Obici, affreschi e altre sorprese. Dal Catajo a Civitavecchia passando da Sarajevo.

 di FRANCESCO CORRENTI ♦

Se un giorno d’autunno una casalinga (?), nel Castello del Catajo, scendendo dalle pur comode scale, per paura di cadere, si appoggia al corrimano, in quel cortile squadrato, in quel perimetro di mura severe, nell’ombra data dal sole al tramonto, dentro un luogo così pieno di storia, – Quale inizio migliore d’un racconto? – potrebbe apparire così come la vediamo nella fotografia.

Vi prego, non ditemi nulla. Sono perfettamente consapevole della banale bassezza di questo inizio, imitazione, citazione e parafrasi di un testo famoso e di quant’altro da esso derivato, che, nella mia superficiale dimestichezza con la letteratura, rischierei di definire di genere calvinista, non senza echi echiani e indirette reminiscenze snoopiane, cui potrei aggiungere, per via del luogo, riferimenti polari e tragicamente asburgici.

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Nella speranza, quindi, di essere stato perdonato, passo a riferire – e questa volta vorrei essere il più breve possibile, ma i motivi per divagare sono tanti – quello che era accaduto, a quell’ora del tramonto in quel giorno d’autunno, nel Castello del Catajo, prima di quell’attimo fissato nella fotografia, al momento dell’uscita dalla visita al castello. Iniziando col dire che il suo nome, secondo la tradizione alimentata dai proprietari, deriverebbe dal Catai, la Cina di Marco Polo, e dal favoloso palazzo del Gran Khān, alla cui magnificenza si sarebbe ispirato Pio Enea I Obizzi (1525-1589), il fondatore della dimora, circondata da vastissimi giardini, terrazze, fontane e dotata di numerosissime stanze, che raggiunsero poi il numero di ben trecentocinquanta.

In realtà, prima del 1570, anno d’inizio della costruzione, terminata tre anni dopo, esisteva una Ca’ Tajo, ossia una «Casa del Taglio». Va poi detto che il castello ricade nel territorio di Battaglia (oggi Battaglia Terme), amena località del padovano, nel Parco dei Colli Euganei, sorta agli inizi del Duecento, quando il comune di Padova realizzò lo scavo d’un canale navigabile, su cui nacque – là dove preesisteva un ospizio per pellegrini con grotte termali – un porto commerciale, collegato attraverso altri canali e corsi d’acqua naturali con Padova, Este, Ferrara e Chioggia. Il nome del borgo che si sviluppò lungo il canale, Batàja in veneto, ha forse qualcosa a che fare con il suo scavo, il taglio o tajo che dir si voglia. Nel sito dedicato al censimento dei Luoghi del cuore del FAI / Fondo Ambiente Italiano, viene proposta un’origine che a me sembra improbabile, non trovandoci in una regione dove fosse frequente, all’epoca, l’insediamento di genti di parlata ellenica. Sembra una di quelle etimologie che un tempo venivano attribuite a Varrone (come il famoso cadaver a caro data vermibus «CAro DAta VERmibus») o del tipo di quelle che ancora ci affliggono – dalle parti di “quel gran porto di Traiano” – con l’invenzione del «porto cellulare» del Guglielmotti o con le cento celle ritenute “innumerevoli insenature della costa”. D’altra parte, i luoghi del cuore, come ben sappiamo, sono appunto legati all’affetto, al sentimento di appartenenza, legami e sentimenti che prescindono e possono fare a meno di razionalità, di logica e di rigore scientifico. È la caratteristica dei miti e ne abbiamo già parlato. Per questo, riporto senza altri commenti la descrizione del sito FAI della Grotta di Sant’Elena, che fornisce comunque alcune notizie interessanti:

