IL RIMEDIO – 18. – Dolsok

di FEDERICO DE FAZI 

18 – Dolsok

Marzio conosceva bene le sorprendenti capacita degli Aharat’sir e non si sorprese nel vedere Solstizio raggiungere rapidamente il gruppo di armigeri guidati da Bogatir e superarlo altrettanto velocemente, distaccandosi fino a divenire un puntino in lontananza. A sorprenderlo fu di vedere, seduto sulla sella insieme a Samaele, il giovane Pavel che gridava euforico.

“Peste! Se l’è portato dietro” imprecò il mago.

“Fantastico!” disse ad alta voce Bogatir, in modo che Marzio potesse sentirlo. “Adesso mi toccherà anche avere tra i piedi il mago del Sud e il suo moccioso”.

Seguito dai suoi uomini, il capitano spronò il suo cavallo, un baio dalla stazza possente, distanziandosi dal cavallino da steppa di Marzio. Il mago azzutto però mantenne una velocità costante, sapendo che presto Bogatir avrebbe dovuto moderare il suo galoppo per non sfiancare la bestia.

A breve infatti, il piccolo cavallo di Marzio, nato per percorrere senza sosta le sconfinate steppe vesperanse, raggiunse gli altri e, insieme a loro, si avvicinò al villaggio.

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Lo spettacolo che si parò davanti ai loro occhi fu terrificante. A ridosso della foresta, tra i campi in attesa di essere arati e seminati, c’erano decine di case carbonizzate, di cui erano rimasti solo i basamenti in muratura o i tronconi bruciati delle travi verticali. Ma il peggio era più in là, verso il bosco. Su di uno spiazzo che precedeva una fitta fila di abeti e betulle, si ergeva un’altra foresta non altrettanto fitta, ma straziante, fatta di pali acuminati dove erano legati corpi quasi interamente scuoiati o crudelmente impalati. Più in là, su un terrapieno, qualcuno aveva posto altri pali in diagonale e si era divertito a lanciarvi contro tutti quelli che erano abbastanza giovani da poter essere tirati da un uomo, secondo un’usanza molto diffusa tra i soldati e i briganti che popolavano Norransia e Betenia.

Samaele era in piedi a capo scoperto, pallido come Marzio non l’aveva mai visto. Contemplava l’orrido scempio con gli occhi sgranati e la bocca che ondeggiava lentamente nel tentativo di comporre un suono articolato, ma l’unica cosa che usciva dalla sua bocca era la condensa generata dall’aria fredda e umida.

Marzio gli si avvicinò. Ormai il mago azzurro era abituato a simili scene e riusciva a trattenere bene la nausea e l’orrore che gridavano dal profondo del suo stomaco, mentre l’odore di sangue rappreso e fumo gli aggrediva le narici.

“Non è più il ragazzino che portasti al villaggio anni fa. Ora è diventato un mostro” disse.

Samaele guardò Marzio senza cambiare espressione. Dietro di lui il gruppo di soldati imprecava, bestemmiava e malediceva.

“Dov’è il ragazzo?” chiese Marzio.

Il mago dei nodi serrò la mascella. Sul suo voltò apparve un barlume di lucidità.

“Pavel!” sussurrò, correndo verso una delle case semidistrutte. Il ragazzo stava accovacciato, tremante per il freddo e il turbamento, in un angolo in muratura, tra una pignatta frantumata e una pozza di vomito. Al nauseabondo odore della morte si aggiungeva quello dell’acido gastrico.

Samaele lo raccolse e lo portò poco più in là, facendolo sedere su di una pietra che doveva essere stata il limite di un braciere. Prese poi il suo mantello e vi avvolse il ragazzo, sul cui volto era dipinto l’orrore incarnato.

Bogatir e gli altri avevano legato a quello che restava di uno steccato i cavalli, nervosi quanto loro, se non di più. Il capitano delle guardie sputò a terra con disprezzo, avvicinandosi all’entrata della casa dove Samaele, seguito da Marzio, aveva condotto Pavel.

“Siamo arrivati tardi” si sfogò col mago azzurro. “Arriviamo sempre tardi! Oh, come darei per avere tra le mani quel…”.

Samaele si tolse un guanto e accarezzò il volto di Pavel.

