiamo stabilire un nuovo record. È una forma esclusivamente moderna di immortalità (op. cit., p.70)

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NICOLA PORRO