«Tutto a Battaglia Terme è collegato ed in relazione con l’acqua, a cominciare dal nome “battaglia”, dalla parola greca “baptalea”, il cui significato – luogo dei bagni – ricorda l’antica grotta termale naturale del Colle di Sant’Elena, nota già in epoca longobarda. Nelle sue acque si bagnarono Plinio il Vecchio, il filosofo Plutarco di Cheronea e Teodorico, re degli Ostrogoti. Nel corso del XVIII secolo la grotta accolse illustri viaggiatori del Grand Tour come il filosofo Michel de Montaigne e lo scrittore Stendhal. L’antica grotta sudorifera è un suggestivo ambiente saturo di aria calda umida termale ed ha fatto parte per millenni di un’antichissima tradizione dei bagni purificatori. Questo prezioso ambiente oggi è chiuso ed abbandonato, quindi giace in una situazione di degrado, ma è il Luogo del cuore dei battagliensi e non solo. Questo monumento naturale, unico in Europa nel suo genere, merita di essere recuperato e valorizzato e per questo si batte la comunità locale.»

Piuttosto, prendiamo atto che Stendhal ha definito deliziosi i bagni di Battaglia, mentre a Civitavecchia trovava che «le séiour d’Abeille est abominable» (come si sa, aveva soprannominato la città col nome degli insetti che «derubano i fiori dei loro profumi più dolci»). Pazienza, probabilmente non aveva tutti i torti.

Prima di affrontare il tema centrale di cui voglio parlare, posso dire che questi Obizzi erano tutti personaggi non comuni. Di vantate (e inventate?) nobili ascendenze borgognone, la famiglia giunse in Italia intorno al 1000, stanziandosi a Lucca e a Genova (dove diede origine al ramo dei Fieschi con le nozze di Luigi con Caterina, nipote del papa Innocenzo IV Fieschi dei conti di Lavagna), poi a Ferrara e da qui, ai primi del XV secolo, a Padova. A cominciare da Obicio I, al servizio dell’imperatore Enrico II degli Ottoni (975 ca.-1024), furono capitani di ventura – anche a volte podestà di comuni – fornendo il sostegno del loro esercito mercenario al Papato, alla famiglia d’Este, alla Serenissima Repubblica di Venezia. Risale al 1518 la dichiarazione di Gasparo degli Obizzi circa la sua proprietà, tra l’altro, di una terra e casa sul monte del Catagio. Ma è Pio Enea I che, agli innumerevoli beni ereditati, aggiunge le terre acquistate reinvestendo i frutti dell’attività militare e incrementa il patrimonio con la dote di 18mila ducati portata dalla moglie Eleonora Martinengo. Ed è lui l’ideatore del principesco palazzo, anche se – si ritiene – con l’aiuto dell’architetto Andrea da Valle, nel quadro di un programma di autocelebrazione a fini promozionali e propagandistici che contempla vere e proprie forme reclamistiche ante litteram, come le grandi rappresentazioni pittoriche di antichi eserciti e di battaglie «contro gli infedeli» sulle pareti esterne del castello (oggi non più visibili). Lo stesso intento pubblicitario è alla base dell’imponente ciclo pittorico commissionato da Pio a Giambattista Zelotti – amico e collaboratore di Paolo Veronese – per dare sistematica organicità all’albero genealogico ed alle memorabili imprese degli antenati. Un sintomo dell’indole del personaggio è dato dalla fama, da lui promossa, d’essere l’inventore e di aver dato quindi il nome all’òbice, chiamato appunto in origine obizzo. Si tratta di quel tipo di bocca da fuoco d’artiglieria tra il cannone e il mortaio, che unisce le qualità di entrambi e consente tiri con traiettorie paraboliche alte ma a lunga gittata, così da superare ostacoli naturali o artificiali e colpire bersagli riparati alla vista, all’interno di fortificazioni. Ma l’attribuzione a Pio Enea è oggi contestata.