“Ora hai capito perché non volevo che tu venissi?” chiese. Il ragazzo annuì con la testa.

“Ehi, signor mago!” sbottò Bogatir. “Ora che avete visto di cosa è capace il vostro amico e i suoi scagnozzi, che cosa volete fare?”.

Samaele si alzò. Il volto, ancora pallido, era rigido e teso.

“Un gruppo di assassini che compie un atto così efferato, lo fa in gran numero e con la certezza di farlo nella totale impunità” disse con voce metallica. “Nell’andarsene devono aver lasciato una gran quantità di tracce…”.

“Credete che non l’abbiamo fatto, mago?” lo anticipò il capitano. “Una volta l’abbiamo inseguito nella foresta. Credevamo di poterlo stanare come un cinghiale! Bene, ci ha teso un’imboscata dove ho perso sei dei miei migliori uomini. Io e altri cinque ne siamo usciti per miracolo. Cosa pensate che si possa fare con sei guardie, due maghi e un moccioso?”.

“Infatti voi non verrete con me, Bogatir. Voi accompagnerete il ragazzo all’Accademia. Marzio verrà con voi, se non vorrà seguirmi”.

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 Bogatir sputò di nuovo a terra.

“E che cosa pensate di fare una volta che l’avrete trovato, ammesso che ci riusciate? Credete che vi lascerà anche solo dire una parola sul fratello che ritorna a casa? Probabilmente finirete con una freccia nel collo prima ancora che riusciate a vederlo, sempre che il Pellaio, come chiamano il suo luogotenente, non voglia scorticarvi vivo come quei poveri diavoli là fuori”.

“Da chi credete che Licio abbia imparato a tendere imboscate? Chi credete che gli abbia insegnato a confondere le tracce, preparare trappole e a muoversi nel bosco anche di notte?” gridò Samaele. “Sono stato io ad istruirlo su tutto quello che sa, e non penso proprio ci sia qualcuno che meglio di me possa evitare i suoi tranelli”. Bogatir squadrò il mago con disprezzo, ma lui continuò, quasi ringhiando: “Quanto a quello che farò una volta che l’avrò trovato, questo non è affar vostro”.

Bogatir aprì la bocca, contraendo le labbra come fanno i lupi per minacciare i loro nemici. Stava per dire qualcosa, quando una delle guardie gli si avvicinò.

“Capitano, avete sentito?”.

“Il delirio di quest’idiota?” disse lui, stringendo l’impugnatura a una mano e mezza della sua spada. “Ho sentito benissimo”.

“Ma no, ci è parso di udire un grido” disse la guardia.

Il Capitano si girò verso i suoi uomini, i quali erano palesemente scossi, nonostante non fosse la prima volta che assistevano a una simile scena.

“È uno scherzo dell’immaginazione, non c’è più niente di vivo qui” disse cupo, ma dopo un po’ anche lui poté sentire distintamente un grido d’aiuto provenire dalla foresta.

“Andiamo, presto!” ordinò ai suoi uomini, afferrando Marzio per il farsetto.

“No, fermi!” Gridò Samaele, ma inutilmente, perché i sette stavano già entrando nella foresta.

Il mago si girò verso Pavel.

“È una trappola, ne sono certo. Ascoltami, è importante: adesso tu resterai qui fino al mio ritorno. Se senti dei rumori, appoggiati contro la parete, copriti completamente col mantello e resta immobile, capito?”.

“E se non tornate?”.

Samaele aspirò l’aria fredda, quasi gelida, sotto il cielo plumbeo. La bassa pressione e il freddo fermavano le eco disperate dei morti e le schiacciavano a terra, mentre allo stesso tempo levigavano le sue sensazioni e acuivano i suoi pensieri. Inoltre erano perfetti per l’incantesimo che aveva in mente.

“Tornerò” disse, lanciandosi all’inseguimento.

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Bogatir, in testa al gruppo, poteva sentire l’urlo straziato farsi sempre più forte, mentre si addentrava nella selva.

Seguiva un sentiero fangoso che probabilmente, con la pioggia, si sarebbe trasformato in un ruscello. Sperava di trovare qualcuno ancora vivo o, meglio, qualche membro della banda di Koschmar che si attardava a torturare un superstite. Sarebbe stato suo supremo piacere mettere le mani su quel cane e fargli assaggiare un po’ della sua stessa medicina. Quando però il sentiero si aprì in una lieve ma ampia depressione libera da alberi, capì che ciò non sarebbe successo.