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Che l’obice un tempo conservato al Catajo nella collezione di armi ed armature della famiglia non fosse il primo esemplare al mondo, che l’invenzione sia più antica ed avvenuta altrove e che il nome derivi da termini tedeschi o boemi con altri significati, a me qui poco importa. Mi sembrano sufficienti, quelli che sono sicuramente i risultati ben visibili della sua attività, per riconoscere al nostro personaggio grandi capacità inventive e notevolissime doti di stratega, di imprenditore, di amministratore e di mecenate, assistite – cosa non sempre frequente – da buon gusto, superiore intelligenza, ottima cultura. Sono le doti, del resto, che gli permisero l’amicizia e la benevolenza di Alvise Cornaro (1484-1566), letterato, studioso e scrittore di trattati di agricoltura, architettura e idraulica, promotore di interventi di bonifica e di controllo della laguna, ma anche costruttore di ville, di giardini, di un teatro. È l’ambiente in cui operano Andrea Palladio, Giovanni Maria Falconetto, il Ruzante, il Tintoretto, che del Cornaro ci ha lasciato un ritratto oggi a Palazzo Pitti. Un ambiente di «uomini di ingegno, che eccellono nella conoscenza e nella virtù», amanti  in vecchiaia della vita sobria quanto più in precedenza vivaci e smaliziati. Non privi di tratti originali ed eccentrici. Cornaro, non ancora sessantenne, cominciò a dichiarare un’età sempre crescente e così fece fino alla morte, avvenuta a 82 anni, che per lui erano divenuti quasi cento (il ritratto di Jacopo si adegua e ne dà un’immagine decisamente senile).

Non meno sui generis l’architetto Andrea da Valle (primi 1500-1578 ca.), istriano di formazione padovana, protetto dal Cornaro e dal cardinal Pisani, allievo e aiuto del Falconetto e suo continuatore, dal 1535, nei lavori della Villa dei Vescovi a Luvigliano di Torreglia (poco distante dal Catajo), dove si ipotizza anche qualche suggerimento dato da Giulio Romano. Di Andrea, della sua mentalità e del suo carattere ci dà la misura l’episodio del concorso del 1547 per il nuovo presbiterio del duomo di Padova che si voleva realizzare rifacendosi ai progetti per il coro della Basilica Vaticana. Parteciparono Andrea da Valle e Jacopo Sansovino, vinse – grazie al cardinale protettore – il primo, ma il secondo protestò con veemenza, ottenendo che venisse interpellato l’ingegnosissimo e illustrissimo Michelangelo Buonarroti, allora settantacinquenne. Questi, come fanno tutte le archistar, presentò un proprio progetto, che fu approvato dal capitolo dei Canonici nel 1551, affidandone comunque l’esecuzione ad Andrea. Il quale procedette al mandato, realizzando però, senza darlo a vedere, proprio come se nulla fosse, il suo primo disegno! Con tanti saluti a Michelangelo, al Sansovino ed ai Canonici.

Torniamo finalmente a noi, ovvero alla visita nel Castello del Catajo ed alle sue sorprese. Che riguardano l’argomento – sicuramente monotono, lo ammetto – su cui ho impostato la maggior parte di questi miei scritti, ovvero “curiosità” possibilmente inedite collegate alla storia di Civitavecchia, dato che di questa mi sono occupato da una cinquantina di anni e su altri argomenti, a parte ormai inutili questioni urbanistiche e normative, non avrei molte cose originali da dire.

Premetto che qui non intendo descrivere in modo puntuale gli esterni e gli interni del Castello. Per chi avesse veramente desiderio di notizie al riguardo, la soluzione migliore è indubbiamente quella di recarcisi personalmente, altrimenti sulla rete si trovano tutte le informazioni e le immagini necessarie. Anche una guida turistica va bene e, quale socio del Touring Club Italiano dal 1956 (con un padre, iscritto dal 1922, dal quale ho ereditato tutta la collezione di guide da quel tempo e altro ancora), sento il dovere di raccomandare l’ottimo volumetto dell’Italia dei giardini, edito l’anno scorso. Personalmente, non rinuncio ad acquistare sul posto qualche pubblicazione specifica che risponda alle mie preferenze tematiche o abbia caratteristiche insolite. Quel giorno, nella biglietteria all’ingresso, ho trovato un fascicolo illustrato con varie descrizioni, tra cui la ristampa della Descrizione del Cataio di Giuseppe Betussi stampata a Ferrara nel 1572 e dell’Aggiunta di Francesco Berni, pubblicata a Ferrara nel 1669.

Una volta salite, molto lentamente, le varie rampe di scale (cordonate percorribili a cavallo) e giunti sul terrazzo, siamo entrati nella prima delle sale del piano nobile, in sei delle quali, su pareti e soffitti, tra lesene, portali e cassettoni, Zelotti ha dipinto i suoi affreschi con le quaranta grandi scene dei Fasti. La giovane e preparata guida ha illustrato al gruppo di visitatori cui ci eravamo accodati la storia e i contenuti delle sale e delle scene, non omettendo un cenno alla leggenda della cosiddetta “Dama Azzurra”. Si tratta del fantasma di donna Lucrezia Dondi Dell’Orologio, moglie di Pio Enea II – nipote ed erede del costruttore del castello –, la cui famiglia aveva ottenuto il rango nobiliare per meriti “orologieri”, avendo realizzato più o meno a metà del Trecento, sulla torre civica in Piazza dei Signori a Padova, il grandioso quadrante astronomico con la Terra al centro, secondo il sistema tolemaico, e con intorno Sole, Luna, stelle e segni zodiacali (ma è stata dimenticata la Bilancia), mossi da un meccanismo che occupa tre piani della torre. La sventurata fu uccisa nel 1654 nella sua camera da letto a Padova, durante un’assenza del marito, da un amico di questi, spasimante non corrisposto e (in quella notte d’inverno!) ancora una volta respinto. La pietra insanguinata su cui stramazzò la virtuosa nobildonna fu portata – per misteriose ragioni – al Catajo e da ciò deriverebbero le apparizioni ectoplasmatiche. Ma non basta: un altro femminicidio, questa volta commesso da un Obizzi, marito geloso di Barbara Querini, sarebbe avvenuto proprio in una delle trecentocinquanta stanze del complesso monumentale. Senza dire di Gabrina, cortigiana di palazzo “vecchia e lasciva” che, “benché sorda, stralunata e zoppa, si trastullò in amor finché fu viva”, ed ora, da un suo busto marmoreo in giardino che la rappresenta, continua a fare scherzi acquatici, innaffiando chi le si avvicina incautamente.

Mi sono così rassicurato circa la (para)normalità del Castello e quindi della sua assoluta rispettabilità di luogo infestato da spiriti in pena, che peraltro hanno suggerito agli attuali titolari l’organizzazione d’un ciclo di eventi di ottimo richiamo turistico, oltre a stimolare diversi tentativi di registrazione di suoni e di immagini a gruppi di accreditati medium ed a sodalizi di Ghostbusters. Dopo di che, a concludere la serie di fatti funesti in qualche modo legati a quel luogo, tanto ricco di fascino quanto evocatore di tragici avvenimenti, abbiamo appreso che, dopo l’estinzione della famiglia con la morte dell’ultimo degli Obizzi, Tommaso, nel 1805, la proprietà passò agli arciduchi di Modena eredi di casa d’Este e poi all’Arciduca ereditario d’Austria Francesco Ferdinando d’Asburgo Este.