Lo capì ben prima che dagli arbusti a bordo della radura uscisse un uomo vestito con un gambesone logoro e sporco di sangue, il cui volto smunto e sudicio era indubbiamente quello di Danil da Tsusk, meglio conosciuto come il Pellaio. A Bogatir sembrò già di sentire la morsa gelida della morte.

“Caro il mio capitano” disse il Pellaio ridendo “dicono che neanche il somaro cada due volte nella stessa…”.

Bogatir non lasciò che il Pellaio finisse di parlare. Sapeva bene che, nascosti tra gli alberi, c’erano almeno mezza dozzina di uomini pronti a bersagliarlo di frecce e non aveva intenzione di andarsene all’altro mondo senza portare almeno uno di quei bastardi assassini con lui. Lanciando un grido, caricò a testa bassa il Pellaio.

Vi fu uno schianto, o forse un urlo, seguito da un bagliore azzurro. Tra i due era balzato Samaele con in mano due cilindri metallici. Nel giro di un istante l’aria si fece gelida e vagamente salmastra, mentre dal mago si spandevano sul terreno scie di brina.

Seguendo il movimento rotatorio delle braccia di Samaele, ai limiti della radura si alzò un muro di ghiaccio fatto di alte stalagmiti acuminate, che fermarono molte delle frecce scoccate dagli arcieri nascosti.

Dai cilindri in mano al mago, che Marzio riconobbe essere due diapason delle Sfere, usciva un suono che, in risonanza con i cristalli di ghiaccio prodotti artificialmente, aveva alzato la barriera. Adesso l’aria aveva un pungente odore alcalino, ma il Pellaio non sembrò farci caso. Brandendo il falcione si avventò contro Samaele, che stava chino per terra, disorientato dalla vibrazione prodotta dai suoi strumenti. Neanche Bogatir però si era lasciato impressionare dall’incantesimo e oppose all’impeto del brigante la guardia a croce della sua spada, frantumandogli la mascella, per poi finirlo con un movimento diagonale della lama, tenuta saldamente dal guanto d’arme. Quello che un tempo era conosciuto come il Pellaio, stramazzò a terra col volto squarciato, rovesciando una pozza di sangue sul fango e le foglie della radura e spegnendosi in seguito a pochi spasmi.

Bogatir sentì una fitta corrergli sotto l’ascella e si accorse che una freccia gli aveva perforato il muscolo sotto l’omero. Abituato al dolore, digrignò i denti e spezzò la parte più lunga della freccia, sputando poi sul cadavere di Danil da Tsusk.

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“Siete tutti vivi?” chiese il capitano, voltandosi verso i suoi uomini. Uno di loro era stato ferito al torace e Marzio si stava già occupando di lui.

“La freccia non ti ha raggiunto il polmone. Se non fai movimenti bruschi, hai buone possibilità di salvarti” disse il mago azzurro, dandogli da masticare una pasticca per farlo poi bere dalla sua borraccia.

Solstizio, che aveva seguito Samaele nel bosco, si avvicinò alla guardia ferita.

“Che cos’è?” chiese l’uomo spaventato.

“Un cavallo magico” rispose Marzio, estraendo con un rapido movimento della mano la freccia.

Bogatir tossì per il dolore e per l’aria, che aveva un odore fastidiosamente pungente.

“Quanto ci proteggerà questo trucchetto, mastro Samaele?” chiese.

“Con quest’aria ferma e fredda anche diverse ore, ma non possiamo certo rimanere qui per sempre” parlava ad alta voce, forse, pensò Bogatir, perché l’incantesimo lo aveva reso in parte sordo. “Speravo di poter usare il brigante come ostaggio” aggiunse.

“Questo prima o dopo che vi avesse fatto saltare la testa dal collo?” chiese allora Bogatir, anche  lui a voce alta, per essere sicuro di venire inteso.

Samaele sorrise al capitano. “Contavo sul vostro tempestivo intervento” disse, slacciandosi una scarsella dalla cintura e mettendovi dentro uno dei due diapason. “Marzio, prendi al volo”.