Fu qui, infatti, che l’erede al trono austro-ungarico, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe, stava trascorrendo un periodo di svago e riposo con la moglie Sofia, dedicandosi alla caccia di daini. Il soggiorno fu interrotto per rientrare a Vienna ed intraprendere il viaggio ufficiale a Sarajevo, dove il 28 giugno 1914 furono assassinati entrambi dallo studente bosniaco Gavrilo Princip, mentre attraversavano in automobile la città tra due ali di popolazione festante. Una scena di cui restano diverse fotografie e svariate immagini della stampa del tempo, che può rievocare il dramma di Dallas cui abbiamo assistito noi stessi tante volte attraverso le riprese televisive. Conosciamo le conseguenze di quel gesto e i dieci milioni di morti causati dal conflitto mondiale che ne seguì, di cui seicentomila italiani. Mio padre Antonino, classe 1896, fu tra i “ragazzi” chiamati sotto le armi all’entrata in guerra dell’Italia e partì per il fronte a 19 anni. Il ricordo dei suoi tanti racconti e dei moltissimi documenti, fotografie, libri e altre testimonianze di quegli eventi che ancora si conservano nella mia casa, mi hanno fatto rivivere le toccanti memorie famigliari assimilate profondamente durante la mia infanzia, come le rassicuranti cartoline quotidiane dalla “zona di guerra” che mio nonno Francesco e mia nonna Maria Grazia ricevevano dal figlio e avrebbero comunque ricevuto ancora per diversi giorni, anche in caso di sciagura (v. nota*).

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Mi sono reso conto – in effetti, non ci avevo riflettuto – che quegli avvenimenti di un secolo addietro (mio padre era stato ferito tra il 15 ed il 16 luglio 1917), non si erano svolti tanto lontano da dove mi trovavo. Tra il Castello del Catajo e Trieste ci sono meno di duecento chilometri e con la Villa Giusti di Padova, dove fu firmato l’armistizio, sono poco più d’una decina. Impossibile paragonare l’epoca della Grande Guerra e i nostri giorni, eppure quella «inutile strage» si è ripetuta, quella immane tragedia mondiale ha colpito ancora più duramente l’umanità e i conflitti, le distruzioni, le stragi di ogni tipo sono continuati e continuano, ogni giorno, anche se spesso li ignoriamo perché in apparenza lontani da noi.

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Ma mentre ero assorto in questi pensieri, benché appena per pochi minuti, la simpatica guida e tutto il gruppo erano passati nella seconda sala, proseguendo la visita. Allora ne ho approfittato, per rimanere indietro a scattare qualche foto con l’iPhone – giusto per mia memoria – ed a leggere velocemente le didascalie meticolosamente numerate poste ad illustrare le immagini entro ricche cornici in fregio ad ogni quadro e in cartigli posti sui piedritti dipinti che li affiancano.

Ed è stato lì, proprio nella prima sala, con l’albero genealogico dal fusto dritto e robusto e le numerose ramificazioni dipinto sulla parete sopra la bocca del camino, che ho letto due parole inaspettate ma che mi sono balzate agli occhi, come si dice, quasi isolate tra le altre dell’epigrafe dipinta: Civita vecchia !

Non ci potevo credere! Mi sembrava il bis di Sainte Magnance… anzi, il tris: c’era stata pure, in mezzo, la “scoperta” fatta a Malta del Portolano del litorale pontificio del 1743. Allora, nel 2009, in Borgogna, con la santa nata a Centumcellae, poi nel ’15 a Mdina con la straordinaria mappa dell’inedita veduta di Ciuita Vecchia, e infine lì al Catajo, in quel grandioso palazzo veneto, su un affresco cinquecentesco, che sembrava voler stimolare maliziosamente la mia curiosità e il mio interesse per le coincidenze strane e imprevedibili.

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Il testo completo dell’epigrafe lo potete leggere nella fotografia riprodotta qui sopra, ma per dovere di cronista lo riporto qui di seguito:

V· / Innocentio iiiI· Ponte= / Fice assediato in Svtri da / Federi. iI Imperatore viene / Liberato da Lvigi de gli / Obizzi che lo condvce sal / vo a Civita vecchia dove si / Imbarca per Genova·

Con questo, credo di aver assolto al mio dovere verso i lettori (evito ogni riferimento numerico), mantenendo fede all’enunciato del titolo. Aggiungo solo che Innocenzo IV è quello che, lasciata Sutri con l’aiuto di Luigi Obizzi per sottrarsi alla cattura da parte degli uomini di Federico II, si fermò, il 29 giugno 1244, nella parva ecclesia, que est sita in campis Civitevetule (ricordata negli Annales Januenses) per indossare le vesti pontificali prima di raggiungere il porto ed imbarcarsi sulle galere genovesi accorse in suo aiuto. Ne ho parlato in Chome lo papa uole…, identificando la chiesetta con quella di Sant’Egidio dei Cavalieri di Malta, situata a monte dei resti delle Terme Taurine. Il Guglielmotti e il Calisse, erroneamente, avevano sostenuto che essa fosse quella di San Liborio, costruita invece dai domenicani nel 1693, come ho potuto accertare nel 1975 con il ritrovamento del codice Campione dell’archivio di S. Maria di Civitavecchia. Nel 1989, il volume Guida all’Italia dei Templari. Gli insediamenti templari in Italia di Bianca Capone, Loredana Imperio ed Enzo Valentini ha completato la ricostruzione della vicenda storica del monumento con la definitiva identificazione di Sant’Egidio con San Giulio, che costituiva – insieme alla chiesa di Santa Maria Assunta sul porto – la base logistica dei cavalieri Templari a Civitavecchia.

È noto che la damnatio dei Templari voluta da Filippo il Bello ha trovato epigoni fino ai tempi nostri e così Santa Maria, già manomessa nella navata e nella facciata nel Settecento (purtroppo ad opera del peraltro benemerito padre Labat), è stata danneggiata dai bombardamenti degli Alleati e poi demolita da uno sciagurato accordo tra istituzioni religiose e comunali, senza che la Città insorgesse. Il campanile di San Giulio-Sant’Egidio, unica testimonianza romanica superstite nel territorio comunale, pur “venerato” da tanti cultori della storia e del patrimonio artistico e inserito in un programma di recupero finanziato da fondi pubblici, è in attesa di atti concreti. Gli Obizzi – che di concretezza se ne intendevano – sono lontani, nel tempo e nello spazio.

L’amico Enzo Valentini, commentando le immagini di queste pagine che ho dato in anteprima su Fb, dopo aver ricordato che Innocenzo IV era accompagnato anche dal suo cubiculario templare fra’ Bonvicino, ha scritto: «Anche questa è acqua per il “mulino San Giulio”… J». Gli ho risposto: «Tutto torna!» e lo ripeto adesso. Io credo che lo studio della storia e delle storie che la costituiscono possa fornire, a chi voglia trovarli nella propria memoria e nelle proprie esperienze, infiniti collegamenti, legami e richiami. Oltre a permetterci di dare un filo conduttore ai nostri pensieri, questi nessi dovrebbero servire ad affrontare tutte le cose con pacata serenità e, soprattutto, scoprendone gli aspetti divertenti (occorre senso dell’umorismo ed autoironia per vederli, ma ci sono sempre). Solo così è possibile divertere (e divergere, nel caso), nella vita come in un viaggio, avere una meta scelta con cognizione e determinazione, ma saper contemporaneamente divagare, svicolare, curiosare dietro l’angolo, guardare oltre la siepe. Quando ne capita l’occasione.