Il mago azzurro afferrò la borsa, mentre Samaele fece un rapido gesto, che significava: “Lampo di Rivelazione” e poi un altro, che significava: “tiratori”.

Marzio apri la scarsella e annuì, componendo un segno che voleva dire: “tempo”.

Samaele si guardò intorno, cercando di concentrarsi sui rumori. Il suo udito non era stato compromesso permanentemente. Poteva sentire il crepitio del ghiaccio e il lamento del soldato ferito, che ora si appoggiava al cavallo, ma non riusciva a capire quanti fossero gli arcieri appostati.

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“Ehi, voi!” gridò. “Chi di voi comanda adesso?”.

Nella trasparenza del ghiaccio riuscì a distinguere un movimento tra i cespugli alla sua destra.

“Sono Gardo il Petalo e ti ringrazio per avermi fatto diventare capo di questa banda di bastardi, mago. Tu invece chi sei?”.

“Sono Samaele Lontrastuta e desidero parlare con Licio, conosciuto tra di voi come l’Incubo”.

Marzio aveva intanto chiamato Bogatir e gli stava spiegando di dire ai suoi uomini che, al segnale convenuto, sarebbero dovuti andare all’assalto dei briganti.

Da dietro la cortina di ghiaccio, il brigante conosciuto come Petalo latrò: “Quindi sei tu il famoso mago di cui parla tanto il capo”.

“E dov’è ora il capo?”.

“Abbatti la cortina di ghiaccio e te lo dico”.

“Mi prendi per scemo, Gardo? So bene che sei qui per non fare prigionieri. Facciamo così: tu mi dici dov’è Licio detto Koschmar e io ti do la mia parola che non permetterò a Bogatir e ai suoi uomini di portare le vostre teste alla Gilda dei Mercanti”.

Petalo rise forte per farsi sentire oltre il ghiaccio. Marzio stava mettendo sei prismi gialli a base esagonale per terra in modo che fossero equidistanti da un centro immaginario.

“Ora sei tu che mi prendi per scemo, mago. Credi davvero che quelle guardie infami stiano alla tua parola? Avanti, rompi la barriera. Io mi prendo le guardie e ti lascio andare, che ne dici? Mi sembra un patto equo”.

Marzio aveva preso dal soldato ferito una borraccia di terracotta. Ne annusò il contenuto e scosse la testa, accorgendosi che era una mistura di acqua e liquore beteno. Samaele indicò prontamente la sella del suo cavallo, dove si trovava una borraccia simile a quella del soldato, ma riempita con acqua. Marzio ne svuotò per metà il contenuto e vi versò dentro alcune polveri..

“Sai che non posso accettare” gridò Samaele. “Se avessi voluto che le cose fossero andate come tu dici, non sarei intervenuto affatto, non credi?”.

“Ma ora non hai molta scelta, mago”.

Due uomini scesero dal terrapieno naturale con due armi simili a grosse mannaie o forse falcioni e iniziarono a colpire il ghiaccio. Samaele si slacciò rapidamente la parte rigida del cappello e orientò il lato concavo verso i briganti. Poi batté il diapason contro il cappello.

Un suono acuto e stridente si propagò contro la parete di ghiaccio, facendo sì che si alzassero ulteriori stalagmiti contro i briganti, che ritornarono nel loro nascondiglio.

“Io ho tutta la giornata” disse Petalo spazientito. “E tu?”.

Marzio aveva preso il suo diapason delle Sfere e l’aveva aperto. Al suo interno c’erano diverse parti mobili e vibranti, che il mago tarò secondo uno schema che conosceva bene.

“Un po’ meno di tutta la giornata, ma confesso di stare molto bene qui”.

“Allora non hai niente in contrario se aspetto che il ghiaccio si sciolga”.

“Hai per caso venti barili di acqua bollente con te? Perché quelli ti serviranno per scioglierlo. Oppure puoi aspettare che piova, ma deve venire giù un diluvio come quello alla fine dell’Era della Creazione”.

Seguendo le istruzioni di Marzio, Bogatir stava dando ordini ai suoi uomini.

“Vedi, amico” disse il brigante “non credo che tu possa aspettare tanto. Presto ti verrà fame o sete o perlomeno sonno e dovrai abbassare la guardia. E poi non credo che tu possa far durare un incantesimo per più di qualche ora. Senti, dài, mettiamola così: tu ci fai entrare, io non perdo una giornata dietro a te e in cambio ti faccio vivere. Anzi, meglio, ti porto dal capo, se tieni tanto a vederlo, però non garantisco che lui ti lascerà vivo”.

“Mi sembra di aver già chiarito che la sopravvivenza dei miei compagni non è trattabile. La vostra, forse, lo è”.

Samaele udì un crepitare di frasche rotte, poi un lamento acuto, chiaramente di un ragazzo, seguito dal vociare di un paio di briganti e dalla risata stentorea di Petalo.

“Ma guarda un po’ che abbiamo trovato che si aggirava tra gli alberi!” disse, in modo che Samaele potesse sentirlo.

“Lasciatemi andare!” gridò Pavel.

“Dannazione!” imprecò Samaele, facendo un gesto di incitazione a Marzio.

Petalo e altri due briganti si sporsero dai cespugli per fare in modo che Samaele potesse vedere qualcosa attraverso il ghiaccio.

Due uomini tenevano Pavel fermo, mentre Petalo si trovava dietro di loro, brandendo un’arma tagliente che Samaele non riuscì a distinguere.

“Vuoi sapere perché mi chiamano Petalo, caro amico? Perché mi diverto a tagliare pezzi alle persone come fossero petali di un fiore”.

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Marzio annuì per far segno che erano pronti. Samaele fece un gesto che significava: “volo”, indicando Marzio, Bogatir e poi la sponda della radura opposta a dove si trovava Petalo.

“Che cosa vogliamo prendere a questo fiorellino?” disse il brigante.

“Prendigli un braccio!” diceva l’altro masnadiero.

Pavel gridava aiuto. Marzio fece un gesto che significava: “spinta”. Samaele indicò Solstizio.

“Allora, mago, visto che non vuoi scegliere di lasciarci entrare, ti do un’altra scelta: taglio sotto o sopra il gomito?”.

Samaele corse dentro l’esagono fatto dai prismi, dove già si erano posizionati Marzio e gli altri soldati. Il mago azzurro lanciò in alto la borraccia e vi puntò contro il diapason.

Pavel, tenuto fermo dai briganti e stordito dai colpi ricevuti in faccia, chiuse gli occhi, aspettando il fendente. Attraverso le palpebre vide una luce rossa e udì un boato assordante. Sentì il volto bombardato da schegge gelate e poi il crepitare delle foglie sotto la sua faccia. Aprì gli occhi, sputando via le foglie che gli erano finite in bocca.

Da dov’era, sdraiato, poteva vedere Petalo e il brigante che gli reggeva il braccio a terra a qualche passo da lui. Tra Pavel e i due briganti c’era Samaele. In mano aveva due corde.

L’altro brigante, quello che lo teneva fermo, si avventò sul mago. Pavel non riuscì a capire bene cosa succedesse, ma poi vide il brigante cadere a terra con le mani e i piedi legati.

Intanto Petalo si era avvicinato. Samaele estrasse la sua arma e parò il colpo di quella dell’avversario. La lama di Petalo esplose in una nuvola di ruggine. Samaele passò avanti al brigante, sbilanciato per il colpo andato a vuoto, e lo colpì alla nuca col pomo dello scramasax.

Il terzo brigante non lo attaccò, perché uno degli uomini di Bogatir lo aveva raggiunto e gli aveva prontamente aperto un solco lungo metà del torace.

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Bogatir invece non udì il boato, né vide il muro di ghiaccio esplodere, ma sentì le sue orecchie fischiare, mentre veniva avvolto in una nube calda e abbagliante. Dalla nube fuoriuscirono dei viticci fatti d’ombra, che si attorcigliarono intorno a lui e lo sollevarono da terra. Quando la nube si dissipò, si ritrovò il mezzo agli alberi. Davanti a lui, un uomo armato di arco si era coperto la faccia con la mano per pararsi dalle schegge di ghiaccio. Il capitano non attese che l’uomo si rendesse conto della sua presenza. Con un rapido colpo di spada gli spezzò la colonna vertebrale. Poi si voltò verso un altro brigante che gli veniva addosso e, senza pensarci due volte, gli affondò la spada nel petto. Non perse tempo ad estrarre l’arma. Altri due uomini gli erano addosso. Bogatir  parò con il braccio corazzato il fendente del primo e lo colpì alla mandibola con un movimento ascendente del palmo della mano, rompendogli il collo. Con lo stesso movimento affibbiò un manrovescio al secondo così forte da gettarlo a terra, per poi finirlo con la suola chiodata del suo stivale.