Tra gli affreschi celebrativi dei fasti famigliari, Pio Enea ha fatto rappresentare a Zelotti diverse figure allegoriche, simboleggianti nell’aspetto e nelle caratteristiche le “doti” positive e negative di chi voglia governare nazioni e popoli ma pure la propria sorte. Vediamo, ad esempio, la Discordia e l’Avarizia, che condussero Roma alla rovina, mentre la Clemenza e l’Ardire devono accompagnare la Monarchia. Ma oltre all’Eloquenza, all’Onore, alla Fama, tra quelle che possiamo definire le Virtù secondo la filosofia dell’Obizzi, troviamo una figura femminile dai piedi alati, una “veste verde cangiante come una vela” e calva, salvo una frangia sulla fronte che le scende sul viso. È l’Occasione, affiancata da rasoi e ruote, con il vaso del bene e del male e l’iscrizione «Me duce carpe viam». Le occasioni, le opportunità, devono essere colte al volo, perche fuggono veloci, non si lasciano afferrare per i capelli sulla nuca, una volta passate. Chi non se le lascia sfuggire, chi ha la prontezza di profittarne può discernere tra il bene e il male e prendere quella strada che poi non si ripresenterebbe più.

FRANCESCO CORRENTI

«Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminato dalla luna intorno a una fossa vuota – Quale storia attende laggiù la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto.»
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, 1979.
Nota *: Tenente della 1208 comp. mitr. nel 142° reggimento dell’eroica Brigata Catanzaro (III Armata), costantemente in prima linea, partecipò alla 6a, 7a, 8a, 9a,  10a e 11a battaglia del Carso, sull’Isonzo, a Nova Vas, Kostanjevica, Oppacchiasella, Hudileg, Lukatie, Oslavia, Brestovica, Komarje San Giovanni di Duino, Santa Maria La Longa, Novegno, in Val d’Astico, Val Camugara, Torre Alta, sul Cengio, Monte Majo, Cimon d’Arsiero e sul Monte Mosciagh, sull’Hermada, sul Piave. Ferito e decorato con medaglia di bronzo al valor militare, croce di guerra al valor militare e croce al merito di guerra, fu nel contingente che entrò tra i primi a Trieste per organizzarvi l’amministrazione italiana. Devo poi ricordare, per dovere filiale, che l’intera vita di “Nino” è stata da lui dedicata agli ideali cui era stato indirizzato dal padre, dal nonno e dal bisnonno, carbonari, patrioti e garibaldini, oltre che animatore e promotore di iniziative di alto valore sociale e umanitario (ho predisposto la documentazione per il suo riconoscimento quale Giusto tra le Nazioni). Con decreto del Comando Civile e Militare della Città di Roma e suo territorio situato in zona di guerra / Fronte della Resistenza, gli è stato tributato un encomio solenne con la motivazione: «Durante l’occupazione tedesca in Roma, animato da elevati sentimenti patriottici, sfidando la sorveglianza della sbirraglia nazi-fascista, si prodigava coraggiosamente per la causa della resistenza, aiutando validamente le organizzazioni clandestine sorte per la liberazione della Patria oppressa. Settembre 1943 – Giugno 1944».
A proposito del Piave, ho già espresso in altre sedi il mio pensiero sulla decisione adottata nel Comune di Civitavecchia di spostare altrove l’intitolazione della Via che gli era stata dedicata dopo la vittoria del 4 novembre 1918, ricordato dalla toponomastica del centro storico di Civitavecchia, insieme alle “città redente” di Trento (ma la seconda strada è scomparsa nell’ultimo dopoguerra), Trieste e Zara, alle regioni “italianissime” (Istria, Dalmazia), a luoghi del teatro delle operazioni (il Piave, appunto, e l’Isonzo, il Monte Grappa), ai martiri dell’irredentismo (Oberdan, Sauro e Battisti), ai Caduti nel loro insieme (Piazza degli Eroi), a medaglie d’oro (Enrico Toti, Gabriele D’Annunzio), alla Vittoria sugli Austriaci ed ai suoi “artefici” (Luigi Cadorna, Armando Diaz, Duca degli Abruzzi). La civiltà e la maturità culturale dei nostri tempi vogliono che i toponimi storicizzati non vengano mai modificati. Senza ulteriori commenti.