Il capitano ansimò e grugnì, attendendo che qualcun altro si facesse sotto, ma non c’era nessuno. Prese allora un lungo respiro, mentre la freccia ancora nel suo braccio lo colpiva con un dolore lancinante, e poi si voltò verso la radura.

Della parete di ghiaccio era rimasta solo una sorta di muretto poco più alto del suo ginocchio. Due dei suoi uomini lo avevano scavalcato per raggiungerlo.

“State bene capitano?” chiese uno dei soldati.

“Meglio di loro di sicuro” rispose Bogatir, tenendosi il braccio ferito con l’altra mano. “Dall’altra parte com’è andata?” gridò, rivolto all’altro lato della radura.

“Tutto bene. Il mago ne ha presi due vivi” si sentì attraverso gli alberi.

Bogatir rise.

“E Pavel come sta?” chiese preoccupato Marzio, che aveva seguito il capitano nel volo.

“Un po’ acciaccato, ma tutto intero”.

“Andiamo a vedere” disse Bogatir, scendendo verso la radura. “Mastro Marzio, potete darmi qualcosa per questa?” disse, indicando il moncone di freccia nel braccio.

“Se non ce la fate da solo, posso estrarvela io, ma non vi darò nulla per il dolore, non adesso almeno. Con gli umori del fuoco che calano, potrei addormentarvi e non ho alcuna intenzione di prendervi di peso”.

“Io dico che non mi addormento, ma se insistete…”.

Bogatir estrasse la freccia con una sonora bestemmia nei confronti del Duca Vivente.

“Lasciate sanguinare la ferita per un po’” disse Marzio. “Scongiurerà l’infezione”.

“Bello quell’incantesimo” commentò il capitato, pensando al volo che aveva fatto poco prima. “Mi avrebbe fatto comodo durante l’assedio di Gheratha”.

Marzio si avvicinò a Solstizio, che si trovava accovacciato esattamente dov’era prima dell’assalto.

“Il Bagliore della Rivelazione, dite? È una magia liturgica praticata dai monaci di Zarateo delle mie terre. Di solito però può trasportare solo una persona e per poco più di una pertica”.

Il mago toccò il muso del cavallo, che ora appariva come un comunissimo morello con una balzana bianca. Constatò che era visibilmente stremato, ma il cuore non aveva ceduto.

“È grazie a lui che siamo andati così lontano?” chiese Bogatir.

“Sì”.

Andarono dall’altro lato della radura. Lì c’erano Pavel con il volto sanguinante, tre soldati e Samaele, accovacciato accanto a due briganti ben legati.

“Non vuole che li finisca” si lamentò uno dei soldati. “Non vuole neanche che stacchi il braccio di quel bastardo”.

“Neanche le orecchie…” accennò a dire un altro.

Petalo rideva.

“Ehi, guardia!” disse a Bogatir, mentre un fiotto di sangue gli usciva dalla bocca. “Questi Maghi dei nodi sono la miglior fortuna che ci potesse capitare. Non importa se mi sono divertito a tagliare orecchie e naso a tutti i bambini del villaggio, prima di impalarli. Lui mi farà vivere lo stesso”.

“Fatevi da parte, maestro Samaele” disse Bogatir. “Questo bastardo non merita la vostra pietà”.

“Quanti ne avete trovati dall’altra parte?” chiese Samaele impassibile.

“Quattro” rispose il capitano.

“Il vostro braccio come sta?”.

“Una ferita di striscio. Mi è capitato di peggio”.

“E l’altro soldato ferito?”.

“Se la caverà” rispose Marzio.

“Solstizio?”.

“Stanco, ma vivo”.

Samaele strinse le labbra, mentre i due briganti ridevano provocatoriamente.

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“Con quello nella radura e questo qui” disse, indicando il brigante ucciso dal soldato “le teste che riporterete alla Gilda dei Mercanti sono sei, tutte di membri noti della banda, se non sbaglio. Messe insieme quanto fanno, Marzio?”.

“Due per sei dodici…” computò il mago “milleduecento  Ruggeri”.

“Io la taglia non la voglio e neanche Pavel, credo. Quindi, diviso per i restanti, quanto fa?”.

“Diviso sette, dovrebbe essere circa… centosettanta Ruggeri d’oro a testa, più un bel po’ di talleri”.

“Una cifra considerevole, non trovate?”.

“Capitano” intervenne un soldato “non vorrete mica permettere che li liberi?”.

L’altro brigante, che a giudicare dal taglio sul volto e dai tratti vesperansi doveva essere Kurga l’Ugro disse: “Che stai facendo, mago idiota?”.

“Sto comprando la vostra miserabile vita. Ma se non siete d’accordo smetto subito”.

“No, no” rispose Petalo. “Continua pure”.

“Non è questione di soldi” disse piano Bogatir. “Loro non meritano tanto”.

“Nessuno lo sta mettendo in discussione. Accettate il prezzo o no?”.

“Anche io rinuncio alla mia parte” intervenne Marzio. “Così sono duecento Ruggeri sani sani per ognuno”.

“Scommetto che nessuno di voi bravi soldati ha mai visto duecento pezzi d’oro tutti insieme” disse Samaele. “Io personalmente non li ho mai visti”.

Bogatir rise, annuendo. Ignorò le proteste dei soldati e accettò l’offerta.

“E adesso?” chiese Petalo.

“Adesso dipende da voi. Se risponderete alle mie domande vi lascerò andare, altrimenti vi metterò nelle mani di questi gentiluomini bene armati”.

Petalo rise e rise di gusto: “Credi che non sappia niente di quelli come te, mago del Sud? Koschmar mi ha detto tutto su di voi e il vostro stupido Codice. Potresti incenerirci con un gesto, ma non uccideresti neanche una mosca in rispetto a quel codice. Quindi, anche se ti mando all’Oscurità, tu mi lasceresti comunque vivere. Ma io ti devo la vita, e che non si dica che non sono un uomo che onora i debiti. Vuoi sapere dove si trova il capo? Be’, ti dico subito che non lo so. Da un po’ di tempo ci lascia liberi di saccheggiare senza venire con noi. Solo questa volta ci ha chiesto espressamente di attaccare questo villaggio e tendere una trappola a quelli che sarebbero venuti”.

“Tutto qui quello che puoi dirmi? Come passa il suo tempo, se non è con voi a saccheggiare?”.

“Quello che fa non mi riguarda e non intendo impicciarmi. Ma se può servirti, passa molto tempo con dei mercanti di Sentra”.

“Gli stessi a cui avete venduto i manufatti degli automi?”.

“Vedo che non ti sfugge niente. Sì, sono loro. Non chiedermi nient’altro, perché non so dirti né chi sono, né cosa vogliono. So solo che pagano bene… molto bene”.

“Non è solo questo” intervenne l’Ugro. “Ultimamente hanno regalato al capo delle cose. Non so bene cosa, ma credo che sia roba di magia potente. Molto più potente della tua”.

Samaele sciolse rapidamente il nodo che legava i piedi di Petalo.

“Credo di aver sentito abbastanza. Che non si dica che non sono uno che non tiene fede alla parola data”  disse, sciogliendo anche l’altro brigante.

Adesso in piedi. Vi voglio lontani dalla mia vista prima che cambi idea.

“E non ci sciogli le mani?” chiese lo sfregiato.

“Ora il tuo amico sta pretendendo un po’ troppo” disse, rivolto sempre a Petalo. “Per quanto mi riguarda, la possibilità di scappare ve l’ho data. Adesso andatevene, prima che a qualcuno dei presenti venga voglia di piantarvi una freccia nella schiena”.

I due, con le mani legate, iniziarono a correre verso la parte più fitta della foresta, finché non sparirono dalla vista di Samaele e degli altri.

“E quindi, capitano” chiese una delle guardie “li lasciate fuggire così?”.

“Sì” disse Bogatir. “Qualcosa in contrario?”.

Nessuno rispose.

Samaele si girò verso di loro. Appariva molto stanco. “Grazie” disse a tutti, andando verso Solstizio.

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FEDERICO DE FAZI